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sabato, 30 luglio 2005

- 10:35

AFFARI LORO
Era già tutto previsto. Petruccioli, il diessino che piace a Berlusconi (ricambiato, e non è il solo), piazzato in cima alla Rai dopo un pellegrinaggio, ma guarda un po’ la vita, proprio dal Cavaliere di Arcore (come se il nuovo presidente della BBc andasse in ginocchio a Downing Street). Cattaneo, il “manager” berlusconiano che non piace più a Berlusconi, vedi com’è la vita, foera d’i ball. Al suo posto, qual direttore generale, un berlusconiano più berlusconiano ancora, tal Meocci, un ex peone del Ccd (strana però la vita) che si è guadagnato, chissà come ha fatto, la stima del padrone e adesso, fra tanti telefoni squillanti, avrà il non facile compito di migliorare le performances di servilismo e faziosità del predecessore. Le nuove nomine Rai sono un capolavoro italiano, la cartina al tornasole del Paese più sconcio del mondo. Petruccioli (vedi in questo stesso sito, al 4 giugno 2005), ha un curriculum imbarazzante ovunque altrove, esaltante da noi. A cominciare dalla marmorea amicizia con Confalonieri, il presidente (formale) della concorrente privata dell’azienda che va a presiedere, presso la quale, al tg 5, lavora il suo figliastro. Uno che s’è inventato l’impossibile per salvare – o dovremmo dire, in modo più politicamente paraculo, “non demonizzare”? – la Rete 4 fuori dal satellite e dalla legge. Oggi l’ex custode diventa presidente dell’azienda che doveva, ma a volte s’è distratto, custodire.
Cattaneo, il responsabile dell ultime censure televisive da Biagi a Santoro a decine d’altri, questo insopportabile normalizzatore pubblico in nome e per conto del concorrente privato, che l’aveva assoldato, è finito male perché, alla faccia di chi il conflitto d’interessi lo vede, perché c’è, e anche degl’imbecilli o ipocriti che non lo vedono, non gli è stato perdonato lo scippo, proprio così, di certi diritti televisivi guadagnati alla Rai, ma sui quali Mediaset aveva messo gli occhi. Il conflitto d’interessi sarebbe che se servi Berlusconi, devi stare attento a capire ogni volta se lo servi da pubblico o da privato. Dimenticati, come spesso le accade, i gravissimi abusi di Cattaneo, le epurazioni, i servilismi, la volgarità dei programmi, l’abissale nepotismo, la faziosità scandalosa dei notiziari, la sinistra ipocrita dell’Unità, o gesuitica dei Fassini, o rimbambita dei Curzi, un altro che sarebbe ora andasse a fumar la pipa in un ospizio per reduci della guerra di Spagna, lo ha adottato come un figliol prodigo. Perché aveva rilanciato “la Fattoria” e Fabio Fazio. Aveva anche, si sostiene, fatto quadrare i conti dell’azienda, ma poi i conti li hanno fatti a lui e qualcuno ha dimostrato che barava, era la solita finanza creativa. La verità è che sotto Cattaneo la Rai ha raggiunto abissi impensabili (ma pur sempre migliorabili, si capisce) per qualità, pluralismo, dignità informativa; e, d’altra parte, ha conosciuto cime tempestose di cialtronaggine, cafonaggine, insulsaggine, noia, lottizzazione. Talmente pessima, la Rai cattanesca, che per un bel pezzo nessuno più l’ha guardata, a beneficio della concorrente privata del presidente del Consiglio, quanto a dire missione compiuta. Ma per la sinistra Cattaneo è un grande. Non quello che ha cacciato Biagi, ma che ha recuperato la Ferilli. Il Cavaliere, invece, guarda al so(l)do e, finito il lavoro sporco, Cattaneo si può accomodare in qualche enclave più o meno gradita, a raccogliere da sotto la tavola le briciole del sottopotere o, per dirla con Pasolini, “gli avanzi della festa”. Sappiamo che queste note non scandalizzeranno nessuno, da destra a sinistra: siamo o non siamo il Paese dei Machiavelli, o meglio dei Masanielli? Noi invece ci ostiniamo, pateticamente, a vergognarci di questo Paese dove l’azienda televisiva pubblica, che sarebbe a dire di tutti, è, come ogni altra cosa, Cosa Nostra. Anzi, Cosa Loro.
Massimo Del Papa

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giovedì, 28 luglio 2005

- 15:09

COL BOTTO
Oltre le travagliate fasi di lavorazione, secondo regola della premiata ditta, di cui già abbiamo riferito, c’è qualcosa a tirare i Rolling Stones verso il passato che non passa, verso un presente continuo di gloria e guai. I dischi sono creature misteriose, vivono di atmosfere, travalicano gli angusti limiti estetici, bello/brutto, i loro umori a volte si colgono già da una copertina, dalle circostanze che li hanno generati, da un titolo annunciato in anticipo. Il titolo infine c’è: a dispetto delle centinaia di ipotesi fiorite in rete, gli Stones l’avevano scelto già un anno fa e l’hanno annunciato il giorno del 62° compleanno di Jagger. È un titolo sfrontato, “A Bigger Bang”. Un botto più forte, più potente della creazione dell’Universo, della rivoluzione sonora degli anni Sessanta, di Al Qaeda. Il botto più forte siamo noi, che adesso facciamo il botto più forte. Ma il botto più forte è anche, nei fuochi d’artificio, quello che li chiude, è il bagliore più intenso della stella quando implode e diventa buco nero. Sarà questo il saluto criptico, sboccato, drammatico e geniale degli Stones? Si vedrà, come sempre. Intanto è un titolo che promette bene. Anche il tour promette bene: in particolare, di polverizzare i limiti già estremi raggiunti dagli altri giri del mondo di queste pietre che non vogliono smettere di rotolare. Il disco contiene sedici canzoni, non una di meno. Una cornucopia con cui passare l’inverno. Le tre già sgusciate dai meandri della rete (non si fa in tempo a spegnere un sito che le offre, che già sono rimbalzate in un altro, e un altro e un altro ancora…) promettono bene anche loro. La ballata Street of Love, che poi è una ripresa di un brano dell’ultimo fallimentare Jagger solo, sembra all’inizio vergognosamente sciapa ma già dopo tre ascolti ti si cuce addosso e lascia intendere che è, in realtà, un folk basico, volutamente elementare, ma proprio perciò coinvolgente. Ruffiano finchè si vuole, ma anche Angie lo era. In rete è stata accolta da lapidazioni nei vari forum costruiti in esclusiva funzione della band, ma nessuno ha osservato che se gli stessi Stones l’hanno scelta per ripresentarsi al mondo dopo 8 anni, qualche ragione deve esserci. L’altro singolo, riservato al mercato americano, è un rock veloce e trasandato, Rough Justice, che sembra uscito dalle session convulse di Some Girls O Emotional Rescue. Anche questo elementare, costruito sui soliti due accordi, ma grezzo e trascinante, con un bel lavoro alla slide di Ron Wood che richiama quella di Taylor nel periodo Exile on Main Street. È un bel biglietto da visita, è Rolling Stones al 100 %. Basta sperimentalismi del cazzo. E il terzo brano, quello suonato in maggio alla conferenza stampa di presentazione, Oh No Not You Again lo è ancora di più. Uptempo sempre sulla falsa riga dei tardi anni Settanta, con un riff tipico di Richards che rielabora Chuck Barry. Sentito dal vivo sembra tornare ad offrire quelle inconfondibili pulsazioni convulse, come di un beat che pare rotolare addosso a se stesso e invece misteriosamente guadagna una battuta ancora, assicurato dal basso sottovalutato e invece fondamentale di Bill Wyman. Sarà interessante sentire come lo risolve in studio il turnista Darryl Jones (anche se pare che molte parti di basso le abbiamo coperte direttamente i due chitarristi), musicista jazzistico che a molti non è mai piaciuto perché il suo stile pulito e tecnico non si è mai davvero integrato nel personalissimo feeling del gruppo, fatto di naivète raffinata. I tre brani, per farla corta, seducono tutti, ciascuno a modo suo. Se anche gli altri 13 sapranno mantenere la malia, avremo un bellissimo motivo per essere felici a dispetto di un mondo sempre più infame. Pare che le collaborazioni esterne siano ridotte all’osso, che la produzione sia attentamente scarna, a inseguire un presente continuo. Forse, dopo 30 anni che tutti si aspettavano un altro Exile on Main Street, se stiamo tutti zitti, se non rompiamo le palle, è davvero la volta che ci ritroviamo tra la mani la cosa più simile che potessimo sperare. Non quel disco là. Ma un’attitudine, un respiro, un’aria pericolosa e seducente. Un altro, inaspettato invito ad essere maleducati ed eleganti, nel quale possiamo riconoscerci. I Rolling Stones, quelli migliori, sono fatti di questo. E da 25 anni circa, quell’atmosfera usciva solo a sprazzi. Sperare, o forse illudersi, non è vietato: le stesse polemiche che, incredibilmente, hanno spesso visto i ragazzi alle prese con improbabili scenari di politica internazionale (uno per tutti: quando Wood nel ’78 si trombò Maggie Trudeau, rischiando la caduta del governo canadese), tornano con la fantomatica canzone Sweet Neocon, piena di allusioni e dalle potenziali conseguenze incresciose, dedicata al segretario di Stato Usa Condolezza Rice. Brano rimasto in bilico, poi escluso dalla scaletta, infine recuperato dopo le furibonde polemiche tra i fans in rete. Sì, perché per la prima volta ad alimentare il delirio planetario intorno all’ennesimo ritorno dei vecchiacci, c’è pure internet. Il mondo impazzisce. Le foto dei 4 avvolti in una lussuosa e lussuriosa vecchiaia fanno il giro del mondo. In giro, in rete, sui media l’attesa è quella frizzante, isterica delle migliori occasioni. Nei forum non si parla d’altro. Sembra di tornare davvero a quegli anni Settanta quando un disco degli Stones era non routine, ma un evento che scuoteva il mondo. Come un botto più grande?
Massimo Del Papa

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mercoledì, 27 luglio 2005

- 14:33

IL SALE DELLA TERRA
La gente povera è mite, non spacca le vetrine, non si sogna neppure, ma paga per chi lo fa. La gente vera non bara, non pretende o millanta: s’accontenta ed è tutto, altro ruolo non ha. Non è qui per volare, deve stare schiacciata, il sale della terra lo sai non sale mai. Non gioielli ma strass, eppure è (un po’) regina, lasciatela sognare per una sera sola. Comincia la mattina, si fa il mazzo una vita e quando arriva in fondo, che ha fatto non lo sa. Spende i suoi Natali sognando altri Natali, feste calde e imbiancate che non vengono mai. Si consola con poco, con stille di calore, una cena in famiglia, regali da non dire. La povera gente si sente padrona guardando un prato, poi smette di sperare, non pretende di più. Le basta un giorno solo, un giorno da leone, che capita sempre agli altri, non è roba per lei. Se fa qualche cazzata, la pagherà una vita, non ha un’altra occasione, non ce l’ha avuta mai. La povera gente non sa, non conosce, non conta, è di destra e sinistra, in fondo è tutto e niente. La povera gente sente, sente gli altri parlare ma non capisce niente, non la fanno capire. E le rivoluzioni, fatte tutte in suo nome, ma allora come mai non può mai comandare? La povera gente chissà, quanti Van Gogh nasconde: ma è povera gente e basta, non può fiorire mai. Gente onesta che paga, si fa sempre fregare, non tradisce, subisce, lascia (per sempre) stare. Guarda quegli occhi umili, di chi non ha altra scelta, la guerra di chi difende la propria dignità. Le hanno sempre insegnato, per tenerla accucciata, che la giustizia trionfa, la verità trionfa; e invece non è vero, non è mai stato vero e c’è sempre qualcuno che propone un perdono. Che la gente concede, perché è buona e ci crede, e poi non può far altro, è fatta per subire. Gente, dall’amore insistente, se vuoi insignificante, piccola e così grande. La povera gente studia, di notte, sul lavoro, ma è figlia di nessuno, e non le servirà. Fa la disoccupata, l’impiegata sfruttata, si ricicla spazzina, volontaria per forza: sette ore al mattino, un turno dopo cena, in mezzo una dormita, e già l’estate scema. Invecchia senza grazia, questa povera gente e muore un po’ alla volta soffrendo atrocemente, perché è così che è andata ed è così che andrà. La povera gente soffre i disturbi di tutti, ma nel corpo dei poveri sono più inaccettabili. Gente dai sogni distorti, ora sfili in tv, bestia tutt’altro che rara nella tua nudità: ti fanno divertire la gente come te, mentre chi non lo è t’inganna, ti seduce e ti stupra, ti lascia vergognare del tuo essere gente. Gente, che riempie le chiese, sospetta serva a niente, allora non ci va più: sciopera con Dio, ma poi si sente in colpa, si sgomenta, si turba, presto ritornerà. Le hanno levato tutto, lasciatele una speranza, almeno quella preghiera non spegnetela ancora. Gente, dagli amori mai nati, dai primati imbattuti, dai rimorsi sfiniti. Fragile, dolce gente, scontenta, disillusa; cerca alibi, appigli, poi si guarda e si arrende. Passa le notti a chiedersi come sarebbe andata, giocando un’altra posta, nuotando un altro mare; ma non si dà risposta, perché fa troppo male. Gente, povera gente, senza posto nel cielo, neppure sotto il cielo, che fa rima con niente.
Però la gente povera nasce con dentro un Dio. Lo bestemmia magari, lo stropiccia anche un po’. Ma se lo porta appresso, dalla culla alla tomba, e quando viene l’ora, volano insieme via.

Massimo Del Papa

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martedì, 26 luglio 2005

- 09:32

CHI GUIDA LA GALLINA
Dicono che Bin Laden ha cambiato il modo di vivere occidentale. A vedere le scemenze occidentali non si direbbe. In America spopola un blog, che di per sé è un ossimoro, il diario privato esposto al mondo, di una furbastra che mette in piazza tutte ma proprio tutte le sue funzioni fisiologiche. Sai che novità. L’affarista ha 29 anni, cercatevela da soli se volete sapere dove sta in rete, fa la direttrice del personale di una multinazionale, insomma piglia bustarelle per assumere e cacciare, ed ha scoperto l’uovo di Colombo: trasferire il Grande Fratello su internet. Lei l’uovo l’ha scodellato in proprio, s’è fatta il suo Piccolo Fratello a base di pruderie, confidenze da parrucchieria, trasgressione da rotocalco, tradimenti seriali, lacrimucce da feuilleton informatico; rigorosamente bandita la minima implicazione o profondità morale. Il menu è quello solito, la ricetta va osservata con scrupolo. Una volta i diarietti per commesse li scriveva Liala ed erano su personaggi inventati, adesso vanno on line, sono personalizzati, autobiografici e chiunque se li può scrivere senza sapere scrivere. Ma la pietanza non cambia, e puntualmente il successo è stato immediato, anzi, viaggiando in internet: planetario. La furbastra, che già conduceva una vita mediamente agiata, dallo stipendio oversize ai weekend al mare, è ormai un’eroina e la fama supera i confini virtuali dell’America per contagiare altre anime semplici, e con molto tempo da buttare, all over the world. La cliccano ossessive, la seguono per la strada, la puntano al ristorante, ci sono sventate ammiratrici pronte a buttarsi dalla finestra se la signorina blog si alza col culo storto: “Debbo sapere che lei sta bene, se le accade qualcosa io soffro”. Ma per miss Blog la vita è una cosa meravigliosa: a forza di piangersi e scoparsi addosso, ha pronto un libro, una fiction e una serie di impegni promozionali che neanche Harry Potter. A questo servono i blog. Non a comunicare, incontrarsi, scambiare idee. Ma a fare affari. Cretini quelli che pretendono di farne un piccolo spazio d’informazione o di realizzare uno spazio intrigante e gradevole anche sotto un profilo visivo. Di blog ben fatti, concepiti con gusto e intelligenza, con inventiva grafica, non ne mancano. Ma di solito restano confinati alla cerchia degli amici stretti. Anche gli spazi più professionali, ricchi di materiale raro, di documenti, di curiosità, subiscono lo stesso destino, non varcano la soglia degli aficionados. Invece il blog onanistico della gallinona americana “dove nulla è nascosto, né i rapporti sessuali né l’ossessione per il cibo”, è già il 2000mo più visitato al mondo su 13 milioni di siti on line, ed è una gallina dalle uova d’oro, perché siamo qui per far soldi. “E’ meglio di un reality” dicono i guardoni cybernauti, purtroppo amplificati dai giornali che contano: hai visto mai che dietro un simile blogghetto per le allodole ci siano le mitiche sinergie. Ci deve pur essere qualcuno che guida la gallina, che scrive per lei i libri giusti al momento giusto, il primo già pronto sulle memorie zozzerelle, il secondo, in cantiere, sull’adolescenza grassona, tutta roba in cui l’America idiota si riconosce pavlovianamente. E che prepara poi le recensioni giuste sui giornali giusti. Il successo annunciato della gallina dirigente, che ha pensato a tutto, anche a rendersi riconoscibile e infatti abbonda di foto con la sua antipaticissima faccia, sta già invogliando milioni di patetiche emule che si lanciano nella rete decise a provarci. Ovviamente da raccontare non hanno che scopate, lacrimucce, amori perduti, freudiani rapporti con mr. Mc Donald’s. E siccome lo standard è già stato raggiunto, e la regola del marketing e della comunicazione impone di alzare sempre il livello del trauma, si preparano blog sempre più estremi, indiscreti, morbosi, forse leggeremo di un’orgia indiavolata in un letto di patate fritte, corpi unti e furibondi in un turbinare di maionese. Un esercito di Liale marcia in ordine sparso alla conquista della rete. Lumpen-sciampiste di tutto il mondo unitevi. Ovviamente, una su mille ce la farà. La più stronza.
Massimo Del Papa

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lunedì, 25 luglio 2005

- 09:56

I POSTSINISTRI
Tony Blair, che è il modello della sinistra italiana che non ha per modello Che Guevara, spende in cosmetici più di qualsiasi donnetta inglese, migliaia di sterline l’anno. A vedere i look ben curati dei nostri postsinistri, l’incarnato intonato, le acconciature da copertina, i vestiti d’alta sartoria si direbbe che anche in questo Tony il Fatuo fa tendenza. Stupidi noi a malignare che il modello giusto fosse il Cavaliere. Fassino pare abbia almeno tre consulenti all’immagine. Come possano questi dondolarsi fra il qualcosa di sinistra per un mondo migliore e le barche milionarie (in euro), non si capisce. Sarà anche moralismo bacchettone, ma proprio non si capisce. Sopravvive, in alcuni circoli di zitelle inconsolabili, un curioso culto della personalità dalemiana, ma sono meccanismi più psicanalitici che politici. I fatti sono fatti. I nostri postsinistri hanno alzato bandiera bianca su tutto: equità sociale, welfare, laicismo, legalismo, cultura. Perfino sul pluralismo sessuale, la candidatura di Vendola, cattolico e omosessuale, in Puglia è stata osteggiata dai Ds manovrati da D’Alema.
Poco si è curata, la postsinistra italica, di rendere il suo un Paese normale, per dire più umano, più vivibile e meno berlusconiano. Svuotati dalla lunga marcia dal crollo del Muro a palazzo Chigi, una volta annusato il profumo del potere i suoi capintesta se ne sono ritrovati inebriati ma anche svuotati, si sono contentati di vivere in scia al neocapitalismo montante che avrebbero dovuto arginare. Dinanzi al problema di uno Stato sociale da reinventare hanno reagito sancendone la liquidazione, l’apertura al precariato perenne, alla frustrazione da call center, ai trenta o quaranta lavori malpagati e peggio garantiti per tutta la vita. Salvo accorgersi dell’acqua calda per cui un Paese senza garanzie è un Paese che non programma e dunque un Paese senza gambe. Infatti siamo stati superati in tutto da tutti in Europa. Fu D’Alema, non Berlusconi, a pronunciare un infausto pomeriggio, col baffo alzato l’incauta frase “basta col posto fisso, dovete togliervelo dalla testa”; ribadita dal compare Fassino che nella sua precoce autobiografia si rammarica di non aver saputo potenziare il precariato. Basta, si potrebbe dire, anche con la ricerca, la legalità, la lotta alla mafia, la democrazia partecipata, la buona gestione. Gli unici traguardi centrati dalla sinistra postcomunista, il risanamento economico e l’entrata nell’euro, si debbono a due non comunisti, due laici conservatori, un azionista e un democristiano di sinistra come Ciampi e Prodi.
In compenso la nostra sinistra Hermés è stata la prima a porre le basi per la corrosione della magistratura, la prima ad aprire la danze con gli attacchi ad personam ai giudici ai tempi di Tangentopoli, la prima a inventarsi certe leggi anticostituzionali che oggi ritroviamo nel corpus piduista appena licenziato dal normalizzatore berlusconiano Castelli. Poco e niente ha fatto questa sinistra riformista per accorgersi che la criminalità organizzata si andava riorganizzando dopo le batoste dei primi anni Novanta. Ha preferito dare il problema per risolto, sapendo che andava espandendosi come metastasi. Troppi manovratori la sinistra postcomunista ha preferito non disturbare a cominciare dal liberismo sans frontieres e senza regole. Quel che è peggio, lo ha fatto senza una strategia, senza una ragione almeno opportunistica. Qui non ha preso esempio da Tony il Bello che almeno ha saputo ridurre la disoccupazione e difendere la ricchezza interna del suo Paese. Da noi, cosmesi fine a se stessa. Poco e nulla soprattutto sul fronte culturale che è l’architrave di una nazione, prima dell’economia, prima dell’amministrazione. Cultura in senso qualitativo, senso della polis, assunzione di impegni comuni, solidarietà non di facciata ma concreta, etica della responsabilità, laicismo antidogmatico. Al contrario l’antipolitica, l’anticultura da Costantino o Melissa P hanno trovato tappeti rossi anche a sinistra; dove i leader postcomunisti hanno fatto a gara per comparire al cospetto di cardinali invasivi, alle esequie di papi o di santi ribaldi come il Balaguer fondatore della cricca dell’Opus dei. Salvo poi stupirsi se i veri padroni dell’Italia, i vescovi di Ruini, sono riusciti a sabotare un referendum della Repubblica italiana sotto gli occhi dell’Europa laica. Sapevano, i vescovi, che il loro nemico più serio, il laicismo di sinistra era stato vinto proprio dalla sinistra che si genufletteva al loro passaggio. La svendita degli ultimi ideali per il potere, senza prendere il potere è un capolavoro della sinistra nostrana senza eguali in Europa. Non contenti, D’Alema & c. tra una regata, una telecronaca di coppa America, un paio di scarpe artigianali su misura, tutta roba che segna il definitivo distacco col moralismo razionalista berlingueriano e con il quarto e ormai anche il terzo stato, hanno aperto alla Finanza corsara, poco propensa a migliorie collettive ma legata a filo doppio col sottopotere politico per cui si legittimano e si blindano a vicenda. Ancora oggi non sentiamo uscire dal sen della sinistra riformista alcuna proposta per un welfare moderno, che non sia il libro dei sogni di Rifondazione ma neppure la resa totale di impronta berlusconiana. Nessuna resistenza neppure contro il monopolio televisivo, a dispetto delle patetiche bugie dalemiane “non abbiamo fatto a tempo”. Non vollero, fortissimamente non vollero. Già dagli anni Ottanta, quando a sinistra nessuno recepiva le continue sentenze con cui la Consulta denunciava l’extralegalità dei network di Berlusconi, e il Pci faceva mancare in Parlamento il numero legale per far decadere definitivamente i decreti-sanatoria di Craxi. Ma si poteva dire che non comandando, la sinistra aveva le mani legate. Quando però ha comandato, se le è legate da sola e ancora più strette, ha lasciato a languire per due legislature una proposta di legge antitrust intestata a Stefano Passigli. Messo alle strette, D’Alema ha peggiorato le cose: “Doveva regolarsi da solo Berlusconi”. Sì che un professore cui non piace essere preso in giro, il politologo Sartori, gli ha mandato a rispondere: “Come far fare le prigioni ai ladri: così le costruiscono col buco già pronto per scappare”.
D’Alema è lo stesso che per anni ha avuto quale editore il presidente del Consiglio, suo ufficiale antagonista politico, quanto a dire una caduta di gusto senza attenuanti sotto il profilo dell’etica, della rappresentanza delle classi povere di cui la sinistra si è sempre attribuita la legittimazione. Ma il peggio è che sui giornali di Berlusconi D’Alema da anni va concedendo interviste che neanche il Pangloss di Voltaire: viviamo in un ottimo Stato di diritto, la democrazia non è in pericolo, non demonizziamo Berlusconi. Altro che demonizzarlo: ci mancava solo che dicesse essere questo regime berlusconiano il migliore dei mondi possibili per cui tutto va ben, madama la marchesa. In questi tempi di vuoto di idee e di tensione morale, D’Alema e Fassino, il gatto e la volpe della sinistra light, hanno trovato modo di sdoganare un avventuriero come l’ex odontotecnico e palazzinaro di borgata Ricucci che sta intascando il Corriere per conto terzi, ma chi saranno mai questi terzi?
Il meglio di tutti però è Veltroni, uno Zelig capace di passare senza sforzo dal pathos per i bambini africani alle nozze faraoniche di calciatori e veline, dall’elemosina destroide delle popstar drogate alla lottizzazione spietata della Rai, da Jovanotti all’esultanza per il condono venticinquennale dei vertiginosi debiti della squadra di calcio della Lazio che nessuno mai pagherà. O meglio, che pagherà come sempre il quarto stato dei sottoproletari. Ha detto una sera Veltroni, per non sbagliare al Maurizio Costanzo Show rivolto al calciatore Totti che reclamizzava un libro di barzellette dove fa la figura del demente ma per beneficenza: “Francesco guadagna miliardi ma se li merita perché domenica ha fatto un gol…”. Peggiore, se possibile, anche del peggior Berlusconi.
Massimo Del Papa

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sabato, 23 luglio 2005

- 10:21

DR. HOUSE, UNA PIETRA CON IL CUORE
Il dr. House con la gamba cicalina ha staccato tutti. L’avevano scelto come tappabuchi il medico geniale ed arrogante, che nemmeno l'infermità ha domato: si è rivelato il telefilm più visto del venerdì. Naturalmente i giornali non sono andati oltre la scoperta dell’acqua calda: piace perché è politicamente scorretto. Come sempre, fanno la casa partendo dal tetto. Non è il politicamente scorretto che piace, è il politicamente corretto che ha stancato. Quest’astrazione, non a caso nata in America, e subito ripresa scimmiescamente da noi, è un’idiozia che, per non offender nessuno, indispone tutti. Perché è ipocrita, improbabile. Nessuno si comporta secondo i paranoici dettami del politically correct, nessuno nella vita vera: basta bazzicare un ufficio, una redazione, un negozio, o anche una casa in un giorno qualunque. La gente non parla così, non si comporta così e non vive così. Dr. House, coi suoi commenti fuori dai denti, con il vetriolo sulla sacralità dei luoghi comuni dal nazionalismo al buonismo, dal giovanilismo al femminismo, rappresenta una ventata di normalità. Quell’impagabile libertà di chiamare i mediocri col loro nome. Ma il suo successo, ovviamente, non può esaurirsi nell’attitudine spontanea al limite, anzi oltre il limite, dalla malagrazia. Fosse tutto qui, non servirebbe un nuovo telefilm: viviamo stretti fra i gomiti di gente cinica senza classe, e se ci rifugiamo in un telefilm ci sono già i colleghi frustrati e arroganti come il dottor Romano o la dottoresa Weaver (pure lei col bravo bastoncino d’ordinanza) di E.R. Loro sì sono politicamente scorretti, ma nel senso di sfigati: la loro scorrettezza è invidia e, non di rado, meschinità. Dr. House non è mai meschino. È sgradevole, antipatico, saccente ma la meschinità non gli appartiene. È, invece, profondamente appassionato sotto la scorza, grazie alla quale riesce a sbrogliare situazioni critiche, a salvare pazienti disperati, a smuovere parenti presuntuosi. Viene il sospetto che la sua durezza sia scientifica, serva a mandare in frantumi le resistenze di incapaci ed ottusi. Perché, guardacaso, il Dottore ha sempre ragione, è sempre giusto, anche quando sbaglia è giusto. È un fuoriclasse, e la sua rudezza diventa terapeutica per i colleghi. Egli non è né politicamente corretto né scorretto, sta nella terra di mezzo che poi è la vita vera. Guardi il suo sguardo e non capisci mai se è di profondo disprezzo o di sconsolata compassione per il genere umano. Ma è quello che armato di stampella ti viene a cercare, ti provoca le doglie, ti sgrava del tuo male, ti obbliga a fissarlo: così lo puoi affrontare (il politicamente corretto fa l’opposto: non lo nomina neanche, per non compromettersi). Dr. House non guarda in faccia a nessuno, è scoglionato e fulminante, veste come uno dei Rolling Stones ed è il migliore. Alzi la mano chi non vorrebbe essere come lui. Un duro, ma di classe. Una pietra con il cuore. Ovvero umano, troppo umano.
Massimo Del Papa

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giovedì, 21 luglio 2005

- 09:44

AVVISO

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mercoledì, 20 luglio 2005

- 09:19

Io non accetto questa morte. Non ditemi che così è la vita, non lo voglio sapere. Non ditemi che è il destino, non m’importa di nulla. Non chiedetevi se questa morte ha un senso, sareste dei mostri. Io so solo che tutte le morti sono atroci ma questa è la più infame, la più vile di tutte: se l’è presa col più dolce, il più indifeso.
E’ andato a fare il bagno, l'hanno trovato che galleggiava: è il mistero a ferire di più, a negare una logica, un conforto. Il padre, suo amico più grande, ha visto un capannello di gente sulla spiagga, ed erano lì per suo figlio: lo ha abbracciato, era freddo.
C’è un supplemento di ingiustizia e di crudeltà in questa morte, che spaventa: quante volte s’era immerso, per ore, nel mare, quante volte ci aveva fatto preoccupare quella figurina lontana, al largo, che non voleva tornare. Ma poi la voglia era passata, i bagni sempre più rari e brevi. Il mare l’ha preso quando lui lo stava lasciando, terza nuotata dell’anno, giusto un tuffo per rinfrescarsi dopo un giorno di lavoro.
Questo ragazzo non ha vissuto. Ha aspettato di vivere, oscillando tra rassegnazione e gioia, impedito da una malattia che gli negava la macchina, il motorino, un amore. Quanta disperazione ha mangiato, quanta solitudine gli ha tenuto compagnia. E s'infilava dovunque per cercare amore, perche troppo ne aveva da dare: lo ha cercato nei luoghi dove si aggiusta il dolore: il servizio civile, l’assistenza; voleva iscriversi alla croce azzurra.
Tu non sai che disperata speranza, che immensa voglia di esistere dietro quel sorriso fragile come vento.
Se almeno avesse incontrato una volta, una sola quell'affetto che sognava con ardore, un sogno instancabile, più vivo ad ogni risveglio, quell’entusiasmo puro, da bambino.
Lui che conosceva la solitudine, non ha mai abbandonato nessuno. Lui che conosceva il dolore, non ha mai fatto soffrire. Lui che conosceva la cattiveria, non è mai stato cattivo. D’amore ha colmato sua madre, i suoi nipoti, e tutti quelli che per un attimo hanno incrociato la sua strada. Voi sapete che tutto questo non è retorica, sapete che quanto io dico gli spetta. Sapete che è stato capace di meritarlo.
Morto senza un lamento, morto come è vissuto. Senza fare rumore.
E senza fare rumore ci ha distrutto tutti, lui che voleva sempre esserci ma poi si allontanava, dolcemente spariva dietro il sorriso dolce. È sparito per sempre, l'ultima cosa che gli ha sentito dire il padre è stata "voglio andare al cimitero a portare i fiori alla zia".
Questa morte è infame perchè ha preso il più indifeso, ma anche quello con più voglia di vivere. Ma se dopo tanto dolore non c'è amore, allora questa vita che cos’è?
Io non accetto questa morte, lasciate che le lacrime coprano il mio volto, perché altro modo per piangerla non c’è.

In memoria di Daniele Reginelli, 3.10.1967 – 22.7.2003

Ogni pensiero sarà gradito. Potrete lasciarlo all'indirizzo massimo.delpapa@tin.it e verrà portato ad una madre più inconsolabile oggi di ieri, che da due anni vive nel ricordo.

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martedì, 19 luglio 2005

- 10:59

VIA D’AMELIO
Gli abbracci. Gli abbracci dopo la furia, avvolti ancora nel fumo. Gli abbracci tremolanti, le lacrime spremute da facce stravolte, da smorfie orrende, pennellate dal dolore, dall’abbandono di chi si ritira, rinfodera il coraggio, “non c’è più niente da fare, “è tutto finito”, “hanno vinto loro”.
Ma la mafia non può vincere, perché il male non può vincere, nessun regime è mai durato, nessun regno ha sconfitto la polvere, c’è una giustizia divina, ci deve pur essere, lenta, lunga, distratta ma arriva. Ci dev’essere un senso per quelle lacrime, quelle facce contorte da Giudizio Universale, quel dolore senza colpa, quell’amore falciato, che pure non muore, si rifiuta di morire, si stringe nel sangue, nell’angoscia, nella paura, nel dolore ma c’è. La morte non può vincere e i suoi martiri parlano, esistono; creano memoria. Pensateci sempre. Pensaci tu, ragazzo che sei a un bivio e stai scegliendo la bella vita che sarà un inferno, sempre in fuga, condannato alla ferocia, braccato da te stesso. Ricorda sempre che sei uomo non dio, non puoi dare la morte e se spegni la scintilla di eterno in te l’avrai uccisa per sempre. Che non sia tu l’artefice di facce contratte, lacrime stravolte, amore falciato. Che non sia tu seminatore di morte.
Massimo Del Papa

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lunedì, 18 luglio 2005

- 21:04

POLENTA TARAGNA, ANZI TAROCCA
Il ministro della Giustizia, ma davvero, Castelli da Lecco ha scritto un articolo, falso, su una notizia, falsa, pubblicata sul foglietto della Lega, che ha ripreso un filmato, falso, anzi taroccato, della televisioncina della Lega, quella con quel tale insopportabile, molto brutto, che tutte le sere finisce su Blob rovinando l’appetito agl’italiani. La bufala parlava di un gruppo di marocchini sbronzi che a Cento, vicino Ferrara, esultavano schiamazzando dopo le stragi inglesi. Tutti sapevano che era un’invenzione, una bolla d’aria avvelenata a partire dal sedicente Guardasigilli ma avanti Savoia, l’hanno tenuta su, come si dice in gergo, nella certezza che una balla a forza di dirla diventa vera. Invece non è servita neppure al meschino scopo che si prefiggeva, eccitare gli animi, fomentare un odio diffidente che già scorre abbondante. Gli stessi padani hanno smentito la bufala: sindaci, preti, baristi, cittadini: sono stati loro a mandare adarviaelcul i mastini del giornalismo "polenta & cassoela", gli aspiranti premi Pulitzer in camicia verde. Scoperto l’inghippo, la figura è stata, in molti sensi, penosa, penosissima. Quelli della Lega in pene sono bravissimi. Ma Castelli di sabbia, manco una piega. L’articolo l’ha scritto a sprezzo del ridicolo, frontiera peraltro travolta in quattro anni di bassa rappresaglia alla magistratura in nome e per conto dell’impresario della Lega, Silvio Berlusconi (Bossi era il capocomico). Ora, sarebbe inutile e sbagliato chiosare che in un altro Paese un ministro così si sarebbe dimesso ecc. ecc. In un altro Paese, qualsiasi Paese, uno così non sarebbe ministro. Nemmeno Masaniello avrebbe osato tanto. E la Lega resterebbe una pittoresca congrega razzista, coi suoi giornaletti, la tv via cavo, i suoi pensionati, le sue pasionarie, i discorsi bovini, i grugniti longobardi, la storia inventata, la geografia inventata e la cronaca inventata. Insomma una roba da ridere anziché la vergogna d’Europa. Invece la Lega, dal basso del suo 3 percento, col suo Alberto da Giussano copiato da uno stemma di biciclette, continua a lordare l’Italia che la paga, ne mantiene i suoi parassiti romani di nome Borghezio, Calderoli ecc. Gente improbabile, che siamo costretti a prendere sul serio ed è questo a umiliarci di più. Mentre Castelli, l’uomo ingiusto al posto ingiusto, fa da Guardasigilli. Ennesima dimostrazione dell’anormale normalità che c’inzuppa. Giorgio Bocca nell’ultimo libro si occupa del Castelli, gli fa l’onore di un capitolo tutto per lui. Ne esce il ritratto di un uomo cattivo, cinico, e, aggiungiamo noi, disposto a tutto pur di uscire dai vapori della “Brianza velenosa” come la chiamava Lucio Battisti. Perchè a questi Roma ladrona piace moltissimo. Chiesi a Bocca: ma perché un capitolo intero, e perché così duro?”. Mi rispose: “Ma quello è un…”.
D’accordo.
Massimo Del Papa

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Solcando i sette mari

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DA OTTOBRE
MAI TARDI TOUR 2007-2008

23 novembre, ore 9,30
Castel del Piano
Liceo Scientifico
"Uno che scrive"
Massimo Del Papa incontra gli studenti

24 novembre, ore 9,30
teatro di Arcidosso
"Uno che scrive"
Massimo Del Papa incontra le scuole

24 novembre, centro giovani di
Abbadia san Salvatore
ore 18,30
Incontro con
Carlo Petrini, autore del libro
"Calcio nei coglioni"
Giuseppe Narducci
sostituto procuratore di Napoli
Titolare dell'inchiesta
sull'ultimo calcioscandalo
intervistati da
Massimo Del Papa

17 gennaio, ore 21,00
Giulianova (Te), piazza Dante
RiCoverAbili
mostra di vinili e copertine di pregio
Massimo Del Papa presenta

1 marzo, Chiusi, ore 16,30
sala conferenze S. Francesco
"Uno che scrive"
+
Mai tardi tour

9-11 maggio, Abbadia s. Salvatore (SI)
In/formazione 2
"Dalla parte del tolto"
vedi spazio locandina

3 giugno, 0re 21,00
Casa del Castello
di Domagnano
San Marino
incontro su
Informazione e Giustizia
con Carlo Lucarelli

3 luglio, ore 22,15
Campi Bisenzio (FI)
NoGap Festival
sConcerto tour
Massimo Del Papa &
Paolo Benvegnù
live
4 agosto, ore 21,30
Lapedona
La Storiella
sConcerto tour
Massimo Del Papa
Paolo Benvegnù
22 agosto, ore 21,30
Centobuchi (AP)
Brevevita
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23 agosto, ore 21,30
Pescara
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