martedì, 31 maggio 2005
CHI STA DIETRO MELISSA?
E’ tornata Melissa P.: altri cento colpi di spazzola, e altri cento colpi di mazzette, in banconote di piccolo taglio, a chi s’è fatto il mazzo per comporre tali pruriginose puttanatine per attempati ganimedi (o bambini che fanno: oooh!). Il punto è: chi? È duro, sempre più duro, durissimo pensare davvero alla splendida solitudine della ragazzina in calore, la cosa aveva l’afrore della deflorazione a tavolino con tutti gl’ingredienti seriali del mercato editoriale: il porno, il lolitismo, la morbosità, la pubblicità, l’inconsistenza, l’immancabile filmetto a traino, le sinergie, le pippe e contropippe... insomma, chi sta dietro (absit injuria verbis) Melissa? La curiosità è elettrica e si diffonde, si diffonde, si diffonde… si confonde coi coming out situazionisti… la verità che pare scherzo ed è vera, oppure tutto il contrario, il gioco che scimmiotta la realtà, voci impazzite, giochi di specchi, grovigli pirandelliani, ombre cinesi, soliti anonimi... “Minchia!”, fece la bambina leggendo quel che aveva scritto. “Co fu? Ma davvero io fici tutto questo?”. “Già”, le risposero i demiurghi, “tu pensa a spazzolarti, che ci facciamo una bella sghignazzata alle spalle dei fessi che ci credono indefessi”, le risposero quei miserabili. Non son nuovi argomenti!, son sempre quelli vecchi, è l’hobby della lobby, e i bimbi fanno: oooh! Girano anche voci di lauti compensi per la presunta fregnetta ripettinata # 1 ai 2 porchi demiurghi che avrebbero lavorato a 4 mani (speriamo non sui coglioni), roba da siuri, mica da poveri proletari, alternativi, indy-pendenti. Roba anche da nascondersi, si abbia una faccia o non la si abbia.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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lunedì, 30 maggio 2005
LE INVASIONI BARBOSE
Ma guardatela. Con le sue ciabattine low profile e l’ambizione hardcore che le tracima dagli occhi, aridi, duri. È l’intellettuale di scuola post Lotta Continua Daria Bignardi, già vestale del primo Grande Fratello, de “La Fattoria”, poi direttrice fallimentare di Donna, oggi al timone delle Invasioni barbariche su “la 7”. Una delle tante reginette del reame di Publilandia, la terra del giornalismo glamour dove la genuflessione promozionale si spaccia per informazione. La Daria quand’era direttora di carta aveva talmente infarcito la sua gazzetta spottiva di fatuità da renderla una delle testate più violentemente maschiliste dai tempi di Giuseppe Baretti: le femmine da un giornale come il suo (e, in genere, da qualsiasi altro “per donne” e diretto da donne) uscivano come una specie decerebrata, coacervi di cellule staminali non evolute che nella giornata alternavano pensieri vagamente zozzerelli a orgasmi consumistici. Insomma pane & pene. Da cui si evince che le peggiori nemiche delle femministe sono le donne. Talmente sfacciata, che quando Paolo Bianchi e Sabrina Giannini, autori di un libro sul tema (“la Repubblica delle Marchette”, Stampa alternativa, 2005) la interpellavano come esperta di rango, lei, pur così egolatrica, si defilava, non prima di avere ammonito dall’alto della sua esperienza a “non cedere al giustizialismo”.
Così creativa, la Daria, che sul giornale da lei diretto non trovava di meglio da intervistare che il suo compagno, Luchino Sofri: il quale si sdebitò con un drammatico appello via radio (2 Rai, di Stato: i padri volevano abbatterlo, i figli preferiscono infiltrarlo), sul programma da lui diretto, a comperare (almeno) l’ultimo numero del periodico della mogliera. Ah, le sinergie barbariche.
Siccome i figli e le nuore di papà più bucano l’acqua e più li premiano, Luchino e Daria adesso conducono a raffica su “la 7”, che con la supervisione notturna di Adriano è ormai diventata Telesofri. Lui, sull’onda dello strepitoso insuccesso all’ombra di Ferrara, che lo schiacciava a “Otto quintali (i suoi) e mezzo” (quelli di Luchino), ha ottenuto una robina con pretese d’inchiesta subito archiviata, distintasi per il narcisimo suicida del conduttore e la mortifera concentrazione noiosa; lei s’è riciclata con un programmino all’insegna dell’insostenibile leggerezza dell’etere. Domenica 15 maggio l’argomento era “il Mondo tamarro”, il che spiega bene perché la signora sia considerata, come usa dire, una “icona” della sinistrella emergente. A strologare di cotanto sapere una sconosciuta sovrappeso, tale Pina, e l’asserito scrittore Aldo Nove, noblesse oblige. Dieci giorni dopo la Daria s’è superata facendo contestare l’istituzione del carcere addirittura da una direttrice penitenziaria, che forse ha sbagliato mestiere ma in compenso era molto glamour. Il cavallo di Troia era, manco a dirlo, la sessualità, che essendo negata ai detenuti (una vecchia fissa di un parente illustre: il suocero di Daria, Adriano Sofri, galeotto di lungo corso), rende la prigione non solo inaccettabile, ma soprattutto inutile. Baggianate che solo in una tv italiana si possono sentire. Che Daria la libertaria sulla lacrimuccia per i poveri criminali in astinenza bluffasse, e per conto terzi, se n’è avuta conferma subito dopo la pubblicità (almeno quella riconoscibile), passata la quale i poveri ergastolani che non scopano venivano traumaticamente rimossi per lasciare campo al gossip più efferato, scandito da promozioni editoriali: prima fra tutti, quella ad una sgallettata con velleità scribacchine, presentatasi in studio con un cane definito dalla sciagurata Daria “il tuo fidanzato” (un’alternativa per i detenuti?). Nel filmato “a supporto”, very trendy, la sgallettata rispolverava una vecchia proposta fuorilegge del presidente del Consiglio (schedato da Lotta Continua nel ’77; plurieditore di Sofri negli anni Duemila): trovarsi lavori in nero per aggirare la crisi. Tipo quello di baby-sitter, che, interpretata dalla sgallettata, anziché curare il pupo s’infilava in una vasca colma di schiuma. Istigazione a delinquere, perché uno che rincasando trova la ragazza alla pari nuda in vasca, inevitabilmente se la tromba: a maggior ragione se reduce da prolungato soggiorno nelle patrie galere, tanto per tornare a bomba.
Seguivano altri “suggerimenti” editoriali conditi da chiacchiere inconsistenti e luoghi comuni sconfortanti a livello parrucchieria. Forse è perciò che il programma pare non se lo fili nessuno: neanche i carcerati. Tranne uno, probabilmente. I più scontenti son proprio gli sponsor, perché non si vive di sole marchette e queste sono sì invasioni, ma D’aria fritta. C’è il serio pericolo, si fa per dire, che l’autunno anziché la ripresa porti la cassazione, come la precedente esperienza di Daria: resisteva da 20 anni, lei l’ha ridotta a carta straccia. A questo punto non le rimane che l’ultima, disperata chance: portare in studio il maritino condomino, Luchino. Lui poi si sdebita la sera dopo, stessa rete, sempre dopo “8 (quintali) e ½”. Poi dicono che Adriano Sofri non era un cattivo maestro.
Massimo Del Papa
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domenica, 29 maggio 2005
I WU MANAGER
Qualche sera fa GF (Giuliano Ferrara, non il Grande Fratello) ha dedicato il suo “8 e ½” ai voltagabbana, sì che a vederlo veniva da pensare: ecco, fa come suo solito, ostenta l’opportunismo per pisciare addosso a chi si straccia le vesti. Certo, certissimo anzi probabile. A me però è spuntata una riflessione tangenziale: che in Italia, Paese di Fregoli, di Zelig, trasformista non è chi si sbatte a pendolo sulla scia del potere ma chi il potere lo aspetta apparentemente da fermo, con l’aria di non cambiare mai mentre è il mondo a cambiargli attorno. Un travestitismo tolemaico. O, più esattamente, un paraculismo copernicano. Siamo pieni di fierissimi oppositori del regime, incinti del regime “appena appena”. Della serie: quando censore fa rima con editore. In prima linea i comici, che giustamente fanno ridere. Uno come Bisio forse trasmigra da Mediaset a Rai (voltagabbana?) andando ad occupare il posto e i milioni lasciati liberi da Bonolis (che ritorna: controvoltagabbana?). ora, Bisio avrà pure bambini di sinistra, e poverini, ma la sua militanza umilia la bilocazione di padre Pio. Perché se Bisio oggi può alzare il cartellino, lo deve agli anni di duro lavoro nelle colonie del regime: conduce Zelig facendo fare a Mediaset vagonate di soldi in sponsor (qualche vagoncino anche a se stesso), realizza filmetti griffati Medusa, non pago compone libretti targati Mondadori. Tra un Zelig e l’altro, Bisio officia il primomaggio su Rai 3. I bambini (di sinistra) fanno: oooh! Dietro di lui, accorrono in fitta schiera oppositori ma non troppo, fiancheggiatori ma appena un po’. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Prendiamo un sodalizio antagonista, radicale, alternativo, indipendente, sedicenti wu ming: questi sono così di sinistra, anzi comunisti, ma così antiregime che il nome del Cavaliere non ce la fanno neppure a nominarlo: nei loro proclami lo scrivono cogli asterischi, scrivono: B*********. I bambini fanno: ooooh! Dove non fanno fatica, i nostri asterischi, è a combinare affari: loro pure sono griffati Mondadori/Einaudi, e se le tengono strette: vanno anzi facendovi carriera, da imbrattacarte a manager, direttori di collana; inutile dire che se ci scappa un filmettino revisionista sul mitico Settantasette se lo fanno finanziare ça va sans dire da Medusa. Chissà che sofferenza tutti quei cont(r)atti col regime, quegli anticipi, quelle opportunità promozionali, quelle strategie, si parla di spazi vitali a oriente, fino in India!, quei soldi piovuti in tasca (ma devoluti, così si assicura, alla “lotta”, presumibilmente contro il regime vessatorio). Questo collettivo, in ordine sparso fra una sacrosanta difesa dei Bambini di Satana, un panegirico a un terrorista pluriomicida uccel di bosco (Cesare Battisti, per combinazione lui pure targato Einaudi), un requiem struggente a Marco Biagi accoppato dalle Br (“non tutte le morti ci diminuiscono”), un pensiero stupendo per i carabinieri caduti a Nassirya (“che si aspettavano, che li accogliessero a polenta e refosco?”), ed altre avventure ancora, come l’infiltrazione massiccia dei forum, il controllo surrettizio di Indymedia (ce ne occuperemo), una intensa attività di lobby nel mondo editoriale e giornalistico, pratica la “guerra dall’interno” del “regime putrido” (e i bambini, sempre: oooh!) di Berlusconi, che forse non se ne accorge: sarà perché la guerra gli risulta estremamente educata, o estremamente remunerativa, o tutt’e due?
Morale: uno, siccome gli si assicura che siamo in democrazia, spera di poter continuare a scrivere contro addosso a Berlusconi (anche a Ferrara, perché no, se capita?) dall’esterno. Ma con la libertà di stabilire che tra un voltagabbana esibizionista e un voltagabbana negazionista, è di gran lunga meno insopportabile il primo.
Massimo Del Papa
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venerdì, 27 maggio 2005
SIAMO QUEL CHE MERITIAMO
Ecco, ma come si fa a sopportarli ancora, a non cacciarli fisicamente, a furor di popolo questi politicanti che mentre il Paese crolla pensano alle rendite di posizione, questi cosiddetti industriali che per decenni hanno campato sullo sfascio, sulla lira debole, sull’inerzia tecnologica e della ricerca, sulla finanza anziché l’industria, sull’esportazione clandestina di design e tecnologia finchè sono stati trafitti in contropiede con le loro stesse armi, la Cina colonizzata che diventa colonizzatrice, inonda i Paesi ricchi di merci scadenti di chiara impronta italiana? Perché il succo dell’invasione commerciale cinese è tutto qui, nella povertà globale di un mondo costretto a fare i conti, a privilegiare i prodotti mediocri.
Come reggere ancora il pianto greco degli stilisti evasori, degl’imprenditori ladri che per anni ci hanno fatto pagare a peso d’oro materiali scadenti confezionati in Cina, sfruttando i cinesi con la complicità dei governi? O vogliamo davvero credere che la delocalizzazione ce la siamo inventata nell’ultimo decennio per disperazione? No, è nata nelle stagioni gloriose dell’Italia “da bere”, coi costosissimi straccetti dei “cuturier” prodotti nel Guangdong e poi griffati sì da farli pagare fino a cinquecento volte il loro valore effettivo. Ma finchè lavoravano per noi non colpivano nessuno le “indecenti condizioni di vita” degli schiavi orientali. Le borsettine, le magliette, le scarpettine griffate con la bugia “made in Italy” prima le pagavamo spropositi, adesso sono le stesse ma costano niente perché la globalizzazione ha cambiato senso di marcia. In Cina sono stato sei anni fa, all’epoca del trapasso. Si capiva che qualcosa era finito per sempre, si coglieva una fierezza, un orgoglio nazionale che metteva spavento, perfino le commesse, le segretarie ci accoglievano con sorrisi diversi, come un po’ sfottenti. Era tutto un festival dell’italian style, compreso il malvezzo di taroccare, attività per la quale siamo diventati famosi in tutto il dopoguerra, ma che adesso, solo adesso che lo subiamo, c’indigna. Il trapasso stava in quella immensa fiera di merci italiane (e, in subordine, europee), compresi i macchinari per crearle, cui velocemente si sovrapponevano le produzioni autoctone. Girando incontravamo modellisti, stilisti venuti a spacciare in segreto le stesse collezioni già vendute in Italia. I cinesi dicevano sorridendo: cari italiani la pacchia è finita, d’ora in avanti faremo da soli, ci riprenderemo quel che ci spetta. Cioè una superiorità culturale e professionale millenaria, interrotta dal colonialismo del secolo scorso, dallo sfruttamento planetario eufemisticamente chiamato liberismo. La fine delle protezioni, degli accordi per limitare i commerci oggi fanno gridare allo scandalo i nostri ineffabili industriali ma era stata imposta proprio da loro dieci anni fa, sull’onda del liberismo senza frontiere: credevano di assicurarsi spazi vitali a oriente visto che ad occidente erano esauriti, adesso se la vogliono rimangiare (con l’effetto di isolarsi in una spirale recessiva irreversibile). Adesso che la globalizzazione la Cina non la subisce ma la impone. Siamo i soliti liberisti di cartone.
Ci tocca vedere lo spettacolo grottesco di un “manager” come Montezemolo che con la chioma spelacchiata dà lezioni di strategia e di etica alla cosca di governo. Asinus asinum fricat! Che cosa è Montezemolo se non un manager di pezza, un pupazzo di Agnelli, uno che recapitava mazzette ai politici nascoste nei libri, come il più squallido dei fattorini, uno esiliato da Romiti in quella Siberia industriale che era la Cinzano? Dicono che Montezemolo vince con la Ferrari. Ma anche uno come Briatore, il tenutario del Billionaire, uno con condanne amnistiate per truffa, uno che cominciò spellando i gonzi a poker in una compagnia di giro con Emilio Fede e Loredana Bertè, anche uno così vince in formula uno e i giornali lo trattano da benefattore. Anche un ex “burino” come tale Ricucci nel capitalismo gassoso all’italiana, fatto non capitali e men che meno di industria ma di rendite, può scalare il Corriere della Sera avendo alle spalle Berlusconi, secondo il giornale francese Liberation. Anche uno come Tronchetti Provera, che stimandosi molto si assegna stock option da 500 milioni di euro, può essere contemporaneamente ricchissimo e indebitatissimo campando la sua Telecom sulle truffe promozionali, sugli addebiti misteriosi in bolletta, sulla sistematica violazione delle più elementari regole di correttezza e buona fede stabilite dal codice civile, sapendo che nessuno mai ne risponderà. Pare che la Telecom riposi su alcune decine di migliaia di cause intentate dagli utenti, alle quali nessuno fa caso. Bella società dei servizi! Siamo l’unico Paese dove non esiste un interlocutore certo per i reclami, dove non è concepita una corsia giudiziaria preferenziale per i contenziosi tra cittadini e aziende fornitrici di energia. In America provvede lo Stato; noi dopo l’ennesimo furto possiamo solo sfogarci con le Laura e le Samantha dei call center, istruite a sbatterci giù il telefono. Parlavo con un tecnico della Telecom che si sfogava: “Ci hanno messo a fare i piazzisti, ci ordinano di promuovere il nuovo videotelefono che è una bufala, funziona solo entro 3 km di raggio e non serve a nessuno perché la comunicazione audiovisiva va spostandosi su internet”. In compenso, come ha mostrato Report, siamo l’unico Paese a pagare l’iva sulle tasse in bolletta, che è un pizzo di stampo mafioso. Nel silenzio bipartisan da destra a sinistra, nell’inerzia dei regimi che si susseguono guardandosi bene, tutti, dal concepire leggi semplici e chiare che cancellino queste vessazioni legalizzate. Ma i giornali preferiscono intervistare le fidanzate, tutte vistose, tutte ex modelle, di questi avventurieri e non battono ciglio riportandone le fesserie più offensive, con quelle bocche possono dire ciò che vogliono perché sono le nuove padrone, le amanti dei padroni.
Sulle performance economiche del Berlusconi di governo, il ricco, il genio dell’industria che avrebbe reso ricchi tutti, mancano le parole, si può solo stendere il classico velo pietoso. Eppure gli danno ancora retta, come lo danno ai Montezemolo. O per meglio dire simili facce di bronzo non trovano più reazione, trovano solo un Paese disossato. Oggi l’imbroglione Berlusconi ha potuto umiliare il popolo di gonzi che lo ha fatto onnipotente, affermando che siamo un Paese ricco e felice. Sapeva di poterselo permettere e infatti la reazione è stata la solita, una rassegnazione divertita o sarcastica, ma rassegnazione. Ha ragione Giorgio Bocca, siamo tutti responsabili di questo regime buffonesco. Colpevoli di inerzia e compiacenza, di passività e autoinganno.
Ce la meritiamo questa razza di somari, questa schiuma impresentabile di magliari, di speculatori, di inetti, di ladri, di politicanti da circo e industriali del raggiro, che si riempiono la bocca di “competitività, proprio loro che non hanno saputo competere in altro che disinvoltura e opacità; se ne rinfacciano oscenamente la mancanza mentre difendono l’unica competitività possibile, quella personale. E il Paese crolla.
Massimo Del Papa
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giovedì, 26 maggio 2005
IL MALE DELLA BANALITA’
Oltre lo sgomento e oltre lo stupore, l’epidemia di mamme assassine sta ingenerando un altro sentimento, più atroce: l’esasperazione da noia, da saturazione, ancora le parole assurde, ancora il diritto mammifero, il perdonismo bigotto, ancora la morbosità televisiva, gli sciacalli che ci opprimono coi plastici delle case dell’orrore, gli schizzi di sangue, le interviste ai vicini e ai criminologi pronti con l’ultimo libro.
Ma cosa vogliono queste madri che fanno e disfano la vita, che sfornano figli per subito sopprimerli e concepirne degli altri, secondo una legge di natura animale, istintiva, certo non umana? Forse vogliono solo esserci, dare un segnale anche con toni melodrammatici. Nel loro regresso culturale da semianalfabeti, prive di strumenti di analisi queste giovani donne allevate dalla televisione, spose per caso, madri per gioco o per incidente hanno capito che per esistere nella realtà televisiva debbono sconvolgere. Scoprono che un figlio è un peso, una responsabilità cui sentono di non poter fare fronte. Si trovano in un vicolo cieco, che pretendono di risolvere nel modo più eclatante e più semplice. Senza chiedere aiuto a nessuno, intuendo che nessuno glielo darebbe.
Siamo seri, la depressione post parto non c’entra, quel malessere psico-ormonale di chi scopre d’aver generato un miracolo di sempre, che la fa sentire piccola, inadeguata, spaventata, c’è sempre stato e sempre s’è risolto dopo pochi giorni, col conforto di una rete affettiva familiare che oggi sembra dissolta. Se una madre sopprime, regolarmente in modo spietato, un figlio dopo cinque mesi o tre anni, non può essere depressione post parto. Più realisticamente, sono povere bambine mai cresciute, che si scoprono fottute, prigioniere di una vita domestica che non vogliono, che le strappa da sgangherati sogni di gloria televisiva. Non hanno istinto materno, ma di sopravvivenza. A questo cedono, rimuovendo l’ostacolo. Credono di ricominciare da zero, come se in mezzo non ci fosse un infanticidio, come se avessero annientato una bambola: del resto nessuno ha insegnato loro la differenza, certo non la società che si regge sulla finzione televisiva.
Che siano povere, micidiali immature in cerca di notorietà lo si capisce dal comportamento susseguente, innaturale per chi ha perso un figlio. Anna Maria Franzoni ha cavalcato il suo crimine, voleva diventare un personaggio televisivo e c’è riuscita grazie anche al livello fognario di un giornalismo morboso e servile che utilizza perfino una madre sconvolta per scatenare la sua campagna antigiudici, come piace al padrone. Quest’altra, di Lecco, aspirante velina, ha mentito in modo gelido per giorni e giorni, blindata dai parenti, ha costruito una messa in scena atroce poi di colpo è crollata cedendo all’evidenza: sono stata io, ho tenuto sott’acqua mio figlio anche dopo morto, gli ho fracassato lo sterno per essere sicura. Perché l’ha fatto? Non lo spiega. I parenti non sospettavano niente? No, preferivano credere all’assurdità di rapinatori da nessuno visti, che non hanno lasciato tracce, che non hanno portato via niente. Con loro anche i bravi paesani che hanno imparato dalla televisione il linguaggio dei farisei, “non criminalizzateci”, “non demonizzateci”. Poi però, insieme alla verità emergono puntuali anche le incongruenze, le stranezze, gli squilibri, le pastiglie dell’omicida, su cui tutti per anni avevano preferito sorvolare. Una rimozione forzata collettiva.
Sarà odioso dirlo ma si percepisce sempre come un brivido di eccitazione, di protagonismo in queste madri scellerate, dai nomi storpiati di protagoniste da telenovela, Meri, Gessica, povere anime culturalmente abortite, che però sanno mentire duramente, a lungo, guardando fissa la telecamera. La Franzoni si pettinava, si truccava perfino al funerale del suo piccolo, ha imparato subito le movenze da quarto d’ora di celebrità, gli occhiali neri, le lacrime al momento giusto, gli scatti bizzarri, ha messo in piedi coi familiari, bella gente anche loro, un’agenzia stampa per gestire improbabili “impegni a livello europeo”, ha addirittura annunciato una fiction. Certo un’altra vita rispetto a quella di casalinga segregata fra le montagne. Anche i parenti di Meri, da Lecco, avevano avuto la stessa idea: conferenze stampa per “spiegare la loro versione dei fatti”. Come se tutto fosse un macabro gioco, una recita televisiva, fortuna che li hanno fermati i carabinieri ma loro non sospettavano lontanamente che un infanticidio domestico non spetta a loro spiegarlo, gestirlo. E non si capiva chi era più folle, se la povera madre assassina o i familiari che volevano le telecamere. Di sicuro la follia c’entra ma collettiva, sociale. Più allucinazione che follia. Le madri assassine si moltiplicano e non può essere un virus che le contagia, se una malattia c’è sta in una collettività non più tale, incapace di assistere una donna nel delicatissimo passaggio da ragazzina a madre, irresponsabile nei continui incitamenti alla competizione, al consumismo, all’individualismo. Ma la società irresponsabile rifiuta di mettersi in gioco, se la cava, assistita da una Chiesa cinica e ignobile, col diritto bigotto, autoassolutorio: “va perdonata, è pur sempre una mamma”. Anche se ha fatto fuori il figlio?
Pretendiamo di esportare la democrazia nei Paesi a diritto teocratico ma questo nostro modo di stravolgere un sistema di regole positive in confessionali non è diverso, come non è accettabile questo assurdo perdonismo gestito dai preti, che rimuove il problema, pretende libero un soggetto letale, ne affida la salvazione a un ipotetico ravvedimento, al tempo che passa. Salvo scoprire inorridito, come per Angelo Izzo, che a volte il tempo non medica, non risolve. Ricordarsi che una legge senza sanzione è non solo inutile ma addirittura controproducente in questo Paese equivale a professione di ateismo e crudeltà. Si continua a confondere, ad arte, la fuga dalla realtà con quella dalla mente che rende non imputabili. Il risultato è che le madri criminali come la Franzoni in carcere non torneranno mai a prescindere dalle condanne. Le si preferisce “malate” ma perdonate, che oltretutto è un controsenso. Così altre madri potenzialmente disturbate impareranno che uccidere il proprio figlio è come uccidere una bambola. Impareranno che da omicida si diventa famosi, ci si può rifare una vita o almeno una immagine e che la vita dei figli è fungibile, spenta una se ne rifà un’altra. Impareranno che nel Paese bigotto c’è sempre una scappatoia specie se si è mamme, le mamme non si giudicano, né se terroriste, né se infanticide. E noi ci rassegneremo ad altri orrori quotidiani senza più avvertirli, cedendo alla noia e alla banalità del male.
Massimo Del Papa
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mercoledì, 25 maggio 2005
IL CALCIO DI OGGI? E’ UN PALLONE GONFIATO
Il calcio miliardario di oggi si regge su un paradosso apparente: più la posta in gioco sale più lo affidano ad arbitri pasticcioni e incompetenti. Paradosso apparente perché anche nello sport, come nella finanza e nei commerci del neoliberismo rapace, le regole sono fatte per essere violate e chi dovrebbe applicarle è lì a garantire unicamente la legalità formale che chiude la bocca ai moralisti. Anche la pretesa di “adire le vie legali” suona patetica. La Juventus, squadra in pratica rea confessa d’aver drogato i giocatori, se l’è cavata con una sentenza all’italiana, dove cioè le motivazioni contraddicono il dispositivo, per cui hanno condannato un medico della società ma assolto la società. Adesso la Fiorentina vorrebbe agire in giudizio avendo subito 37 torti arbitrali in 37 gare, l’ultimo dei quali davvero clamoroso: un giocatore della squadra avversa che si trasforma in pallavolista, smanaccia il pallone sulla linea di porta nell’indifferenza dell’arbitro. Chi ne esce peggio è il presidente Della Valle, trattato come un parvenu: ne dovrà fare ancora di scarpe e di borsette prima di potersi avvicinare all’impunità sovrana dei Berlusconi e degli Agnelli. Della Valle si è messo contro il luogotenente del Cavaliere, il geometra Galliani, e l’ha pagata cara.
Dite che non è giusto? Sì ma siamo realisti, che altro è il calcio miliardario, supertecnico e superdrogato, se non lo specchio della modernità affarista? L’ex calciatore Carlo Petrini, oggi malato, ha fatto una serie micidiale di libri in cui racconta episodi incredibili nell’arco degli ultimi trent’anni, al crocevia tra prostituzione, tangenti, droga e criminalità organizzata. Quanto a dire che il calcio non è mai stato pulito, che quella dello sport isola leale e trasparente in un mondo corrotto è sempre stata una favola per gonzi. Forse oggi, in perfetta armonia con la modernità amorale, sono semplicemente saltati gli ultimi paletti della dignità e dell’ipocrisia e non si fa più neppure la fatica di fingere sportività. Fin dall’inizio si era capito che il campionato era una questione rivata tra le due squadre più ricche e potenti, il Milan della Fininvest, di Berlusconi e la Juve della Fiat, degli eredi Agnelli: se una delle due segnava un gol, sull’altro campo subito l’arbitro concedeva un rigore all’occorrenza surreale all’altra. Finchè nelle ultime giornate hanno prevalso i bianconeri in funzione di quello che è parso con tutta evidenza un gentlemen agreement: a voi lo scudetto a noi la champions league, così ci spartiamo i diritti televisivi, gli sponsor e il merchandising. Potenza delle sinergie e del conflitto d’interessi. Il più interessato (ma non l’unico) all’evoluzione, o alla degenerazione, televisiva del calcio è il padrone di una squadra milanese, che contemporaneamente è il padrone delle televisioni che trasmettono le partite e en passant è anche il capo del Governo da cui dipendono le concessioni televisive, dei diritti calcistici e i preziosi decreti per “spalmare” gli abissali debiti delle società. E chi è quel demente che pretenderebbe di sbrogliare una simile matassa citando in giudizio un arbitro messo a far la foglia di fico? Poi nessuno può parlare perché nel gran circo del pallone miliardario il più pulito ha la rogna: gli scambi di favori, di giocatori, di risultati fra squadre sono all’ordine del giorno, i presidenti che si scannano in tribuna sono tutti compari nell’intreccio economico-finanziario-mediatico, il fatto che a decidere le compravendite di giocatori non sia il mercato ma una congrega di figli di presidenti, allenatori e banchieri non stupisce più nessuno. Anche l’informazione, secondo regola, s’è arresa, i padroni delle squadre essendo gli stessi, indiretti o anche diretti, dei giornali e delle televisioni. Una trasmissione come il Processo di Biscardi campa di rendita esibendo inviati che vanno fieri del loro ruolo di ultras stipendiati dalle squadre che appassionatamente sostengono. Insomma i giochi si decidono ovunque fuorchè in campo. Il calcio è una faccenda troppo seria per lasciarla fare ai calciatori (e agli arbitri).
Massimo Del Papa
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lunedì, 23 maggio 2005
QUESTIONE DI COSCIENZA
Insinuano improbabili “manovre a tenaglia” tra forze questurine e amministrative che vorrebbero stritolarli, ma chi davvero si muove a tenaglia, a Bologna, sono i ras del “Movimento” insieme a quelli di Bertinotti. La militarizzazione movimentista del decaduto capoluogo felsineo contro il sindaco Cofferati è il laboratorio per la fronda nazionale a Prodi. Ma è deprimente che un sindaco legalista debba temere quattro smandrappati agli ordini del piccolo boss Casarini, professionista in sommosse i cui contatti con Rifondazione si sapevano assai prima che li esibisse “Punto e a capo”. Che cos’è questo “Movimento”, che si permette di “avvertire” mafiosamente il sindaco di una città democratica? Niente, è una entità astratta, inconsistente, si coagula solo quando c’è da far casino. Di proposte zero, di vetrine spaccate tante, di autoriduzioni, cioè furti, a piacere, di pasti non pagati finchè si vuole, di demagogia eversiva a quintali. Tutto già visto, già sentito ma l’abbiamo detto che in Italia il ’68 non passa.
Dicono che la politica si fa così, in modo utilitaristico, spregiudicato. Dicono da sempre che il fine giustifica i mezzi. Ma qui il fine qual è? L’impressione è che sia irriferibile, che consista nel patto scellerato e squallido per cui Bertinotti lascia scatenare questi sgangherati pretoriani senza averne l’aria, continuando a cianciare in tv di pluralismo e di democrazia, con la tacita intesa che una volta arrivati a lambire il potere si faranno i conti, qualcuno passerà all’incasso, chi dovrà dare darà, chi dovrà avere riceverà perché quello dell’agitatore professionale, così come l’altro del parolaio in cachemire, sono mestieri a lunga percorrenza il cui traguardo lo si taglia a Roma. Diversamente, non si capisce come Bertinotti possa legittimare ogni volta in nome della democrazia queste squadracce antidemocratiche, antilegalitarie. Il ricatto del cosiddetto “Movimento” è pretestuoso ma chiaro: nessuno ci può toccare, nessuno ci può ricondurre al rispetto della legge, guai a chi si permette di applicarla coi nostri provocatori. Hanno impedito un accesso, sfasciato un negozio, ferito tre poliziotti (pardòn: tre sbirri)? E con ciò? La Costituzione per noi è zona franca, noi non la riconosciamo e voi, in modo legalitario, dovete riconoscerci il diritto antilegale di non riconoscerla. Un delirio.
La realtà è che a qualcuno questo delirio fa comodo. A molti, anzi, ciascuno pro domo sua. La verità è che Bologna da 15 anni è una zona morta, una città di zombi dove la cultura è sparita a forza di appaltarla agli inconsistenti, scrittori che non sanno scrivere, artisti bravi nell’autopromuoversi, nostalgici del Settantasette che nel Settantasette avevano sette anni, situazionisti che non vanno da nessuna parte, Babeuf degli affari, accattoni di ingaggi. In compenso, e forse non a caso, la città s’è riempita oscenamente di sconvolti, il centro storico è uno dei più debosciati d’Italia, all’ombra delle torri stanno i tossici più disperati e male in arnese che si possano vedere, così per l’intero cuore cittadino fino alla stazione che è un inferno. La colpa di Cofferati sarebbe quella di reagire a un degrado evidente e drammatico, colpa moltiplicata dal provenire il sindaco dal sindacato. Che si pretenderebbe non uno dei presìdi storici dello Stato sociale democratico, ma una cosca antilegalitaria, fiancheggiatrice dell’anarchismo criminale.
Fa bene Cofferati a insistere nella sua battaglia, con tutta probabilità perdente ma non per questo non degna di essere combattuta: le misure vanno valutate in ragione della situazione e se in una città civile, progredita non ha senso proibire gli alcoolici agli adolescenti, in una città regredita e potenzialmente pericolosa, piena di sballati e di precedenti allarmanti, dove il controllo sociale sta sfuggendo di mano, il giro di vite notturno non è né di destra né antilegalitario, è solo una tutela per tutte le altre fasce sociali altrimenti poste di fronte a un dilemma: o subire o farsi tutela da soli. Sempre tenendo presente che se uno impedisce la libertà personale o mette le mani addosso a qualcuno, fosse anche in divisa, per i princìpi dello Stato di diritto e della responsabilità personale ne deve rispondere e la sua militanza nel “Movimento” non può originare di per sé una impunità.
In questo Paese si è sempre pronti a gettare la croce addosso alle istituzioni perché, giustamente, nulla fanno per rendere accettabile la vita ai cittadini; però se qualcuno ci prova subito lo fanno pentire, e se viene dalla sinistra democratica e sociale lo trattano come un delinquente, un dittatore anziché uno che, in piena coerenza, asseconda la propria natura politica. Che è quella di garantire una qualità di vita accettabile, di difendere i cittadini più deboli, di fare rispettare una equità civile e giuridica. Insomma di “curarsene”, di non voltare la testa dall’altra parte favorendo il clientelismo mafioso e l’indifferenza. O vogliamo davvero sostenere che è più pluralista e di sinistra marciare su Bologna facendo sapere che “per questa volta” ci si astiene da atti vandalici? Ma che titolo hanno questi per ribaltare la Costituzione?
Non stupisce che i ras del “Movimento” non abbiano a cuore, tutt’altro, il rispetto delle regole e il miglioramento civile di una città: per chi nella vita si è scelto il mestiere del mestatore, del violento, dell’individualista pernicioso (dietro la foglia di fico del Movimento collettivista), tutto ciò che è tutela, democrazia e rispetto è pericoloso. Per chi di coscienza non ne ha, la coscienza altrui è un intralcio, una minaccia.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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sabato, 21 maggio 2005
LA COMPAGNA SO LA SA LUNGA
Come si fa a cooperare in due omicidi di persone miti, consulenti dello Stato, e a scampare la galera facendo cippirimerlo alla sentenza?
Anzitutto bisogna avere l’accortezza di nascere in Italia, Paese a vocazione bigotta dunque cinica: qui non vige il diritto positivo, fatto di regole comuni, ma quello mammifero, impastato di suggestioni, lacrime e perdoni; qui, e solo qui, l’assassina del figlio di 3 anni può diventare eroina da talk show.
Poi occorre avere la delicatezza di accoppare in un contesto politico, che c’entra niente ma suona sempre fico: la p 38 è un classico, di solito spara vigliaccamente in testa a uomini ignari, a piedi o in bicicletta, senza scorta ma ciò che importa è l’afflato, la nobile ambizione: ripulire il mondo da giuslavoristi, funzionari corretti, magistrati onesti, giornalisti diritti e così via. Qui, e soltanto qui una farsa tragica, un gioco sporco, una sbornia collettiva, una montatura per far carriera come il ’68 dura da 37 anni e non finisce questa fucina di somari e di violenti, anche se i rivoltosi di allora si sono tutti rivoltati, nessuno escluso, verso tentazioni neofasciste, ben inchiavati nel regime che pretendevano di sbaragliare (non è vero: puntavano a incunearsi, scalzandone i baroni, e ci sono riusciti). Qui e soltanto qui le inafferrabili primule rosse dell’eversione restano tali finchè al Potere conviene: son primule di Stato. L’omicidio “politico”, dunque, è garanzia di qualità: i vecchi assassini sono tutti eroi, applauditi ai convegni, richiesti in libreria, ascoltati in tv e soprattutto liberi: il boss brigatista Moretti, provocatore di Stato, con 6 ergastoli è semilibero da un pezzo, come lui tutto lo stato maggiore terrorista di sinistra; a destra la musica non cambia, la coppia nera Mambro-Fioravanti, con innumerevoli morti sulle spalle, inclusi gli 85 della strage di Bologna, è libera e bella: lavora, grazie a Pannella, a “Nessuno tocchi Caino”, come dire “la pena di morte la somministriamo solo noi”, e la sera torna a casa ad accudire il pupo.
E qui scatta il terzo, fondamentale accorgimento, che con mirabile sintesi raccoglie il meglio seminato dagli altri due: tra un omicidio e l’altro, o almeno subito dopo l’ultimo, è assolutamente vitale fare un figlio: così si possono impietosire i giudici e l’opinione pubblica del Paese bigotto presentandosi alle udienze col pargolo appeso alla tetta, come le zingare in strada. Infatti la neobrigatista Cinzia Banelli, detta “compagna So”, con 36 anni di galera freschi freschi addosso ha rivendicato e ottenuto casa propria (e perché no un sussidio per sfamare la prole). E si capisce: mica è una volgare assassina lei, è stata una combattente politica (tesi), indi si è “pentita” (antitesi), infine ha generato (sintesi) il suo salvacondotto.
Dite che i morti non fanno più figli? Che quelli dei morti sono figli orfani? Giustamente: all’epoca dell’omicidio di Marco Biagi, che visse le ultime settimane nell’angoscia della morte incombente, abbandonato da uno Stato ostile, trucidato dopo aver appoggiato la bicicletta al muro, come un racconto di Guareschi, alcuni Sgarbi dei poveri, sedicenti “wu ming”, licenziarono una provocazione in forma di raccontino, dove se la ridevano del cordoglio comune e si sentivano altamente indifferenti: “Perché non tutte le morti ci diminuiscono”. Certo è difficile diminuire uno zero; ma la motivazione di codesti futuristi di cartone, che viceversa si sentono diminuiti della latitanza di qualche pluriomicida e pluriergastolano “politico”, ricalcava quella, delirante, della condanna a morte brigatista: Biagi era un cospiratore del neoliberismo, avendo concepito una riforma del lavoro di stampo schiavista. Niente del genere: Biagi, tecnico per nulla ideologico, era un realista e come tale maturava i suoi studi: aveva disegnato un metodo per favorire l’entrata di nuove leve in un mercato del lavoro bloccato, chiuso; non per mantenerne la sudditanza a vita, come invece è convenuto ai padroni e al governo che ha cristallizzato, stravolgendola, quella riforma battezzandola, da ipocrita, col nome di un collaboratore che esso stesso governo aveva contribuito a lasciare ammazzare.
Solo qui, nel Paese bigotto, a mancarci non sono i miti, i morti ma i violenti, i balordi: purchè”politici” e “pentiti”: cui viene concesso di evadere, in tutti i sensi, riciclandosi in intellettuali. Alla compagna So, che la sa lunga, per firmare il suo capolavoro basta poco: un libro di memorie, possibilmente (Cesare Battisti docet) con qualche oscenità, qualche bestemmia. Nessun dubbio che ci stia pensando: l’editore, poi, non è un problema, di solito provvede l’attuale presidente del Consiglio, notoriamente anticomunista.
Massimo Del Papa
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venerdì, 20 maggio 2005
DANZA MACABRA
Nella danza furibonda delle mani, delle bottiglie, degli accendini, degli scambi di posto fra i parenti dei mafiosi venuti a prendere ordini e i boss detenuti che glieli passano sui bigliettini, sta la maledizione di questo Paese criminale, ingegnoso nel male, zavorrato dalla sua astuzia, un enorme cane che si morde la coda. Ha qualcosa di allucinato e atroce, di dantesco la quadriglia dei mafiosi e dei loro cari nei colloqui al carcere di Palermo, sotto gli occhi di secondini che non vedono, di telecamere che non servono, ci è voluta una pentita a svelare la danza macabra che in galera tutti conoscono, tutti consentono per bucare la prigionia, svuotarla, annullarla. La colata dei soprusi, dei pizzi, delle corruzioni, delle minacce, delle violenze tracima dal carcere su Palermo, sulla Sicilia, sull’Italia intera viaggiando su pezzetti di carta, mantenendo eterno il potere della mafia nell’epoca dell’onnipotenza tecnologica.
Sì, c’è una maledizione dantesca su questo Paese costretto a ricominciare sempre da capo per restare sempre fermo, ad avanzare di un metro per retrocedere di due mentre brucia i suoi sforzi, le sue intelligenze nei sogni impossibili, nelle cabale, nelle illusioni, nell’anarchia intruppata che si consegna alla mafia, nell’assenza di dignità etica, di scrupolo morale. Spregiudicati, fantasiosi, adattabili e incorreggibili i mafiosi come tutti gli italiani, specchi maligni i boss di tutti i connazionali. Nel miracolismo perverso di chi fa il gioco delle tre carte coi bigliettini di morte, non si riflette il tirare avanti quotidiano di chi “fa miracoli per campare”, dell’immensa plebe napoletana che comunque vive, del Mezzogiorno d’Italia che non vivendo vive, di questo Paese che di sopruso in sopruso comunque vive? Non c’è un patrimonio d’ingegno sprecato puntualmente a sopravvivere, come in politica dove abbiamo sempre avuto i tattici più raffinati che contemporaneamente sono strateghi inetti?
La danza macabra delle mani da cui fioriscono bigliettini che vanno a finire nelle tasche dei bambini, portati apposta ai colloqui, è uno spettacolo che dovrebbe fare orrore invece viene colto con divertimento e ammirazione.
Massimo Del Papa
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mercoledì, 18 maggio 2005
PERCHE’ LA MAFIA NON MORIRA’ MAI
Questo “Intoccabili” (introduzione di Paolo Sylos Labini, Rizzoli, Bur, pagg. 465, euro 10) è stato un libro controverso già prima di nascere: si sapeva che Lodato e Travaglio lo stavano scrivendo, se ne mormoravano i presupposti, quanto a dire che ogni libro di mafia finisce vittima dei sospetti, le insinuazioni, le verità pirandelliane. Spazzate via le quali, resta che i due, cronisti di razza, offrono un lunga, documentata indagine sulla mafia contemporanea, sulle ragioni che la rendono tuttora onnipotente. Non è una Storia di Cosa Nostra: è un occhio spalancato sui rapporti tra mafia e politica che poi è la vera ragione per cui la mafia può essere messa alle corde, ma mai vinta completamente. L’approccio è irriguardoso, per nulla diplomatico sia per la politica che per la mafia che per l’antimafia ed è questo, alla fine, a scatenare polemiche preventive. Lodato e Travaglio non si nascondono dietro le loro parole: dicono chiaro e tondo che lo Stato questa mafia non ha scrupolo di combatterla, che la convivenza di cui parla il ministro Lunardi più che una necessità è una bassa voglia, che i magistrati efficaci come Caselli non trovano vita facile non solo nelle terre di mafia che tentano di ripulire, ma anche, soprattutto, nei palazzi della politica. C’è un episodio breve, agghiacciante, che vede uno sconcertato Caselli al cospetto di un gelido, ostile Claudio Martelli allora ministro della Giustizia, una scena che da sola, in poche righe, basterebbe a spiegare tutto: in particolare che la connivenza Stato-politica è una faccenda maledetta da provare perché sfuggente, ovattata, fatta di silenzi, di omissioni, di passi che si potevano fare e non vengono fatti se non quando è tardi, insomma impossibile da svelare ma non per questo meno reale, meno ignobile.
Se la mafia riesce a dominare l’intero meridione d’Italia da oltre un secolo è perché ha saputo nelle sue tante stagioni incarnarsi in uno Stato che le ha appaltato le sue funzioni, conferendole un vicariato perverso. Ciascuna delle due entità trae potere dall’altra finchè diventa impossibile e in qualche caso assurdo distinguerle. È il “terzo livello”, la commistione più alta, che i garantisti pelosi (quanti se ne trovano nel libro!) sono pagati per negare contro l’evidenza. Va così ancora oggi, gli interessi della mafia di inizio anni Novanta per Forza Italia emergente sono documentati e impossibili da negare, i 61 collegi a zero per il nuovo regime nel 2001 parlano da soli come parlano i tanti indagati o condannati per mafia nelle fila dalla Casa delle Libertà. Ma parla anche il silenzio omertoso della sinistra, la convivenza non sbandierata ma sommessa. Uno come il diessino Massimo Brutti ancora il 13 aprile scorso sconcertava la platea di Fermo, che in tema di lotta alla mafia lo trovava quantomeno tiepido: e non sapeva che Brutti è tra quelli che insorsero contro le rivelazioni del pentito Giovanni Brusca sulla trattativa fra Stato e mafia, viceversa confermata dal prosieguo delle indagini. Un irriferibile patteggiamento sfuggito di mano allo Stato, che assiste impotente al rialzo della posta, le stragi prima di via d’Amelio poi di Firenze, Milano e Roma. La morale del libro è atroce: di mafia la politica si occupa quando alza troppo la testa, quando la sua violenza supera il livello di guardia; ma appena rientra nei ranghi la politica smette di occuparsene, non la disturba, non si pone mai il problema di estirparla per sempre. Un male endemico, che a molti fa comodo.
L’indagine di Lodato e Travaglio non si limita a questo. Parla apertamente di normalizzazione, l’appiattimento attribuito all’attuale procuratore di Palermo Grasso, che avrebbe gerarchizzato la procura, estromesso i sostituti, isolato i più esperti e determinati nella lotta antimafia, riabilitato colleghi dal passato chiacchierato come Pignatone, trascurato nelle sue indagini gli uomini politici (uno solo, il governatore Cuffaro, e rinviato a giudizio con una ipotesi blanda, il favoreggiamento anzichè il concorso mafioso). Per questo i due hanno ricevuto l’accusa, lasciata fine a se stessa, di filo-Caselliani. Certo, i due a Grasso non fanno sconti: ma portano a sostegno fatti e circostanze storiche, anche se ha detto un personaggio autorevole dell’antimafia: “I rilievi mossi da Lodato e Travaglio presi uno per uno sono anche giusti: ma se li metto insieme, ottengo qualcosa di più e d’altro, che non mi convince: il rischio è l’isolamento, e in Sicilia l’isolamento prelude all’attentato”. A complicare le cose sta il tempismo del volume, che esce mentre i due magistrati “contrapposti” sono in lizza per sostituire Vigna alla procura nazionale antimafia, anche se Caselli, inviso al regime berlusconiano, sembra bruciato dopo un decreto che proroga di sei mesi il mandato a Vigna, utile a metter fuori gioco il magistrato torinese per sopraggiunti limiti di età. È l’antica maledizione delle cose siciliane, narrando le quali tutto può essere stravolto, ribaltato, orientato. E svuotato. Ma ci si può limitare a leggere questo consigliabilissimo libro per la sua completezza, per la sua carica anche drammatica. E per capire, una volta di più, che della mafia restiamo prigionieri: della sua “aria che cammina”, delle sue metastasi incurabili, dei fatali errori di chi crede di servirsi di Cosa Nostra, finchè se ne ritrova fatalmente servitore. Il Paese dove ermellini e grisaglie ministeriali vengono tenuti prigionieri dal bacio di un mafioso rurale, bestiale, non è cambiato. Non ancora. E chissà se cambierà.
Massimo Del Papa
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