giovedì, 30 giugno 2005
A FUTURA MEMORIA
Dice Berlusconi che tra un anno sarà lui il candidato del centrodestra. Cioè dello schieramento che non esiste più, l’ha fagocitato lui, l’ha comprato e umiliato con le sue leggi personali, ultima addirittura una riforma personale, quella della Giustizia, che peraltro sta bene a tutti. Si dirà che l’accolita di numerari del centrodestra era lì apposta e felice di farsi comprare e distruggere. La sostanza non cambia. Siamo l’unico Paese considerato evoluto a mantenere una destra antiliberale e gestita da un padrone, un autocrate. Se il Cavaliere si ripropone dopo la peggior prova di governo (si fatica a chiamarla governo) dell’Italia unita, avrà i suoi buoni motivi. Uno è di spazzare via i probabili candidati, da Fini a Casini e questo lui l’ha detto apertamente, è una delle poche cose sulle quali non mente. Un’altra è che è sicuro di perdere e vuole lasciare macerie dietro se’, come testimonia la decisione di non ricorrere quest’anno a manovre correttive per quanto richieste dall’UE, dagli organismi internazionali, dal Padreterno. Come a dire: se mi cacciano, toccherà a chi mi subentra di gestire una situazione orrenda. E se non lo cacciano? Non c’è problema, lui continua con le promesse, che agli italiani piacciono sempre tanto. A lui, al Cavaliere, costano niente e rendono molto: la sua Mediaset non si è mai riempita come da quando lui è al potere, e se lo sostituiscono protempore i “comunisti” va anche meglio: sembra un’oca all’ingrasso.
Dice Berlusconi che in due anni rimette a posto il Paese. Lo diceva anche 12 anni fa, poi non l’han fatto lavorare, poi c’erano i comunisti, poi è tornato lui ma c’è stato l’11 settembre, l’euro forte (che lui stesso esaltava, pochi anni prima, ma da capo dell’opposizione), i cinesi, la guerra (che lui stesso ha voluto, da capo del Governo), l’Europa unita, la stampa contraria al 97%, l’opposizione non democratica, i girotondi, i movimenti, insomma tutta la robaccia democratica, interna e internazionale, che andrebbe eliminata una buona volta se vogliamo diventare davvero un Paese felice, coi poveri negli stadi (chiusi) e i ricchi in casa davanti alla tv.
A sinistra questa condizione di delirio può anche stare bene, però non – si badi bene – nella convinzione che sarà più facile scalzare il Cavaliere; ma in quella opposta, che se è ancora lì pronto a succedere a se stesso, sarà più facile mantenercelo. Tanto Prodi non fa più paura a nessuno, Rutelli il lavoro sporco l’ha fatto, D’Alema tra una regata e l’altra se la ride sotto i baffi, sa benissimo che a comandare una guerra ogni tanto va fatta, va avallata in nome dell’amico americano che sennò sappiamo tutti come reagisce: riprende a fomentare i terrorismi interni, secondo la buona vecchia lezione dei Field Manual, crea crisi a ripetizione, e c’è sempre buono il fantasma di Aldo Moro da sbandierare: vuoi tu fare la stessa fine?
È l’essenza della democrazia all’italiana, cascata per causa di Mussolini dalle grinfie nazifasciste al controllo a stelle e strisce: ragione per cui abbiamo votato per decenni Dc, turandoci più o meno il naso per scampare i colonnelli, come in Grecia ma subendo il male minore di una sovranità limitata, di una eversione endemica che dura da circa 40 anni, di uno stragismo nero ampiamente foraggiato dallo Stato, della collezione di treni che saltano, di aerei che saltano, di misteri perenni, di una mafia strutturale, dei pessimi pifferai della rivoluzione puntualmente riscoperti e riproposti come spaventapasseri, degli ambigui capi terroristi restituiti alla libertà e alla notorietà. Per gente come Andreotti (e Berlusconi) questo era il migliore dei mondi possibili, comandare senza comandare e lavandosi le mani come Ponzio Pilato. Per quelli come Cossiga, il signore degli omissis e dei varietà pornografici con la Faranda, ci poteva stare. Per altri, come Moro, era un sistema che andava corretto e hanno corretto lui. Per sempre. A futura memoria. Colpiscine uno per educarne cento. Allora la sinistra senza più anima e dignità, ma con buona memoria, dice: la democrazia storta, all’italiana, è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare: Berlusconi.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
mercoledì, 29 giugno 2005
PEDESTRI
Escono dischi sciapi e più sono sciapi più l’insalano come capolavori. In cosa lo è l’ultimo White Stripes? Nello sfruttare, si direbbe, l’aria fritta, il trito e ritrito che diventa classico, la limitatezza che si spaccia per vintage. È una coppietta cui servono escamotages infantili: vestiti di bianco e rosso, oppure peccaminosi, maledetti, fratellini incestuosi, no erano sposati, sì ma non lo son più, e ti pareva se mancava satana: proprio vero che il diavolo se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.
Dove sia l’inventiva, l’originalità, il talento in questi fenomeni rimuginati a tavolino, è difficile dire. Questo disco nuovo è il clone staminale degli altri tre o quattro, non basta qualche schitarratina scatarrata a fare primavera: il canto è monocorde, la batteria ottusa (per forza, non sa suonarla), il riff sempre lo stesso. Anche coi Rolling Stones apparentemente è sempre lo stesso, ma non ne parliamo neanche. Questione d’atmosfera, di carisma. La strategia promozionale è un po’ quella della Juventus, silenzio stampa, si negano ai giornalisti: ma forse perché son negati. Fanno le risse, le storielle con le attrici. Amm'zza che talento. Qui c’è la stessa minestrina inscipita dei Kills, solo cucinata con più furbizia mediatica. Perciò quelli al secondo disco stanno già alla frutta (giustamente), questi continuano a far sfracelli.
Qui non c’è niente, non c’è emozione, non c’è sincerità, è robetta che cita il blues, lo scimmiotta. Rock liofilizzato, un altro modo per vendere. Infatti vende una cifra.
Stessa faccenda con gli insopportabili Coldplay, che hanno azzeccato un mezzo disco all’inizio e adesso infieriscono nei secoli dei secoli. Maledetti Radiohead che hanno lanciato la moda dei lagnosi, i pulcini nella stoppa, spelacchiati, sfigati (intanto contano i soldi). Lucio Battisti il Grande diceva: “Io non capisco quelli che per fare successo debbono soffrire. Ma che, so scemi?!”. Lui sì che di genialità se ne intendeva. Uno sente ‘sta robetta poi mette su un minuto qualsiasi di Frank Zappa (anche lui insofferente di costruiti e poseurs) e deve restare seduto altrimenti precipita in un vortice, un abisso. Subito dopo scopre tutte le scopiazzate, perché Zappa ha fatto tutto quello che si poteva fare con la musica e cosucce del genere White Stripes sono il festival dei plagi, così tanti che non riesci a contarli. Cosa resterà di questi dischetti? Niente, i fatturati. Anvedi come canta Meg: come una commessa.
Ultimamente ne sono usciti altri, tutta roba che comprarla è far beneficenza scema. Ce n’è una, si chiama Scout Niblett, che dovrebbe essere a metà tra Pj Harvey e Cat Power, invece è a metà di niente. Tutte le 15 “canzoni” (un’ora di noia feroce) sono fatte di un solo riff elementare (due nei momenti di grazia) ripetuto ciclicamente tutto il tempo; altrimenti c’è un infantile stamburare fine a se stesso, privo d’altri strumenti. Lo stentato citazionismo dei Nirvana, anche loro la mediocrità al potere, è evidente.
Beck è una sonora sola. Uscito da due mesi, nessuno ne parla più. Sleater Kinney fanno un gran casino, un muro di schitarrate che non racchiude niente e non si apre da nessuna parte: notevole se hai 15 anni e non hai mai sentito i Pixies, insostenibile altrimenti. Coral, al quarto dischetto sempre uguale, sempre più evanescente, hanno scucciato. Abissalmente noiosi pure i Low, come lo erano stati pochi mesi prima i redivivi American Music Club, come lo erano stati i Lambchop che su 24 brani fotocopia per 90 e passa minuti potevano tagliare (molto) e incollare qualcosa e farne una robetta da mezzora. Quale sforzo da ernia per trovare qualcosa in cazzate così. E’ roba da elettroencefalogramma piatto.
E poi andateli a sentire dal vivo: scoprirete il festival della stecca, della noia e della paranoia. Gente incapace di tenere un palco, coperta da effetti speciali, senza i computer questi sarebbero ai mercati generali. Ma cosa ci vuole a capire che è tutto un discorso di soldi, di fasce di mercato, questi si pigliano la nicchia perchè oltre non possono sperare, e si consolano con la qualità, che vende sempre poco ma sono frottole, è gente che non sa suonare per gente che non sa ascoltare. In America poi, Cristo d’un Dio, pare che una ragazza che non venga su con la sua brava chitarra e “le mie canzoni” e un locale (fumoso, malsano) dove “cantarle” e la sua creatività e la fuga dalla realtà e “la mia musica” e tutte queste monumentali cazzate, non sia una brava ragazza americana, sia frigida, impotente o mentalmente disturbata. In America una dev’essere per almeno qualche anno preferibilmente bionda, obbligatoriamente slavata, piena di problemi (vivamente consigliata l’ex tossicodipendenza, sconfitta ma mai completamente), ostica, agnostica, chiusa, provvista di cameretta fino ai 52 anni dove comporre “la mia musica, le mie canzoni” e poi “portarle in giro”. Altrimenti non va bene. Purtroppo, la solfa prende piede pure da noi, sbarchi clandestini di rompipalle che si son messe in testa che senza la loro musica, le loro canzoni, il mondo perde qualcosa. Anche se qui è tutto più provinciale e il modello che tira di più è sempre, fin dall’inizio, il puttanone tipo Aguillera. Comunque e sempre, siamo qui per far soldi o almeno provarci. Anche cantare, come il giornalismo, è sempre meglio che lavorare. Ma fosse mai che la musica è finita, gli amici se ne vanno?…
Son riusciti a svenderci pure i Subsonica come capolavori. Ma va’, son patacche. Ne riparliamo tra qualche anno. Ecco intanto un saggio stringato di quanto, milioni di euro a parte, la Potente Major ha loro garantito (ed ha imposto a noi).
21 aprile. Subsonica Day su MTV: durante la giornata sono in rotazione i video del gruppo e alle 20.00 vengono intervistati da Enrico Silvestrin, un intellettuale marxista. Alle ore 21.00, in diretta su Mtv Italia, via col concerto a MTV Live@ Supersonic. 22 aprile. Intervista in diretta su Patchanka di Radio Popolare, alle ore 15.00. Incontro con il pubblico alle Messaggerie Musicali di Milano alle ore 18.00. Alle 19.00 in onda sulle frequenze di R.I.N., Radio Italia Network. 23-24 e 25 aprile. In onda MONO su All Music, la monografia dedicata al gruppo che ne ripercorre la storia. 25 aprile. Appuntamento con Linus di Radio DeeJay a DeeJay chiama Italia. 1 maggio. Concerto a P. San Giovanni a Roma. Diretta tv. Manifestazione in difesa dei lavoratori (meno quelli licenziati in 12.000 nell’ultimo anno dalla Major che li produce). 2 maggio. Incontro con il pubblico alla Feltrinelli a Roma. 7 maggio. I Subsonica si esibiscono a Cd:live, su Rai Due, e a Top of The Pops, su Italia 1. 8 maggio. Ospiti di Simona Ventura a Quelli che il calcio, su Rai Due. 9-13 maggio. Artisti della settimana su All Music, protagonisti della trasmissione Azzurro. Stampa. (IV di copertina su Alias del Manifesto). Pagine e pagine d’interviste ovunque, Mucchio compreso, fino a Boy e Punto a croce. Copertina sull’inserto settimanale romano di Repubblica. Una potenza di fuoco che la Mescal non poteva avere. E che infatti ha portato subito Casacci e compagnucci della parrocchietta al primo posto in classifica. Come indipendenti e alternativi non c’è male, ma così va il mondo e così si fabbricano i suc-cessi. Anche se di giustezza dovrebbero chiamarsi “Pedestre” o “Terra terra”.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
martedì, 28 giugno 2005
UNA CONFERENZA STAMPA PER DUE SUICIDI
Ieri l’Agenzia mi ha mandato a una conferenza stampa, erano anni che non ne seguivo. Ma questa si annunciava importante, gli enti territoriali relazionavano sull’istituenda provincia di Fermo, una faccenda da 60 milioni di euro solo per partire. Era un secolo e mezzo che lo sciovinismo fermano, in odio agli ascolani, reclamava il suo territorio. Nel frattempo è arrivata la globalizzazione, sono arrivati i cinesi, han fatto strage di fabbrichette calzaturiere locali e una provincia in più non le resusciterà. Una provincia in più non servirà più a nessuno. Quasi.
Alla conferenza stampa ho resistito meno di due minuti. Lì si vedeva la fine della politica e quella del giornalismo chiamato a controllarla. Non è stata una conferenza stampa, con risposte serie delle istituzioni a domande serie dei cronisti. È stata una fulgida dimostrazione di squallore condiviso. Lorsignori amministratori, di destra e di sinistra, stretti in un disprezzo bipartisan per la funzione d’informare, di rendere conto al popolo. Un anziano cronista ha protestato perché impedito di partecipare all’incontro precedente fra istituzioni: gli hanno riso in faccia, compatendolo per l’età. Trattavano i giornalisti con la condiscendenza che si usa ai dementi. Hanno sciolto una litania di luoghi comuni offensivi, in una dimostrazione di Potere insostenibile. Erano d’accordo su tutto lorsignori, avevano discusso proficuamente, avviato un percorso comune, confrontandosi sugli aspetti fondamentali, sui nodi da sciogliere e via spacciando l’aria, ammorbando l’aria. Si capiva che avevano discusso alla morte, fino a poco prima, sulla destinazione di quei miliardi ma non ritenevano necessario informarne, neppure per sommi capi, i loro votanti, che quella provincia avevano preteso, che quei rappresentanti avevano scelto. Uno, che dietro le quinte c’era, m’ha detto a bassa voce: “Le cose che davvero gli stavano a cuore le hanno discusse eccome: ma non ve le vengono a dire di sicuro a voi”. Si era subito riformato il distacco atroce, il fossato incolmabile tra sommersi e salvati, tra elettori ed eletti, alla lettera. L’informazione, che quel fossato avrebbe dovuto colmare o almeno ridurre, era arresa, disossata. Assente. Felice di farsi umiliare. Tutti a prendere nota del nulla, come scolaretti ritardati, scolaretti di 30 o 70 anni, scolarette attillate e scollacciate, scolaroni sudati e spelacchiati.
Io, dicevo, ho resistito un paio di minuti e poi ho mandato platealmente affanculo i protagonisti di quella farsa: ma i miei ex colleghi mi hanno mormorato dietro, li sentivo mentre lasciavo la sala. Evidentemente, anni di servilismo li hanno geneticamente modificati. Cosa non si fa per (la promessa di) un ufficetto stampa neoprovinciale. O anche solo per respirare l’alito pesante del potere.
Ma la conferenza stampa è stata a suo modo illuminante. Ha mostrato, senza tema di smentita, la morte della politica, quella dell’informazione e la conseguente disaffezione, per l’una e per l’altra, della gente.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
lunedì, 27 giugno 2005
LA BANALITA’ DEL BENE
Quando i servizi segreti di un Paese occidentale riescono a ripescare per i capelli qualche ostaggio dalle polveriere mediorientali, subito le procure aprono un fascicolo e i notiziari parlano di “aspetti poco chiari da accertare”. Ma da accertare cosa c’è? Che le polizie riescono a salvare, quando ci riescono, l’improvvido di turno con manovre sottotraccia, riscatti e ricatti incrociati, corruzione, scambi di prigionieri è tutto meno che una sorpresa. È la regola. Per questo esistono i servizi non a caso chiamati segreti, non solo per mettere le bombe nelle banche o sui treni.
Una volta a casa gli ex ostaggi vengono festeggiati in modo puerile, voli di palloncini, cori da stadio e torte alla crema. Subito la politica se ne appropria e li manda in tour: presidente del Consiglio, capo dello Stato, sindaco, segretari di partito assortiti, qualche fondazione benefica, vescovi, anchormen e manca solo il Festivalbar. Mentre girano, i salvati si producono in interventi non esaltanti ma l’importante è esserci, esternare. Il pericolo scampato dà loro facoltà di straparlare. Le famiglie licenziano gli addetti stampa assunti durante il sequestro ma neppure loro ci stanno a tornare nell’anonimato, imparano subito le movenze, gli atteggiamenti ad uso telecamere, fingono ritrosia, mostrano di negarsi ma intanto ci stanno, non si negano mai. Dicono gli ex ostaggi trasformati in eroi: “Ringrazio tutti, tornerò laggiù”. S’intende a salvare il martoriato Paese che senza di loro affonda. Sul fatto che il loro volontariato velleitario serva a incrementare il locale terrorismo o resistenza che dir si voglia, compresa quella indiscriminata contro gli stessi connazionali, glissano tutti, soavemente.
Non si riesce mai a capire bene in cosa consista questa irrinunciabile opera di volontariato. Le due Simone pare mandassero avanti una biblioteca mentre preparavano esami all’università, una faceva corrispondenze per “l’Unità” e veniva da un lavoro al ministero della Difesa, cioè della guerra, con D’Alema premier. Le due fanciulle, passate dalle pietraie irakene a un servizio su un giornale nazionalpopolare dove posavano in atmosfera balneare, hanno mentito sulle circostanze della loro liberazione attribuendone il merito allo Scelli della Croce Rossa e di Forza Italia, in buoni rapporti con la coppia neofascista Mambro-Fioravanti, con il quale avevano ripetuto la sceneggiata dello sbarco una decina di volte perché Bruno Vespa non era mai contento. Ha chiesto il pm Ionta che si occupa di rapimenti italiani in Medio Oriente: “Perché per mesi hanno dato il merito della loro liberazione a Scelli e solo ora dicono che fece tutto Calipari?”. Ma non ha ricevuto risposta, anche lì era meglio glissare.
Le contraddizioni dei volontari si proiettano su quelle dei governi. Non ci avevano detto che i nostri contingenti erano “in missione di pace”, impegnati in compiti di assistenza e cooperazione? Allora che ci stanno a fare dei singoli volontari civili indifesi, a volte sprovveduti e comunque utili a costituire un pericolo per sé e per gli altri, tanto che gli altri paesi coinvolti (noi, si sa, siamo più eroici) hanno preteso il ritiro temporaneo, fino a condizioni più vivibili? Delle due l’una: o stanno solo a creare problemi, oppure sostituiscono meritoriamente le forze di pace impegnate a fare la guerra. Si glissa anche qui, senza scampo. Intanto sugli equivoci c’è chi si fa la carrierina politica.
Queste reduci del libero giornalismo e/o volontariato non paiono a sentirle persone di grande consapevolezza, le loro ragioni sono confuse, le loro competenze lacunose, le loro aspirazioni modeste, infantili. Padronissime di fare le loro scelte, ma di qui a trasformarle in eroine ce ne corre. Benedetto il Paese che non ne ha bisogno, e puntualmente questo Paese ha un disperato bisogno di succedanei d’eroismo per candeggiarsi la coscienza. Glissando ove conveniente. L’intervista concessa a burqa ancora caldo via radio dalle Simone a Maurizio Costanzo, sul canale del presidente del Consiglio che ha mosso guerra alle popolazioni dalle Simone soccorse, è parsa una trovata pubblicitaria alquanto grottesca; la conferenza stampa del giorno seguente ha brillato per improvvisazione e per pochezza, la ricostruzione dello scenario geopolitico internazionale delle due fanciulle ricordava per completezza e profondità quelle di Jovanotti. Sere fa sul canale “Planet” Santoro ha condotto una trasmissione, ospite la Sgrena osannata come la Madonna anche se il suo merito maggiore sembra essere quello di avere avuto fortuna. Una che per diretta ammissione non aveva capito nulla della realtà che s’incaponiva a raccontare, ha sprezzato le più elementari regole di sicurezza confidando in un pedigree comunista che in Iraq non ha senso, è stata salvata a carissimo prezzo e una volta rimpatriata ha scialato col compagno Pier in una serie di dichiarazioni contraddittorie e sconcertanti, come quella per cui nel video in cui implorava aiuto recitava, caricava i toni. Non maggiore chiarezza ha portato sulle circostanze del’agguato costato la vita al suo salvatore, Nicola Calipari. Una giornalista dovrebbe diradare la confusione, non alzarla. Forse è per questo, per diradare la confusione che insieme al compagno Pier curerà un film su se medesima. Fa bene, ormai è diventata “una icona” mentre prima nessuno la conosceva.
Nell’oblio restano molti volontari nostrani, di paese. Frequentare i luoghi del dolore in Italia non porta medaglie né ingaggi, infatti sono spogli di sostegno spirituale e materiale. Il mio amico Bruno, messo in carrozzina a 20 anni da una febbre virale, ha girato per istituti e ospedali mezza Italia; nel ’70 s’è fermato alla Comunità di Capodarco di Fermo, sono stato suo assistente barista ai tempi del servizio civile. Siamo amici da allora, da 15 anni. Mi fa notare che comunque i disabili qui lo sono meno che altrove, possono uscire, lavorare, non hanno più il problema della fame, dell’abbandono come in Iraq. Ma poi aggiunge che quello che ancora manca è l’affetto, “noi lo cerchiamo, lo cerchiamo, è inutile negare, chi vive così ne ha un bisogno infinito, fottuto, se poi lo riceviamo siamo disposti ad aprire anche le nostre braccia ma l’impulso iniziale è chiedere amore, cacciare amore. Ma di generosità ce n’è poca”.
Negli ospedali, nelle carceri i reclusi non hanno nessuno da incontrare, i pochi volontari vanno dai 70 anni in su. Le corsie sono vuote addirittura di parenti. I volontari carcerari sono 7.800, in calo rispetto al 2004, e in un Paese di 57 milioni di persone, per un universo concentrazionario di 56mila reclusi, quasi il doppio della capienza consentita dalle patrie galere, vecchie e fatiscenti. Secondo il progetto Pandora, gli educatori sono 551 su 1.376 previsti, 1.200 gli assistenti sociali, quasi tutti impegnati all’esterno, 400 gli psicologi. Mi ha detto una guardia carceraria: “Quello che manca ai detenuti sono una occupazione e, soprattutto, uno straccio di contatto umano”. Nelle comunità di accoglienza i volontari si sono fatti a pagamento, sono dei professionisti del volontariato, dei non-volontari. Dice don Vinicio Albanesi della Comunità di Capodarco: “La spinta propulsiva degli anni ’70 si è esaurita ma non da oggi, sono 15 anni che l’aiuto disinteressato è in calo e a questo punto la situazione per il sociale si fa drammatica”. Secondo l’ultima ricerca “Gli italiani e la carità”, realizzata da Astra per la Fondazione Casa della Carità, il 52 percento degli italiani, più di uno su due, non ritiene di doversi impegnare in alcun modo a favore dei poveri, dei deboli, degli ultimi. Un mare di egoismo, indegno di un Paese civile. In compenso c’è la fila in Iraq, dove evidentemente i bisognosi sono diversi. Di sicuro sono diversi i rischi. Noi, senza l’ironia politicamente corretta di Michele Serra, che irride “l’azienda dei sequestri irakeni” con l’aria di suggerire che se l’azienda è fiorente è anche perché non manca volonterosa materia prima, continuiamo a vederci un cocktail stordente di buona fede, idealismo, protagonismo, superficialità e fuga dalla banalità del bene. Il guaio è che dove la solidarietà è materialmente impossibile i danni superano di molti i risultati. Ma è meglio glissare.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
domenica, 26 giugno 2005
CYRANO DA VIVERE
Un Cyrano vivo nato da un Cyrano morto. Anzi, abortito. Era il programma in partenza su Rai 2, addirittura annunciato, stoppato alla vigilia della prima puntata per intercessione di Antonio Socci, perché gl’integralisti cattolici sono dei figli di una puttana incompatibili con qualsivoglia giustizia, lealtà, democrazia e financo carità. Da quelle ceneri televisive è nato l’altro Cyrano, teatrale, diverso, la cui genesi la spiega da par suo lo stesso demiurgo, Massimo Fini, nel freschissimo “Massimo Fini è Cyrano” (Marsilio).
Fini, negli anni Settanta ottima promessa del giornalismo italiano, non ha tradito le premesse ed è oggi il migliore italiano insieme a Giorgio Bocca. Come il Grande Vecchio, Fini ha saputo armonizzare in una weltanschauung apocalittica e coerente la profonda cultura di cui è imbevuto, e della quale, lungi dal servirla, si serve per continuare a incarnare un giornalismo “contro tutti i luoghi comuni”. Orgogliosamente perdente. Massimo Fini non va in televisione, neanche da quel casinista di Santoro, perché s’è tirato fuori, già nelle fasce del mestiere, dalle mafie opposte e uguali di destra e sinistra, come dire liberalismo e marxismo, come dire ancora anticultura versus egemonia gramsciana. Fini è un eretico vero, un anarchico guasto, un individualista fottuto. Umanamente è un tirapacchi senza malizia, se ti dà un appuntamento lo manca con certezza matematica, specie se hai fatto 500 chilometri per raggiungerlo. Ma la sua natura di uomo in fuga - da un mondo gassoso, dal volgare successo, da se stesso – te lo fa perdonare, per così dire, volentieri. È bello sapere che hai colleghi così. Fini è uno che lavora dove e come può. Però è un uomo libero. Senza paura e senza vergogna d’esser libero. Per giunta, scrive assai bene. Questo suo agile testo racchiude magicamente, in appena cento pagine, l’intera piece teatrale che da alcuni mesi Fini va portando a spasso (riprenderà ad ottobre) con una compagnia dinamica e stravolta, sulla quale nulla dico per non guastare il piacere della scoperta, e della lettura. Ma quello che è più notevole, è che queste cento pagine condensano e sciorinano il senso di un percorso esistenziale e professionale: l’attacco sistematico a un modello di sviluppo illusorio e perciò alienante, la visione di marxismo e liberalismo come due arcate di un ponte marcio e ormai fatiscente, funzionale ad apparecchiare una società tecnicistica e (fintamente) orgiastica. La progressiva decomposizione dell’uomo da cittadino a suddito a consumatore. La denuncia della democrazia come mera finzione oligarchica. La crisi di una democrazia liberale che non a caso tentiamo d’esportare, come merce avariata, nel cosiddetto mondo terzo. Un vuoto spaventoso di valori che alleva, come fiori di serra, i suicidi.
Ecco, in queste pagine è bello immergersi per affogare, morire delle nostre contraddizioni e rinascere rigenerati, più consapevoli, più umani. Proprio come Cyrano.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
venerdì, 24 giugno 2005
I TARTUFI
“Dopo essermi documentato sono arrivato alla conclusione che l’impegno e la beneficenza all’italiana servono soprattutto a sciacquare le coscienze e a giustificare l’assenza di un impegno reale su certi argomenti da parte dei politici… [Bono Vox] non ha mai chiesto 100 lire ai suoi fan, non ha mai fatto beneficenza per promuovere un disco, come accade spesso da noi. Non ha mai invitato nessuno a inviare un sms per raccogliere fondi. E soprattutto nelle sue canzoni non parla di questi argomenti (…) io ci ho provato, ma sinceramente non mi sono sentito in grado di gestire l’equilibrio tra ispirazione artistica e credibilità politica (…) [Bono] incontra leader di tutto il mondo, io al massimo mi sarei potuto ritrovare in un salotto tv con Sgarbi. E l’azzeramento del debito sarebbe diventato un affare da cortile”.
Così parlò Jovanotti sul Corriere magazine del 23 giugno 2005. Ebbi con lui una polemica quando si presentò a Sanremo zompettando come un misirizzi mentre così incitava l’allora presidente del Consiglio D’Alema: “Riduci il debito–oh-oooh! Riduci il debito-oh-oooh!…”. Scrissi sul Mucchio Selvaggio che era un modo comodo, furbo, ma non serio di affrontare certi problemi troppo più gravi d’una comparsata al festival. Mi rispose indignato, convinto d’aver salvato i Paesi poveri. Replicai che da uno come lui, passato in un lampo dall’edonismo reganiano “Sei come la mia moto” all’impegno terzomondista, non accettavo lezioni di morale e rivendicavo tutto il mio scetticismo. Fui facile profeta nel dirgli: “Vedrai che, passata la moda, ripudierai anche questa coscienza sociale di facciata”. Prendo atto che, dopo anni di vaneggiamenti, si è finalmente informato. E ha ripudiato.
L’altra polemica la ebbi non solo con Jovanotti ma con la Santa Trinità al completo, Liga-Jova-Pelù, quando incisero la canzoncina di beneficenza “Il mio nome è mai più” sulle mine antiuomo. Sempre sul Mucchio, rivolgevo loro alcune semplici domande: quanti soldi sono girati? Dove sono finiti? Chi li ha versati? Chi ci ha guadagnato? Come si spiega che chi pochi anni prima cantava lavati la coscienza/con un po’ di beneficenza, ora sembrava convertito proprio a quella comoda soluzione? Non è una logica di destra cavarsela con una semplice raccolta di soldi senza mettere in discussione le dinamiche dell’ingiustizia (don Milani)? Non è incoerente farsi produrre una canzone contro le bombe da una multinazionale discografica, parte di una più grande conglomerata che investe nella ricerca bellica, come la Wea cui tutti e tre risultavano contrattualmente legati? Qual è il confine tra beneficenza, solidarietà e autopromozione?
Jovanotti, scottato dalla prima esperienza, non rispose. Pelù si limitò a fare il gesuita nella sua autobiografia “Perfetto difettoso”: “Sorprendentemente, il Mucchio ci attaccò”. Ligabue fu davvero spregevole. Girò un video dove un giornalista falso e viscido, dalla fisionomia terribilmente simile al direttore del Mucchio, Max Stèfani (chissà che fatica, le selezioni per trovare un sosia così fedele), gli carpiva dichiarazioni puntualmente stravolte. Poi andò allo spettacolo nazionalpopolare condotto su Rai 1 da Claudio Amendola (già sedicente “comunista in Mercedes”, quindi anfitrione della serata finale del Grande Fratello n. 3 su Canale 5, di seguito protagonista del fondamentale “Il ritorno der Monnezza”, infine testimonial di significativi spot per i telefonini), a domanda (concordata) rispondendo che “certi giornalisti (che poi ero io) guerrafondai scrivono contro il mio impegno sociale”. Ligabue è peraltro lo stesso cantante da Festivalbar riuscito a concedere due interviste antitetiche nello stesso giorno (20 novembre 2003): la prima al quotidiano barricadero “l’Unità”, nella quale si definiva “un privilegiato di merda” e sparava a zero su Berlusconi; la seconda al settimanale nazionalpopolare berlusconiano “Sorrisi & Canzoni”, dove non sparava su nessuno, rinfrescava il suo merdoso privilegio chiacchierando del suo nuovo total look Armani, e si soffermava su imprenditoria, donne & motori, cioè i valori privilegiati dal pubblico di Berlusconi. Nessuno dei tre, in ogni modo, accettò il benchè minimo contraddittorio. La Wea, infine, mandò al Mucchio un fax senza precisare alcuna consistenza e destinazione dei fondi raccolti, viceversa invitando il giornale a farsi gli affari suoi. Neppure il guru talebano Gino Strada, destinatario della carità ligajovapelosa, e la cui Emergency è ormai una griffe come Calvin Klein, sembrò accorgersi di nulla.
Naturalmente, sul Mucchio venimmo presi di mira dai volonterosi fanatici dei suddetti cantanti proletario-miliardari, che ci rivolsero le accuse più stravaganti e fantasiose: ipocriti (noi!), invidiosi, rompicoglioni, moralisti, cattivi, esibizionisti (sic!). Ma era destino che i nostri rapporti con le ineffabili ugole d’oro, alla lettera, della resistenza canora dovessero ulteriormente degenerare. Cascammo ancora in un’altra diatriba, stavolta col gruppetto marx-modaiolo dei Subsonica, cui il direttore Stèfani ed io contestavamo una indipendenza di facciata, rimarcando i mille agganci con quel potere berlusconiano che pretendevano di combattere “dall’interno”. Rispose Casacci (anche di questa lite conservo le tante, troppe e-mail per motivare l’ipocrisia) rivendicando improbabili “altri impegni”, “altre lotte”, dandoci ovviamente di invidiosi, e confermando sempre e comunque la sua indipendenza, della quale testimoniava la militanza in seno all’etichetta disografica Mescal. Che, da parte sua, ci tolse immediatamente, per rappresaglia, quella poca pubblicità su cui il giornale contava per andare avanti. Come sia andata a finire, è storia nota. I Subsonica hanno mollato la Mescal per consegnarsi ad una multinazionale del disco contro un pacco di milioni di euro e una serie di comparsate promozionali in tutti e ciascuno i media del regime; contestualmente, Mescal ha avviato una serie di azioni legali contro gli ex pupilli, accusati di violazioni contrattuali, di insussistenza artistica e di una serie di comportamenti di indicibile squallore e falsità, sui quali preferiamo sorvolare.
Tutto questo lo riepiloghiamo qui perché, ogni tanto, la frase “noi l’avevamo detto” va pronunciata, senza falsa modestia. Il discorso travalica i limiti di una inutile e patetica rivendicazione: il Mucchio, nella persona del direttore, e il sottoscritto non debbono ricordare a nessuno le battaglie giornalistiche combattute; ne conoscono perfettamente la solitudine e le difficoltà anche interne: abbiamo avuto contro persino la gran parte della redazione, graniticamente schierata all’insegna del “vivi, lascia vivere e chiudi occhi, orecchie e bocca”.
Il fatto è che di quelle battaglie rivendichiamo il dovere, non il merito: da giornalisti, e di un giornale di critica musicale, dovevamo semplicemente affrontarle; che i fatti ci abbiano dato ragione, egualmente non è un vanto: i fatti erano lì, evidenti. Bastava annotarli, bastava darne conto. Bastava non chiudere gli occhi. Noi abbiamo fatto solo lo stretto indispensabile e doveroso. Perché questo è il nostro dovere di giornalisti: vedere quello che c’è, ed esserne scontenti. Non scrivere in eterno il solito articolo, “tutto va ben madama la marchesa”.
Nessun merito, dunque, e nessun vanto. Solo il dovere della memoria, del rispetto del pubblico e del mestiere. Gli stessi obblighi che oggi c’impongono di ribadire che i nostri cantanti progressisti, da Jovanotti in poi, sono dei lussuosissimi e viziatissimi (e confessi) ipocriti che sull’ipocrisia hanno costruito la loro carriera, a destra della sinistra e a sinistra della destra. Sono gente che un bel giorno arriva a sostenere, con sublime naturalezza, l’esatto contrario di quanto sostenuto, anche in tono arrogante, per anni. Dobbiamo sentirci fare prediche eguali e contrarie da artisti in saldo, disinformati per vocazione, evirati del talento. Dobbiamo sentirci spiegare, come fosse la cosa più degna del mondo, che le concioni pro Africa, per i poveri, per cancellare i debiti, sull’indipendenza, sull’alternativa, sulla lotta, sull’impegno, con cui per anni ci hanno riempito la testa, erano in realtà balle cinesi, utili a promozionare un atteggiamento, un’immagine, un disco. Dobbiamo vederli tornare circolarmente all’eterno ritorno del disimpegno, “oggi mi concentro solo sulla mia musica”. Insomma dobbiamo sentirli sbugiardare se stessi, ma col sussiego di chi non tollera critiche né memoria, abituato sempre e solo a veder pendere delle sue labbra, qualsiasi scemenza eruttino. E dobbiamo appunto vedere i cari colleghi, dall’Unità in poi, pendere sempre e comunque dalle loro labbra, come se questi sgangherati maestri di pensiero non fossero, in soldoni, degli ipocriti. Peggio che ipocriti: sono dei tartufi giganti. Dei tartufoni.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
giovedì, 23 giugno 2005
E LA CHIAMANO ESTATE
Ricordate il ministro Sirchia, quello propenso a conservare i vecchi nei supermercati, dotati d’aria condizionata, per tutta l’estate? Lo spernacchiarono in tanti, invece aveva ragione: per l’anziano Berlusconi ci vorrebbe una cella frigorifera perché non c’è niente da fare, lui l’afa non la regge: coi primi caldi, oltre a squagliarsi il lifting, prende a dare di matto. Due anni fa, il 3 luglio, squassò il mondo peggio che un attentato di Bin Laden con l’eurofiguraccia del “ruolo di kapò” proposto a un parlamentare tedesco che aveva avuto i genitori internati in lager. Nessuno scorderà il gelo atroce nella grande aula, lo sconcerto mondovisione, Prodi che sbiancava sull’orlo dell’infarto, Fini nero come non lo era mai stato mentre il labiale alla moviola sillabava “t’avessero appeso a testa in giù a piazzale Loreto”. Quest’anno, puntualissimo il 21 giugno, solstizio d’estate, il Cavalier Fuoriditesta ha ritoccato il record prendendosela addirittura con un capo di Stato, la presidente della Finlandia sguaiatamente insultata per un’oscura storia di prosciutti: “Ho dovuto rispolverare le mie arti di playboy, ho fatto la corte alla presidente finlandese per assegnare a Parma l’agenzia alimentare europea”. Praticamente ha dato a una Presidente della Repubblica in un sol colpo del mignottone, della corrotta per motivi abietti e della miope, che è il vero motivo dello sdegno. La presidente, che si chiama Halonen, pare la sorella brutta di Rosy Bindi ma ci vede benissimo e l’idea di una liaison con un nano demente non le è affatto piaciuta: per cui il suo Paese ha ufficialmente protestato. È scoppiato un casino, con tanto di convocazione ad Helsinki dell’ambasciatore italiano, che probabilmente avrà spiegato al ministro degli Esteri finnico: abbiate pazienza, è un vecchio rimbambito, ancora pochi mesi e ce lo togliamo dalle palle, centrosinistra permettendo. Mentre il vecchio ganimede ritinto se ne usciva con l’ennesima trovata da caserma, l’UE pensava a come sorreggere l’Iraq in crisi e l’Italia registrava un tragico crollo dei consumi: meno 4 percento ad aprile, con proiezioni devastanti sull’estate; il nostro primo ministro esorcizzava il tutto a colpi di battute da filmaccio scorreggione con Bombolo e Alvaro Vitali. Va brevemente ricordato che nella sola estate bestiale del 2003, Berlusconi è stato capace di: crocifiggere a oltranza la sinistra in Italia e in Europa, definire “adatto al ruolo di kapò” un eurodeputato socialdemocratico tedesco il giorno stesso dell’insediamento alla presidenza di turno dell’Unione europea, battezzare come “mentalmente disturbati” e “diversi dagli altri esseri umani” i magistrati, scatenare commissioni parlamentari sull’operato del centrosinistra, scatenare i suoi media personali sulle stesse vicende, querelare giornali stranieri che gli chiedevano conto delle sue personali fortune, querelare per 15 milioni di euro il leader dell’opposizione Fassino, rivalutare la memoria del duce “che mandava in vacanza la gente al confino senza ammazzare nessuno”, spiegare di conseguenza ad uno sconvolto capo delle comunità ebraiche, Amos Luzzatto, che “non volevo offendere nessuno, avevo appena scolato una bottiglia di champagne”. A questo punto, per il gran finale (si spera) sulla ribalta italiana e di riflesso europea, autorevoli indiscrezioni suggeriscono un’estate di gran lunga più spumeggiante: consigli dei Ministri presieduti in costume da clown, piedoni, cappello a cono e lingua di Menelik soffiata in un occhio a Fini. Lancio di bombette e mortaretti in Commissione Stragi. Pacche sui coglioni a Pera, gioco del sapone caduto a Follini, sodomie col manico di scopa a Casini, manate sul culo un po’ a tutte dalla Prestigiacomo a Rita Levi Montalcini. Irresistibile imitazione del coccolone di Bossi con tanto di parlata strascinata alla Vasco Rossi. Fuochi d’artificio per commemorare la strage di via d’Amelio. Gesto della pugnetta al card. Ruini in visita ufficiale, stornellata col chitarrista Apicella in udienza dal Santo Padre sull’aria di “Osteria del Vaticano”. Cineforum estivo con “I magnifici di Berlusconi”, rassegna cult dei momenti più esaltanti di 5 anni di governo maschilista e sessista, dalle barzellette sporche a Bill Clinton alle allusioni pubbliche sulle avventure di donna Veronica da Cacciari al primo ministro danese, alle mitiche corna sulla testa del ministro europeo, sino al freschissimo "dito medio" a Bolzano. Opera di teatro off, sul modello del “Rocky Horror Picture Show”, dal titolo “Quella volta che m’ingroppai la regina madre”. Esibizione rock, favorita dalla prodigiosa ricrescita dei capelli, di “I wanna be your dog” di Iggy Pop, con tanto di leccata di scarpe a don Baget Bozzo. Campionato di rutti con lo stato maggiore di Forza Italia. Torneo di scaracchi estivo in Costa Smeralda con Bush e Blair (“chi vince si tromba Condolezza!”). Esilarante calcio in culo a Carlo Azeglio il giorno di Ferragosto, seguito da fagiolata reale al Quirinale con conseguente Gran Carousel petomane sottobraccio a donna Franca. Cancan in calze nere e giarrettiera dell’intera Casa delle Libertà. Simpatici cori da stadio in Parlamento con gesto del Tafazzi ai parlamentari interisti, gesto della siringa a quelli juventini, gesto della forca a quelli comunisti. Auguri finali a reti unificate col “gesto della sgnacchera”, indice e medio a fessura, come nuovo saluto nazionale. Dopodichè il portavoce Bonaiuti diramerà un’ultima triste dichiarazione, “nessun caso diplomatico, solo una garbata ironia”, prima di farsi saltare imbottito di tritolo a Villa san Martino di Arcore.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
mercoledì, 22 giugno 2005
AL DI LA’ DEL BENE E DEL MALE
Sarà stato forse per reazione ad una fisionomia di trascurabile sgradevolezza, ma l’ex professorino della rivoluzione Adriano Sofri ha brigato fino a diventare “un caso di salute pubblica”, come lo definì Montanelli. Da una parte il cosiddetto Guardasigilli Castelli indisponibile a concedergli la Grazia che però firmerebbe volentieri per Priebke ed altri criminali nazifascisti. Dall’altra un capo dello Stato che sembra non aspiri nella vita ad altro che liberare il prestigioso recluso. Uno che tuttora riceve dai notiziari di regime attenzioni stravaganti, la ragione delle quali resta oscura. Adesso pur di tenerlo occupato gli hanno concesso un impiego umiliante alla Normale di Pisa, che però i telegiornali ingigantiscono. Cosa abbia mai fatto Sofri per assurgere al ruolo di detenuto (per omicidio) più viziato, ossequiato e invadente del mondo, non è chiaro. Sta di fatto che i media gli hanno consentito da una parte di praticare l’arte del vittimismo, dall’altra di rendere la sua detenzione sempre più virtuale, sempre più svuotata al punto che la sua liberazione a questo punto pare dovuta, quasi a sancire una condizione già ampiamente raggiunta nei fatti.
Ma Sofri non è, come tutti pretendono, lui per primo, un perseguitato. Si può tranquillamente dire che nessun condannato (in via definitiva per l’assassinio di un funzionario di polizia) ha mai goduto di tali e tante garanzie come questa curiosa figura d’intellettuale più fumo che arrosto, dal percorso ideologico sinuoso e spregiudicato, dal cerchiobottismo erudito, restio a prendere una posizione decisa e a mantenerla, più furbo che colto, laico ma contiguo al clero, classificato a sinistra ma per convenzione, rivoluzionario né pentito né confermato. Sofri ha avuto a disposizione un numero incredibile di fasi processuali, perfino una legge su misura per consentire una riapertura del procedimento dopo il giudicato, per giunta impugnata, senza esito anch’essa. Nessuno mai, secondo costume italico, si sofferma a scorrere gli atti, le motivazioni delle sentenze viceversa illuminanti; per Sofri, come per Andreotti ed altri imputati eccellenti, la verità processuale, se sgradita, si rimuove, per calcolo o servilismo morale. Più viene confermata la colpevolezza (sulla quale si può discutere, ma alla fine deve pur essere accettata, in un sistema statuale di diritto), più se ne pretende la cancellazione. Ma l’ostinata colpevolezza di Sofri non matura per un colossale complotto tra il Pci e la magistratura, secondo una versione sofriana curiosamente recepita, pro domo sua, dal suo attuale editore, il presidente del Consiglio. Ci può essere, si capisce, l’errore persistente, alla Dreyfus; ma resta che da quei processi Sofri esce con una immagine che non è precisamente quella dell’intellettuale sopraffino, senza macchie, perseguitato: ma come un fanfarone che non sa portare a suo discarico controprove con cui sburgiardare quelle, certamente opinabili in più parti, del suo accusatore, Marino. Sofri, che ama paragonarsi con arrogante modestia a Raskoln’kov, ricorda semmai un Semjonovic. E comunque, in questa sede non è in discussione la sua responsabilità penale, quanto quella morale: che, al contrario, resta piena, evidente, indiscutibile. È di questa che vogliamo occuparci qui. Ponendo una serie di domande non tanto a un presidente come Ciampi, che verrà ricordato per la sua opportunistica debolezza istituzionale, per avere firmato senza rimorsi alcune fra le più sconce ed ingiuste leggi nella Storia di questo Paese. Queste domande le poniamo, idealmente, agli sfrenati paladini di Sofri, uno che fino alla confessione di Marino pareva avviato ad un deprimente oblio e invece ora spacca il Paese su una Grazia che par doverosa a prescindere, senza saper bene perché.
Si sostiene da più parti che Sofri la Grazia non avrebbe dovuto ottenerla, per il semplice fatto che non avrebbe mai dovuto essere stato non diciamo carcerato, non diciamo condannato: ma nemmeno giudicato. Non si giudica un uomo come lui! Un intellettuale di cui si decanta la limpida consistenza etica e morale. Ma è lo stesso che trenta e passa anni fa ebbe a scolpire:
E' chiaro a tutti che sarà Luigi Calabresi a dover rispondere pubblicamente del suo delitto contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara… E' per questo che nessuno, e tantomeno Calabresi, può credere che quanto diciamo siano facili e velleitarie minacce. Siamo riusciti a trascinarlo in Tribunale, e questo è certamente il pericolo minore per lui, ed è solo l'inizio. Il terreno, la sede, gli strumenti della giustizia borghese, infatti, sono giustamente estranei alle nostre esperienze… Il proletariato emetterà il suo verdetto, lo comunicherà e ancora la', nelle piazze e nelle strade, lo renderà esecutivo… Sappiamo che l'eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati: ma è questo, sicuramente, un momento di una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino.
E, a cadavere ancora caldo:
Calabresi era un assassino, e ogni discorso sulla spirale di violenza, da qualunque parte provenga, è un discorso ignobile e vigliacco, utile solo a sostenere la violenza criminale di chi vive sfruttando e opprimendo… Non possiamo accettare un giudizio opportunista che fa di ogni azione diretta il risultato della provocazione e dell'infiltrazione del nemico di classe. L'uccisione di Calabresi è un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia.
Sofri ha poi definito “obiettivamente orribili” quegli articoli (ma c’è dell’altro, e di più): ma in modo impersonale, quasi accademico; comunque non se n’è mai pubblicamente scusato con la famiglia di Calabresi, che sarebbe stato l’unico, definitivo atto di un uomo dignitoso. Erano i tempi in cui Sofri, preoccupato d’essere scavalcato a sinistra dalle formazioni già nella lotta armata, predicava da par suo la teoria della violenza e dell’azione militare nell’imminenza dello scontro generale (poi rimasto una chimera, per fortuna).
Il procuratore generale nel processo di revisione ha definito “una sferica organizzazione di balle” quelle proposte, a discolpa, da Sofri. Il quale, da parte sua, concionava in aula: “Non ho mai abiurato il mio passato, non ho mai escluso che mi potesse capitare nella vita di diventare un omicida…”. Ma che significa? Che l’uomo era disposto a tutto ma si è degnato di trattenersi? È una delle tante affermazioni roboanti ma vuote, fumose, interpretabili a piacere, nelle quali l’uomo è maestro. Ha quindi aggiunto, più recentemente: “Chi si assume la responsabilità di prendere decisioni che segnano il destino altrui, deve poi seguire le conseguenze di queste decisioni fino al punto finale”. Parlava per sé? No: parlava per chi l’ha costretto in prigione: il punto finale, nella sua storia – aggiunge il leaderino pisano-triestino – “è stato il mio corpo scaricato in carcere. Ritengo questa decisione inammissibile, perciò non ho mai voluto attenuare di nulla la responsabilità di chi ha deciso questo percorso”. Qui davvero l’improntitudine non ha limite: il punto finale, nella storia del commissario Calabresi, è stato l’essere scaricato in una bara, dopo la campagna organizzata da Lotta Continua e dunque da Sofri (e anche per suo ordine, secondo i giudici), che dipingevano Calabresi come “il commissario finestra” e anche “il commissario cavalcioni”, con allusione alla morte violenta di Pinelli. Lo additavano, senza alcun riscontro (non esistevano) come un fascista, un servo della Cia, uno che meritava la fine che ha fatto, fine festeggiata con brindisi, esultanza, rivendicazioni morali, scritti deliranti di Sofri e di altri. Oggi per chi li vergò si propone una libera docenza, il Parlamento europeo, una segreteria di partito, la lettura in Duomo di Dante. Ma il “maligno pisano” non ha mai saputo assumersi la responsabilità morale di quelle infamità; viceversa, ha lasciato capire più volte: se qualcuno mi ha creduto, se ha realizzato i miei consigli, se ne assuma le conseguenze: io stavo solo parlando!
Sia maledetto Spinoza che denunciava la trasformazione degli artefatti in idoli! Se ne accorse la vedova Gemma Capra, quando nei processi per pretendere giustizia e rispetto alla figura del coniuge, veniva sbeffeggiata, offesa, umiliata, addirittura minacciata dai discepoli sofriani.
Archiviata (così sembrava) quell’esperienza, o deriva, abortita la rivoluzione, si fa strada il socialismo da bere: e Sofri lo ritroviamo a brindare nella redazione di “Reporter”, periodico craxiano finanziato coi fondi dalla P2, poi rilevato da Berlusconi; già che c’era, non negava la sua prosa, come ghost writer al numero due socialista, Claudio Martelli, il galoppino del celeberrimo conto protezione per il quale è stato di recente prescritto dopo infinita vicenda processuale. Infine (per ora), con l’ascesa del Cavaliere e cioè l’incarnazione del capitalismo borghese piduista d’impronta fascistoide un tempo da annientare, ecco Sofri in soccorso del suo nuovo editore, difeso dalle malevoli voci di mafia e dall’accanimento – lui ne sa qualcosa! – della magistratura comunista. Un percorso che ricorda quello di uno sponsor entusiasta e di peso: Giuliano Ferrara.
Non pago, Sofri arriva a lodare l’opportunistica svolta democratica del postfascista Fini, chiedendo, chissà da quale pulpito, uguale coraggio ai post-comunisti. Non basta: Sofri, col carisma del martire, a un certo punto avvia un inopinato quanto appassionato carteggio con don Giussani, il discutibile e discusso fondatore e guida spirituale di Comunione & Liberazione, cioè il movimento cattolico più oltranzista, affarista, filofascista nella galassia del reazionarismo cristiano. Curiosamente, l’identico percorso lo compie l’ex sodale, poi accusatore Marino, che puntualmente viene bollato come ipocrita e qualunquista: da LC a CL il passo è breve. Sofri no, Sofri da simili attacchi va immune. Egli, si dice, è un intellettuale, non uno squallido frittellaro venduto; dunque, ha più diritto alla buona fede, ha una patente inattaccabile. Ma che modo classista è mai questo di distinguere l’etica della responsabilità?
Senonchè, sudditanze culturali a parte, restano appunto alcune domande su altrettante questioni da chiarire. A nessuno, e questo gli ex estremisti approdati alla politica lo sanno bene, come lo sa Sofri, devono interessare le rapine di Lotta Continua per autofinanziarsi, il servizio d’ordine animato da “sacro furore”, la contiguità al limite dell’inevitabile eversione (che puntuale arriverà quando, disciolta LC, molti reduci, impagabilmente allevati al sacro verbo rivoluzionario, si getteranno in pasto alla lotta armata: parecchi in Prima Linea, che rivendicherà alla propria storia 4 omicidi tra cui quello di Calabresi, a significare una continuità con LC), quello stare “né con lo Stato né con le Br” (irresistibile esempio di ambiguità verbale: quasi uno slogan pubblicitario), le rivelatrici intercettazioni telefoniche contestuali all’arresto di Sofri (dove non ce n’è uno che esprima sorpresa né, tantomeno, indignazione per la volgare accusa), gli atti processuali, il lungo percorso giurisdizionale che ha definitivamente considerato Sofri responsabile penale (non solo morale) dell’omicidio. A nessuno deve interessare il modo prodigioso in cui il Politburo al completo di LC ha fatto carriera (prodigio che viene sbrigativamente liquidato con un clichè mai dimostrato: “erano i più bravi”, certo nell’arte dell’opportunismo, ma non altrimenti) in quello Stato borghese che si pretendeva d’abbattere, alla faccia delle maestranze lottatrici, cioè gli sfigati militanti. A nessuno deve interessare l’epopea di Lotta Continua tra il servizio d’ordine armato (“struttura illegale armata di Lotta Continua”, in atti processuali), le minacce, le rapine, le intimidazioni alla moglie di Marino e al suo sacerdote, don Regolo ovvero la mistica e mitica “febbre da insorti” dell’impareggiabile Erri De Luca, passato dalla P 38 “d’ordine” alla penna. A nessuno devono interessare le eterne e mai sopite pressioni sui telegiornali, per disinformare meglio affidate all’ex lottatore, poi estensore delle bozze di stampo piduista per normalizzare la magistratura, Marco Boato. A nessuno va spiegata la latitanza di Giorgio Pietrostefani, braccio destro di Sofri in LC, rifugiato in Francia dova fa il plenipotenziario di Francesco Cardella, il santone-faccendiere craxiano condannato per truffe plurimiliardarie con la sua curiosa comunità Saman, sospettata di oscuri traffici e una delle cui navi, la “Garaventa II”, stava alla fonda nel porto di Mogadiscio il giorno in cui fu uccisa Ilaria Alpi, che appunto su traffici d’armi e d’altro indagava.
A nessuno debbono interessare le tuttora misteriose circostanze della morte di Mauro Rostagno, ufficialmente addebitata alla mafia, nel furore degli ex lottatori ogni volta che si ipotizzano strade diverse; anche se di loro, Rostagno da tempo non ne poteva più al punto da confidare all’amico Aldo Ricci: “Se questi continuano a rompermi i coglioni, io dico chi ha ammazzato Calabresi”; così come un po’ d’irritazione Rostagno provocava al santone pornografo Cardella, che l’aveva accolto, per emarginarlo meglio, d’accordo con la compagna di Mauro, Chicca Roveri, nella sua comunità di Trapani.
A nessuno deve interessare la strana coincidenza per cui lo “sbirro fascista” Calabresi, “servo della Cia”, quando fu ammazzato stava indagando, tra l’altro, su un traffico d’armi con la Jugoslavia, al quale non pareva estraneo il malavitoso di tendenze neofasciste Gianni Nardi.
A nessuno deve importare come mai Sofri una legge ad hoc (non a caso ribattezzata col suo nome) l’ha incredibilmente avuta, per consentire la revisione del suo processo in sede amica, purtroppo anche questa senza esito. Seguita dall’embrione di un’altra legge, coltivata dal solito Boato, elogiato da Licio Gelli per le sue bozze di riforma della Giustizia; una legge per facilitare la concessione della Grazia, innaffiata dall’anziano ma sempre utile guru Pannella, già felice nel liberare un altro imprescindibile modello di pensiero e di onestà intellettuale, Toni Negri, e nel fiondare nell’agone politico un talento naturale: Cicciolina.
A nessuno deve interessare il fondamento di una affermazione gravissima come quella sfuggita pochi mesi fa al citato Erri De Luca: “Prima liberino Sofri poi diremo la verità su Calabresi”. Uscita prontamente stoppata da Sofri, che certamente stupido non è.
A qualcuno, infine, potrebbe interessare capire cosa Sofri conosca davvero (se non millanta) su Moro, Gelli e la P2, dal momento che l’interessato in materia lascia solo trapelare stille rugiadose di allusioni, come a Rocco Tolfa sul settimanale ciellino “il Sabato” del 20 aprile 1991.
Queste sono le domande che vorremmo sentir fare dai telegiornali, che invece corrono dietro all’illustre perseguitato se solo va a giocare una partita di calcetto come un attempato ragazzino.
Si argomenta che chiedere la Grazia avrebbe comportato l’assunzione di responsabilità da parte di Sofri. Ma non è vero: sarebbe stata semplicemente una dimostrazione di umiltà vera, incompatibile con il personaggio. Io posso pure chiederla - nessuno me lo vieta - la Grazia per rimediare a un’ingiustizia subita. Si sottolinea pure la “grande dignità” di Sofri nell’accettare il suo ruolo di imputato e poi di detenuto: il che altro non significa che quanto in qualsiasi Paese viene preteso come un dovere civile, da Michael Jackson in giù, da noi è una concessione, un’eccezione, un ambizioso punto di arrivo. Si sottolinea che Sofri non si è mai sognato di fuggire: stesso discorso, con l’aggiunta che egli si è degnato piuttosto di subire la detenzione rinunciando a rifugiarsi dove nessuno mai l’avrebbe cercato; e così tutti hanno potuto conoscere cosa significa vivere in prigione, dato che il Nostro non ha mai perso l’occasione di ricordarlo sia che parlasse di calcio, di formaggio con le pere, di guerre (Sofri ha approvato la permanenza delle truppe italiane a Nassiriya: ci voleva coraggio!), di margherite o di masturbazione: sì, perché Sofri, considerato il maggiore intellettuale italiano, sull’”Espresso” è riuscito a soffermarsi pure su questo aspetto del carcere, dolendosi ovviamente non per lui (“sono vecchio”, si scherniva), ma per tanti giovani che in galera si ritrovano costretti a questa umiliante pratica: è giusto, la Grazia generalizzata per via onanistica. Bell’argomentare da intellettuale.
Oggi il detenuto più libero del mondo, il condannato più virtuale della terra, l’omicida (fino a prova contraria) più osannato del creato, il disoccupato più occupato dell’universo va ogni mattina a sfruculiare tra le carte della Normale, garzoncello scherzoso all’ombra rammuffita d’una torre, un Quasimodo qualunque, un conte Ugolino che si pappò i suoi rivoluzionari figlioli, un oscuro novizio del “Nome della rosa”: ma sembra lui la Rosa, sembra che la Normale vada avanti grazie a Sofri, quest’omino di Vitruvio a braccia e gambe larghe al centro del cosmo. Tutto l’universo ruota attorno alla sua celletta nel carcere di Pisa, meta di pellegrinaggi (quando non è vuota per ferie) con telecamere, microfoni e taccuini da tutti i colleghi giornalisti. Colleghi, sì, perché Sofri non ha mai negato la sua penna a qualsivoglia giornale, di destra e di sinistra, guerrafondaio e pacifista, di Berlusconi (alla lettera) e contro Berlusconi, liberista e no-global. Anche questo, che altrove suonerebbe scandaloso, qui è motivo d’indiscussa ammirazione.
La Grazia arriverà. Ormai è matura come una pera. Umanamente è una soluzione felice, perché restituisce la vita ad un uomo. E nessun uomo con un cuore avrebbe la meschinità di dolersene. Ma la questione, questo è certo, non si esaurirà qui. Si dimostrerà, anzi, che questi in cella sono stati anni spesi bene per il detenuto Sofri. L’ex omicida graziato salirà di grado, diverrà forse senatore a vita “per meriti penali”, come scherza Massimo Fini. E magari, perché no, presidente della Repubblica super partes. In un paese siffatto, sarebbe l’uomo giusto al posto giusto.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
martedì, 21 giugno 2005
QUANDO SILVIO AMAVA L’EURO FORTE
La Lega se non ci fosse bisognerebbe inventarla: matti da legare, ma irresistibili i monetaristi padani che ora vorrebbero cassare l’euro, ora affiancarlo alla lira, peraltro già conio ufficiale dell’Italia ladrona, senza mai precisare modalità, avvertenze, controindicazioni: oggi, proprio oggi il petrolio è schizzato a 60 $ il barile, se lo pagassimo in lire un litro di benzina costerebbe come uno di barolo e per un pieno ci vorrebbe un mutuo. Eppure non fu sempre così. Anzi ci fu un tempo in cui andava al contrario.
“Se sei tra quei 14 milioni d’italiani che non hanno ancora deciso se andare a votare, è proprio a te che voglio rivolgermi. So che provi delusione, sfiducia, perché ti hanno riempito di promesse mai mantenute: il fisco ti toglie metà dello stipendio, mancano i posti di lavoro, la pensione non basta mai, ladri e delinquenti girano indisturbati in mezzo a noi. Ma non votare, significa lasciare tutto così com’è, mentre questa volta il parlamento europeo potrà davvero prendere decisioni che cambieranno in meglio la tua vita. Il voto che ti chiedo è… per me, è un voto per l’Europa, ma servirà a farci fare un passo in avanti anche in Italia verso un modo diverso di governare. Non darla vinta all’indifferenza e al pessimismo. Fai vincere di nuovo la speranza!”.
Questo pistolotto di propaganda per le elezioni continentali non è stato fatto in questi giorni. È di 6 anni fa, primavera inoltrata del 1999. Disgraziatamente è quantomai attuale, potrebbe andare benissimo anche oggi, a patto di venire pronunciato allo specchio. Il suo responsabile, infatti, è lo stesso uomo che, un paio d’anni dopo averlo recitato, ha preso il potere in Italia, successivamente anche a livello europeo. E che oggi sembra sempre più allergico all’Europa. Non c’è bisogno di sforzarsi tanto, chiunque può constatare che la sostanza, oltre un lustro più tardi, è addirittura peggiore: il fisco azzanna, la delinquenza ammazza, il lavoro una chimera, siamo ricchi solo di promesse tradite. Eppure il Paese aveva cambiato. Eppure aveva avuto fiducia. Eppure aveva ascoltato chi gliela chiedeva. Eppure aveva fatto vincere di nuovo “la speranza”, “la forza di un sogno”. Allora?
Allora, sei anni dopo, la situazione è sotto gli occhi di tutti. Non c’è organismo italiano, continentale, internazionale che non sottolinei con accenti allarmati la sprofondante situazione nostrana.
Davvero è l’effetto della moneta unica? No. A dirlo, forte e chiaro, è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Solo che lo diceva da capo dell’opposizione (e la Lega non ci trovava nulla da obiettare). Ecco un suo vecchio sermoncino, ancora di propaganda europea.
“Con la sua gestione statalista dell’economia, la sinistra ha fatto perdere in soli 5 mesi all’euro almeno il 10 percento sul dollaro. In pratica, ci ha reso tutti più poveri del dieci percento. E siamo appena agli inizi. La crescita dell’economia in Europa, grazie alle sinistre, è la metà di quella degli Stati Uniti; in Italia, grazie al governo D’Alema, va ancora peggio: la nostra crescita è addirittura la metà di quella dell’Europa. Per questo, non andare a votare o disperdere il proprio voto significa condannare l’Europa e l’Italia alla politica fallimentare della sinistra. Che distrugge posti di lavoro, che aumenta le tasse, che strangola la libera iniziativa. Il 13 luglio, con il tuo voto, dai più forza a Forza Italia; dai più forza alla speranza di cambiamento e di benessere”.
Quantum mutatus ab illo! Oggi il Cavaliere, che nel frattempo ha preso il potere, scarica sull’euro troppo forte la colpa di un’economia mai così esangue in Italia come da quando è lui a gestirla; né si può decentemente sostenere che l’Europa, più che mai perdente contro gli Usa, sia stata in questi anni genericamente “in mano alle sinistre”. Ora, sarebbe interessante scoprire dove porta il sillogismo artistotelico-berlusconiano di 6 anni fa e cioè: l’economia va male; al governo c’è la sinistra; la sinistra deve andarsene. Oggi, se tanto ci dà tanto, Berlusconi più che andarsene dovrebbe scappare a gambette levate: è questione di razionalità cartesiana. Il Cavaliere inesistente deve prendersela con se stesso, visto che è lui a governare. Invece, contraddicendo ogni logica, va a pigliarsela ancora e sempre col resto del mondo. E, soprattutto, con la troppa salute dell’euro, della cui debolezza si doleva non troppo tempo fa. Questa, davvero, è “la forza dei fatti”.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
lunedì, 20 giugno 2005
I DIOSCURI
Ci sono nei punti chiave, negli snodi di potere della società italiana certi dioscuri, immortali tra cielo e inferno, tra le miserie degli uomini e i vizi supremi degli dei, per i quali si potrebbe scomodare l’anatema di Pasolini: “Io so, ma non ho le prove”. Tutti sanno, le passate imprese di questi dioscuri parlano per loro, nell’ambiente sono mormorati tra l’ammirato e il terrorizzato, quando si viene a sapere di qualche nuova prodezza tutti fanno tutto meno che stupirsi. Ma i dioscuri con rispettivi parassiti s’aggrappano invariabilmente alle prove, “se non le avete vi roviniamo” e siccome in Italia non basta neppure l’evidenza dei fatti e gli avvocati migliori ce li hanno loro, i dioscuri dormono felici.
Uno è l’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, del quale basterebbe poco per capire la storia, basterebbe informarsi sui libri che ci sono, che danno conto di buchi neri e coincidenze sospette o inspiegabili. Basterebbe anche scorrere le sentenze-ordinanze delle indagini di mafia che lo mandano sì prosciolto, ma con motivazioni durissime: anche i giudici dicono, noi sappiamo ma non abbiamo le prove. Per i suoi bracci destri e sinistri si sa e si hanno pure le prove. Ma restano al loro posto, tra scranni parlamentari, biblioteche del Senato e consigli d’Europa perché la controprova che annulla le prove sarebbe quella, intramontabile, del complotto della Giustizia comunista.
Anche di molti industriali e banchieri si sa, si dice, si mormora ma al momento buono si nega tutto. adesso c’è un ex odontotecnico che sta scalando 3 banche e il principale giornale italiano, ha cominciato, combinazione, come palazzinaro, gli hanno anche sparato addosso a scopo avvertimento, presto sposerà un’attricetta rifatta e questa è la cosa che più importa mentre l’ambiente finanziario dice di sapere, ma non ha le prove. Pure nella cosiddetta cultura hanno fortuna notori analfabeti che scrivono libri, orecchianti che incidono dischi, si sa che sono tali, si avrebbero anche le prove, evidenti anzi schiaccianti ma le cancella la critica che non critica niente, esalta a gettone ma va bene così, che male ti fanno?
Nello sport detta legge uno come Moggi, altro uscito da qualche buco nero, ex ferroviere diventato dioscuro del calcio. Su di lui sono usciti, puntualmente ignorati, libri durissimi che lo accusano di ogni nefandezza, mai querelati. L’ultimo è fresco di stampa, “Scudetti dopati “ di Carlo Petrini, (Kaos edizioni). Si sa che con una società gestita dal figlio, e partecipata da figli di banchieri e allenatori, Moggi controlla oltre 200 giocatori più addetti, manager e perfino qualche presidente. Si dice che usa metodi mafiosi, che fa e disfa le squadre, che è molto bravo a trattare con gli arbitri, il designatore dei quali è finito in una inchiesta su un bordello di lusso mascherato da centro massaggi frequentato da molti giocatori della squadra di Moggi, la Juventus. Nell’ambiente tutti sanno e nessuno dice niente perché “mancano le prove”, che non ci saranno mai se nessuno si decide a tirarle fuori. Anche il pubblico sa, si accorge che le partite sono tutte truccate, i calciatori gonfiati, i campionati colossali pantomime ma riempie gli stadi e le casse della pay-tv perché siamo nell’epoca del Grande Fratello, lo so che è tutto finto ma non rompermi l’anima.
I nemici di Moggi tacciono anche loro, un po’ per paura, un po’ per rassegnazione e un po’ perché anche fra loro il più pulito ci ha la rogna.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
![]()
Solcando i sette mari
babysnakes

L’obiettivo nostro è ancora scrivere di
vita
Eccomi

![]()
La massima di Massimo
babysnakes on air
MassimoAscolto
La presentazione e... ascolta in anteprima
cliccando sull'immagine
Scorribande

I miei libri






Presto o tardi
Disponibile dal 14 Ottobre 2007
Per informazioni rivolgersi all'autore
babysnakes garage
Compagni di merende
Clicca qui per l'articolo completo
Bluffone
Clicca qui per l'articolo completo
![]()
Link Me
![]()
Date & Time
My past
![]()
oggi
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
![]()
*loading* avventure vissute!
Contatti



![]()
Immagini


![]()
Template testato con Internet Explorer e Mozilla Firefox per risoluzioni di 1024x768 e superiori. Per una corretta visualizzazione di tutti i componenti si consiglia l'uso di Internet Explorer.
Credits
Layout & Template by
StregaCorvina
Images @ web
Brushes @ Utilities
Service by![]()
Template distribuito da
[ X ] [ X ] [ X ]
Blog hosting
Splinder
Image hosting
LINK
![]()