mercoledì, 31 agosto 2005
A BIGGER BANG - PRIMA IMPRESSIONE
Il disco l’ho per così dire prelevato dal sito ufficiale. La qualità è quella che è, ma per una prima impressione possono bastare.
Bel disco, indubbiamente, con una freschezza che qua e là può rimandare a Some Girls. I pezzi sembrano finire all’improvviso, o per meglio dire sembrano non finire, non essere finiti, quasi fossero dei demo ed è questo a rendere l’atmosfera intrigante. Però non sono 16. sono 15. Infamy è la strofa di Wont’ take long, solo con la progressione armonica alzata di un semitono, quindi un intervallo, e cantata da Keith. Proprio quest’ultimo elemento mi pare rivelatore: se ci fate caso, la voce suona diversa da quella attuale. Oggi è un brontolio cupo, baritonale, mentre qui c’è la stessa sorta di ringhio che si ascoltava in Main Offender; è proprio una questione di vibrazioni, di suono naturale, di consunzione di corde vocali; e, in effetti, il pezzo, anche per come è strutturato, si lascia sospettare essere semmai un’idea non sviluppata, e rimasta fuori dalle session del secondo “solo” di Richards. Gli stessi cori alla fine lo suggeriscono. E anche lo stile del cantato. Magari ci avranno lavorato un po’ in sede di postproduzione, ma più l’ascolto e più non mi sbaglio.
Infine, mi par degno di nota il lungo, sfrecciante assolo di Keith sul funk di “Look what the cat…”. Poche, pochissime volte l’avevamo sentito sbizzarrirsi così a lungo, addirittura per tutto l’arco di un brano.
Lunga vita…
Massimo Del Papa
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PAROLE
Io sono un cacciatore. Ecco quello che sono. Inseguo le farfalle, con ali di parole, fatte di carta e luce, le acchiappo e le trafiggo, le metto sul giornale, le infilo nel computer, in migliaia di schermi, in migliaia di case. Quello che sono io, è la mia dannazione. Io sono la persona goffa, squilibrata, un perdente provetto, un perfetto imperfetto. Ma se indosso la maschera, divento cacciatore, mi trasformo in eroe e non mi puoi seguire.
Ma non mi è consentito esser più di così. Sono la proiezione di queste mie parole, loro hanno divorato tutto il resto di me. Vorrei dirti “avvicinati, guardami dritto in faccia, prenditi ciò che resta, prenditi me se vuoi, oltre le mie parole, anche senza parole!…”.
Ma è inutile, lo so: per te io non esisto, per te non sono niente, non occupo altro spazio tranne le mie parole.
Se vuoi piangere, torni. Quando vuoi rabbia, torni. Quando cerchi silenzio, e chi riempia il silenzio; quando vuoi la follia o affittare un coraggio; se ti serve ironia o un po’ di compagnia, se non vuoi più barare, se getti via le scuse, se ti va di far tardi, se hai giorni bastardi che vuoi lavare via… mi ritroverai qui. E resterò con te, combattendo i fantasmi, trafitti di sarcasmi vedrai che andranno via. È specialità mia, rievocare i tuoi volti, riesumare l’amore, sconfiggere il grigiore. E ti ricorderai, se cerchi un’emozione, se tutto ciò che vuoi è un pugno di parole.
Ma poi mi lascerai. Giunta all’ultima riga, certo ti accorgerai di quanto sono strano, di ciò che non son mai. Allora t’irriterà, questa mia libertà. Inesorabile ora, conterai le mie piaghe: eccessivo brutale, arrogante animale! Il mio coraggio oramai, è soltanto incoscienza. Il mio cuore l’hai avuto, ora puoi farne senza. Quella genialità, è di un uomo a metà. La mia onestà è follia, la mia convulsa allegria non ti diverte più, t’imbarazza se mai. Cosa resta di noi? Cosa sono io, poi? Troppo serio e buffone, troppo vecchio e bambino, troppo furbo e coglione, troppo ardito e meschino. Troppo di questo e quello, comunque e sempre: troppo.
E mi ritrovo solo, spaccato come un vetro. Tornano i miei fantasmi, e ce n’è uno di più.
T’ho colpito, scaldato con le mie parole. Tu m’hai dato silenzio, un volto da riempire.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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martedì, 30 agosto 2005
ARBITRO DI SE STESSO
Caro Collina,
sei finito in fuorigioco. Credevamo che i tuoi occhi fossero allucinati per contratto, per questioni pubblicitarie e invece non fingevi; tu, è risaputo, non simuli mai. La tua conferenza d’addio al mondo infame che non ti merita, è stata patetica come il capriccio di un bambino, come un giocatore che fa la scena negando l’evidenza. Diceva Charles Regismanset che “Un uomo pieno di sé è sempre vuoto”, e un anonimo ricorda che “Anche sul trono più bello del mondo non si è seduti che sul proprio culo”. Mentre un proverbio indiano recita: “Quando punti il dito per condannare, tre dita restano puntate contro di te”. Provare per credere.
Potevi continuare ad avere la seria A, il titolo di arbitro più famoso al mondo, soldini e gloria. Oppure potevi avere i soldoni dello sponsor. Hai preteso tutto. Oppure niente. (ma, dicci, rinuncerai anche allo sponsor?)
Eppure non si può giocare, tu dovresti saperlo, con tutte le casacche; e quella di un arbitro dovrebbe essere, all’evidenza, inconfondibile.
Caro amico, t’hanno fatto una legge ad personam per continuare ad operare. Hai il tuo bravo conflitto d’interessi, e non senti ragioni: chi ti credi di essere?
Va bene che ormai chiunque può diventare “un’icona”, un simbolo mediatico, perfino correndo in mutande dietro un pallone col fischietto in bocca: ma forse a te gli sponsor t’han fatto più male che bene, ormai credi di vivere in uno spot.
Ci lasci, dovremo farcene una ragione, indignato e offeso perché non si fidano di te. Ma perché proprio tu dovresti essere diverso dagli altri? Non ti suona arrogante questa pretesa? Non ti sembra eccessivo voler essere l’unico arbitro di te stesso?
A dirla tutta, quello che stupisce noi, poveri mortali, è esattamente il tuo stupore: ma come, non vi fidate di me, bravo come sono, con la faccia che ho? Tutto il mondo mi conosce!
Non sei il primo a ripeterlo. E dire che sei un arbitro, un direttore di gara, un garante dell’imparzialità: avresti dovuto essere il primo ad osservare questo ruolo: non a fartene scudo.
Tu rivendichi un diritto all’insindacabilità. Sei disposto a riconoscere a chiunque altro la stessa facoltà, con il che potremmo tranquillamente abolire ogni codice, ogni legge, ogni controllo?
Il vero problema, caro Collina, non è solo quello d’essere onesti: ma anche di apparirlo. La solita vecchia storia della moglie di Cesare che dev’essere pure lei al di sopra di ogni sospetto. Desueta, tu dirai. Ma una regola poco usata non è una regola abrogata. Nel calcio e nella vita. Ti sarà capitato di sentire un giocatore giurare che lui, quel gioco pericoloso, proprio non l’ha mai fatto, protesta la buona fede, non lo farebbe mai; e però di non dargli retta, punendo l’apparente intenzione. È giusto, sei lì per quello. È così che sei diventato quello che sei. Applicando le norme, senza tentennamenti o eccezioni. Sordo a invocazioni, sceneggiate, insulti. Perché quel giocatore, faceva come te. Che avresti dovuto fare: dargli retta, annullando te stesso? Aboliamo la categoria arbitrale?
E li mandiamo tutti a casa i poliziotti, fidandoci degli ultras che entrano con in mano un coltello, assicurando che serve a sbucciare una pera mentre si guardano la partita? Perché il beneficio della buona fede, fino a prova contraria, deve valere per tutti, loro compresi. A meno di negarglielo perché non hanno una faccia specchiata (e famosa) come la tua, ma il lombrosianismo porta a conseguenze terribili come i lager e gli Stati di polizia.
Ecco perché non basta che la tua moralità sia a prova di bomba, ecco perché non puoi sbandierarla come un salvacondotto: perché in uno Stato di diritto, una cosa è un diritto, e deve valer per tutti; altra cosa è una pretesa, e concederla è pericoloso: finisce subito col tracimare, e proprio dove non dovrebbe. Ne hanno scritto in molti, e da lungo tempo: da Platone a Aristotele (che si trasmisero Socrate), da Agostino a Spinoza, da Weber a Kant. Non sono giocatori, erano pensatori e c’inchiodano al nostro ruolo di animali sociali, provvisti di etica.
Forse la tua etica è elastica, e non ti avrebbe turbato arbitrare una squadra che sul petto ha la tua stessa rèclame. Ma a tanti tifosi, non ci pensi? Se proprio sicuro che il resto del mondo pallonaro (tu ne sei il regolatore più noto) conservi la tua disinvoltura?
La tua deprimente intemerata viaggiava su un’agghiacciante sottinteso, sgradevole, indicibile: lo sappiamo tutti che il calcio è tutta una fogna, o se si preferisce un conflitto d’interessi; che il presidente di Lega è anche quello di un club, che il suo padrone è il padrone del governo e delle tv che trasmettono le partite, che pochi superpresidenti fanno eterna camorra, che i padroni del calcio si vendono gl’incontri, i giocatori pure, sono pieni di droga, le loro amanti vanno in tv a presentare proprio loro, che pochi faccendieri con relativa prole fanno e disfano campionati e squadre, che gli ultras più devastano e più sono coccolati dalle società, che i designatori arbitrali si fan pagare le puttane da qualche club, che gli arbitri ricevono ricchi premi e cotillons; le sappiamo tutti tutte queste cose e venite a fare le pulci proprio a me?
Ma è proprio questo il punto: c’è già così tanto malcostume, così tanto (giustificato) scetticismo attorno al reame del pallone, che non è proprio il caso di aggiungerne, o provocarne, dell’altro. E non è sempre vero che il mal comune è un mezzo gaudio; lo sarà nella società dei magnaccioni, ma in quella degli onesti è una vergogna, uno sgomento, una tragedia. Diversamente, essendo molti tuoi colleghi “proverbialmente” corrotti in tutto il mondo, dovremmo concludere che uno in più non farebbe (farebbe, modo della ipotesi o se preferisci della realtà solo ipotetica) differenza. Ma è un prezzo che sei disposto a pagare?
A sentirti tuonare mentre rivendichi la tua dignità, non si direbbe. Ma proprio perché ti sei piccato di ricordare al mondo la tua età, sarebbe anche ora che te ne ricordassi tu stesso. Non siamo più bambini, e la vita non è tutto uno spot. E tu sei un arbitro, non un arbiter. Tantomeno un magister vitae (o anche solo elegantiarum).
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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lunedì, 29 agosto 2005
IL BIPARTISAN CHE E’ IN TE
Forse ho capito, finalmente, il significato di bipartisan, parola di cui fino a qualche anno fa non si sentiva nè il suono nè la mancanza, e che poi qualche ignoto infame ha evocato (1994) millantando addirittura un etimo classico, subito degenerato nell’anglolatino all'amatriciana: baipartisan, già scaduto in baipartisen, oggi ulteriormente guastato in baipartaisain oltre il quale c’è solo il Walter Chiari di “Vieni avanti cretino”. Per essere pignoli, il termine mantiene in effetti una origine anglosassone, il cui significato rimanda al bipolarismo tipico delle democrazie liberali. Qui da noi, essendo sgangherato il bipolarismo, è sgangherato pure il significante nonchè il significato. Al quale io sono approdato per via sperimentale, come un empirista inglese del Settecento, a furia d’esempi.
L’autorevole esponente, siamo generosi, del Ccd Bruno Tabacci, la cui principale attività è criticare Berlusconi ma sta col Polo berlusconiano (perché non se ne va?), è avvistato in luglio sulla barca (dire yacht è provinciale, volgare) di De Benedetti, industriale di sinistra, per 20 anni acerrimo nemico di Berlusconi, col quale improvvisamente s’era messo in testa un’idea meravigliosa: un fondo finanziario spennapolli, per ora abortito (ma chissà). Anche il presidente del maggior partito di sinistra d’Italia, già d’Europa, Massimo D’Alema, va in barca; quando è a terra, sollazza il proletariato o quel che ne rimane con le telecronache di Luna Rossa sulla televisione del profeta delle stock option Tronchetti Provera. Lo sgovernatore della Banca d’Italia, Fazio, ne combina di tutti i colori ma resta al suo posto e sapete perché? Perché con una mano aiutava la Lega e le sue banche truffaldine, con l’altra la Unipol delle cooperative rosse, e chissà quanto è stato generoso con un sacco di gente che ancora non sappiamo. Al meeting integrista di CL compaiono insieme Rutelli e Formigoni, così simili, così fungibili di dentro e di fuori (abbronzatura compresa) da far pensare a un terrificante esempio di clonazione umana. L’allenatore della Juventus, Capello, fa pubblicità alla tv digitale di Mediaset, quanto a dire Milan, cioè la principale rivale. L’arbitro Collina, il più bravo e furbo del mondo, ha come sponsor la Opel, lo stesso del Milan che dovrebbe arbitrare. Al che gl’impongono di scegliere: o la serie A e la gloria arbitrale, o i milioni dello sponsor. Indovinate dove s’è buttato il più bravo del mondo (però indignato e offeso, perché sul suo conflitto d’interessi pretendeva di regolarsi da se’: sulla fiducia. Già gli avevano fatto una legge ad personam per farlo continuare ad arbitrare, e a questo punto chi scorgesse inquietanti analogie è un comunista giacobino).
Degli spostamenti ideologici di Jovanotti s’è perso il conto, della spoletta di Bonolis tra Mediaset e Rai non ne parliamo, Sgarbi in politica è uno nessuno e centomila, e il furbetto del quartierino Ricucci, ex dentista, ex palazzinaro e forse tra un po’ anche ex libero e incensurato, non si sa chi lo manda, se Berlusconi, D’Alema o tutt’è due; e già il fatto che ce lo si chieda, e non si trovi la risposta, la dice lunga assai.
Ecco cosa significa bipartisan: due volte partigiano, cioè bilocazione, rosso e nero, con tutti e contro nessuno. Come giocare a ping pong in due dalla stessa parte del tavolo, o da solo in entrambe le parti. Una cosa che in natura non esiste, per la legge dell’impenetrabilità dei corpi, in logica neppure, per il principio di identica sincronica, ma che l’etica dei nostri giorni ha provveduto a plasmare. Anzi, di più. Perché non basta ormai essere in due posti contemporaneamente, essere due cose allo stesso modo: si va verso l’occupazione di tutti gli spazi, di tutte le bandiere, di tutte le ideologie e di tutte le contraddizioni. E guai a chi fiata. Come il Paolino Guzzanti che dice serenamente “sono di sinistra e voto Berlusconi” (geniale, fulminante come Groucho Marx, come Achille Campanile: altro che i figli con le loro caricature scontate). Allora creo io adesso una nuova parola, un superamento del vecchio bipartisan ormai appassito: pluriparacul. E provate a fare di meglio, se ci riuscite.
Massimo Del Papa
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domenica, 28 agosto 2005
PIOVE
Perché un ragazzo di quindici anni, bello, forte, deve girare per le spiagge vestito pesante, a proporre mercanzia che nessuno vuole?
E pare a me d’avere una vita sacrificata, perché fatico a tirare il mese; ma uno come lui vive ora per ora, senz’altra pretesa che stendersi la sera, in una stazione o una baracca, forse “si diverse solamente a dormire”, come nella canzone di Battisti.
Sono miriadi questi fiori esotici, neri, gialli, arabi, indiani, che oscillano al vento del nulla, sul quale sono giunti fin qui chissà da dove, per quali avventure, per quali miserie. C’incontriamo per un attimo ma un muro ci divide: lo tiro su io ogni volta, con la solita formula: “Niente, grazie”.
E loro sorridono, educati, dove io sicuramente imprecherei. Io, che bestemmio per tutto e per niente, e la sera ho un tavola piena, ogni comodità, un letto soffice e la ragionevole certezza di ritrovare tutto il giorno dopo. Io vivo nel precariato, loro nella certezza di un nulla che non cambierà, e mi sembrano più sereni. “Non hanno niente da perdere”, mi consolo. Ma non sono giovani, più di me, non hanno desideri, speranze, passioni invidie e lacrime, perché si paga anche per un “no” e loro pagano sempre, ogni giorno, ogni momento?
Non ho mai ricevuto sgarbi o insolenze da nessuno di loro. C’è chi per una parola gentile mi ha abbracciato, e non sapeva che così mi uccideva. Mi consolo pensando che, anche volessi, non potrei aiutarli. Ma voglio? Non è mia la colpa di questa lotteria chiamata mondo, ma la lotteria rimane. Sempre più spietata. Eppure sorridono, come uomini che non hanno diritto alla speranza.
Uno mi ha detto: “Piove sempre, non si vende niente”. E non avevo sentito mai bugia più tenera, più pietosa, più nobile per scusare una vita, un destino, un dio. Non imprecano: accettano. Dove trovino forza per sorridere ancora, io non so. Io la mia angoscia me la creo, essi esorcizzano la loro.
Massimo Del Papa
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sabato, 27 agosto 2005
UN BLUFF DI NOME LIGA
Tu chiamale, se vuoi, sinergie. Piglia un cantante da osteria che più che cantare muggisce, forse in omaggio al nome. Costruiscigli intorno un apparato per far soldi. Imponilo come un rocker. Schiaffalo su tutti i giornali, i telegiornali, i retegiornali. Fanne una macchina da successo. Otterrai un bluff di nome Ligabue. Per spacciare il dischetto e il pretenzioso concerto che lo vede suonare in bilocazione in tre o quattro posti, compreso forse il cesso dello stadio, il nostro rockman alla parmigiana si fa intervistare, che parola grossa, un po’ da tutte le parti; pigliamo il magazine del Corriere, dove forse dà il meglio.
Trascurando il fatto che oramai è indistinguibile da Drupi, un collega che cantava meglio, il nostro Liga nell’intervista dice niente d’importante. Dice niente del tutto. Infila un clichè dietro l’altro, non ne manca uno, come un accelerato che ferma in tutte le stazioni. Arrivi in fondo (se non ti butti, anzi lo butti, dal finestrino) anchilosato, annoiato e un po’ nauseato, proprio come quando scendi dall’accelerato. Liga, eroe rocker dei nostri giorni, sta bene attento a non compromettersi su niente, il colloquio viaggia sull’insostenibile leggerezza dell’essere innocui, proprio come la sua musicuzza padana. L’unica cosa giusta il nostro Ligadrupi la dice quando si stupisce di riempire gli stadi. Finge una modestia che non prova, ma l’affermazione resta vera: in effetti è un mistero, che si spiega solo con le sinergie media-industria che accalappiano i babbioni. Ligabove dà un colpetto alla botticella e uno al cerchietto, senza mai fare male. La politica? Non è roba per lui, e poi è noiosa, figurarsi. I soldi? Mah, lui non si sporca, non vuole saper niente, c’è chi glieli amministra. Magari li investe in fabbriche d’armi, ma occhio non vede ugola non duole per l’ineffabile Lucianino, che si definisce pacifista tout court: ma non basta una canzoncina-spot, in coabitazione con quelle altre due belle facce di tolla di JovaPelù, dai risultati sociali modesti ma da quelli promozionali viceversa evidenti. Le implicazioni culturali e ideologiche di una simile, impegnativa opzione restano sconosciute: a parte la canzonetta, suonano pari a zero; Ligabue sembrerebbe pacifista in quanto pago, pacificato con se stesso e col proprio conto in banca. Così come non basta, per affibbiarsi la patacca di ambientalista, girare per i boschi inseguendo uccelli dalla coda blu, ma senti te che scemenze. Quanto al rapporto con Dio, Ligatutto lo vedrebbe bene seduti a un bar (e dàgli, sempre con questo bar!) a parlare dell’Inter. Che tra l’altro è un tema che storicamente induce alla blasfemia. Il rapporto con l’arte? “La canzone dev’essere vigliacca, non intellettuale. Funziona solo quando s’infila sotto la doccia”. Quant’acqua sprecata, aridatece i Righeira.
Questa la consistenza di uno tra i più pataccati alfieri dell’italica canzonetta, spruzzata con chitarrine annacquate. A perdere tempo e soldi pare andranno in duecentomila a Reggio Emilia. Padre perdonali perché non sanno quello che ascoltano. Proprio vero, che l’abito non fa il monaco: c’era già stato un artista con quel nome, un asso del pennello, a modo suo stonato, dissociato, geniale e pericoloso. Questo di adesso che roba è? In questi dieci anni ha praticato di tutto di più: libri, diari, figurine, partite del cuore, festivalbar, film, e ogni tanto un dischetto che puntualmente faceva rimpiangere il precedente. Ligadrupi è molto più leggero (leggi: inconsistente) di Drupi, ma lo spacciano per rockettaro. Ora, il rock per essere tale dovrebbe dare qualche fastidio, turbare qualche sonno: questo attempato cartamodello di Vogue, tutto muggiti, camicie svolazzanti e chincaglieria glamour, il sonno lo induce, e fastidio lo provoca, ma per tutt’altri motivi. Incollocabile politicamente, è in realtà un doroteo del pop. Non fa del male a nessuno, si fa solo i suoi conti. Certo piglia in giro molti, ma non è colpa sua: lui letteralmente non esiste, è un’entità pubblicitaria, una proiezione senza sostanza. Un fantasma. Un prodotto del nostro tempo, un po’ come Berlusconi. Non lascerà tracce. Fa bene a (fingere di) stupirsi: noi con lui, più di lui, non riusciamo proprio a capire tutto questo successo; a meno che non sia il solito, italico rispecchiarsi in una vita da ruffiano.
Massimo Del Papa
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venerdì, 26 agosto 2005
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Bello l'ultimo pezzo sul tuo blog. Fallo leggere a mia moglie, che si rammarica che con me di viaggi esotici non ne fa e che non è mai andata alle Maldive o alle Seychelles ad arrostire, mentre le sue amiche, colleghe, sorelle hanno già avuto modo di transvolare gli oceani per sentirsi "vip" per una settimana. Io da sempre sostengo che viaggiare è ben altra cosa da ciò che viene proposto dai vari tour operator e che andare in un paese esotico solo per mettersi con il culo al vento per una settimana o pretendere di visitarlo in 15/20 gg a tappe forzate significa non apprender alcunchè o farsene una visione spesso parziale se non fuorviante.
Come mia cognata, che in 10 gg ha visitato il Messico e Cuba: quando torna le chiedo se Fulgencio Batista suona ancora al Buena Vista Social Club. La risposta sarà "non ho avuto occasione di ascoltarlo ma me ne hanno parlato molto bene" !!! E idem alcuni colleghi di ufficio che sono andati in Turchia ai quali ho chiesto se avessero visitato il mausoleo di Menelik anzichè di Ataturk, confondendo apposta l'Etiopia con la Turchia, e che mi hanno risposto "certo, l'abbiamo visto, molto interessante !!!!!"
L'ignoranza non muore mai e i tour operator ingrassano, tanto aereo più aereo meno che si schianta.....
Ciao
Davide
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giovedì, 25 agosto 2005
VIP DI MASSA E MASSE DI DISASTRI
Quattro disastri aerei nel giro di un mese, centinaia di morti e le solite spiegazioni che non spiegano niente perché sono ipotesi, buttate lì come vien viene: cattive manutenzioni, cedimenti, sfortuna e la presa in giro della benzina sbagliata. C’era al telegiornale un funzionario di non so quale ente che ha preso i cadaveri al balzo per invitare i viaggiatori a non scegliere le compagnie low-cost. Per dire: preferite la nostra Alitalia, che abbiamo da mantenere il carrozzone di bandiera più lottizzato e indebitato del mondo, i piloti più pagati e più scioperati del mondo. Disgraziatamente le masse non hanno fatto la rivoluzione proletaria ma quella capitalistica, hanno sposato il consumismo spinte dalla televisione e da internet e nessuno più vuole rinunciare a una vita da vip, sia pure in brutta copia. Siamo nella società dei vip di massa, per cui tre o quattro viaggi l’anno per destinazioni esotiche non si negano a nessuno e se i soldi non ci sono provvedono le finanziarie usuraie. Serve a niente osservare che il mito del viaggio è altra cosa, che nel turismo da vip di massa inscatolati negli aerei e nei villaggi turistici non si vede niente, non si assorbe niente: si passa subito per elitari e passatisti. Per la legge della statistica, più viaggi di massa, più auto sulle strade, più aerei nei cieli equivale matematicamente a più incidenti, cosa di cui si stupiscono solo i mezzi d’informazione che sono pagati per stupirsi piuttosto che informare. La ragione dell’aumento esponenziale degli incidenti da diporto è chiara ma non piace sentirsela dire al capitalismo espansivo che possiede i mezzi d’informazione. Mettiamoci anche che questo capitalismo risparmia dovunque può risparmiare, controlli, manutenzioni, servizi, qualità del personale, per concentrarsi sul profitto immediato e ad ogni costo, e si ha un quadro completo della situazione. Sarà una combinazione, ma mai una volta che venga giù un aereo vip per davvero, con a bordo attori, presidenti, calciatori o nababbi. Cascano sempre le carrette con le mandrie viaggianti.
Anche un’altra cosa appare terribilmente chiara: che il capitalismo stragista ha spazzato via ogni traccia di solidarietà, ogni idea diversa dal profitto. Oramai anche le sinistre postcomuniste o quel che ne rimane, mettono al primo posto dei loro programmi solo e sempre lo sviluppo, la produttività, la competitività, non diversamente da qualsiasi seguace del liberismo deregolato. Con il che la quantità dei disastri è destinata ad aumentare. E le mandrie viaggianti che fanno? Esorcizzano la paura viaggiando sempre di più. “Tanto, se deve succedere, succede”.
Massimo Del Papa
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mercoledì, 24 agosto 2005

CICATRICI
Anche solo per “This place is empty” varrebbe la pena di aspettare e di accogliere il nuovo disco dei Rolling Stones. In quella canzone, cantata da Keith, c’è il senso di una vita romantica, feroce e commovente. Basta ascoltarla per capire che è bello vivere così. Solo chi è intrattabile, chi porta addosso cicatrici, può spremere tanta tenerezza dal cuore. Quella canzone. Rivestitela dei vostri ricordi migliori, conficcatevela dentro. E non lasciatela più. Sarà parte di voi, così semplice e immensa. E voi sarete un po’ diversi. Più eleganti. Più liberi. Vulnerabili. Invincibili. Più voi stessi. Sarete quello che non avete mai il coraggio di essere.
Massimo Del papa
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martedì, 23 agosto 2005
ROLLING STONES, QUANDO SCHIOCCA LA FRUSTA (una cronaca immaginaria)
Sono passati come il vento, scompigliando la città al tornado della loro musica. Hanno lasciato dietro se’ rovine e felicità, nostalgia e sorrisi di gente soddisfatta. Un tornado, sì. I Rolling Stones lo sono ancora. Per portare a spasso per il mondo il loro nuovo tour, l’ennesimo a 42 anni dall’esordio, partito ieri dal Fenway Park di Boston e destinato a spianare il pianeta nei prossimi 18 mesi, hanno bisogno di 76 tir, 3 aerei, 500 persone. Sono una città viaggiante che comprende medici, cuochi, stilisti, manager, addetti stampa e tutto ciò di cui avreste bisogno se voleste circumnavigare la terra senza uscire dalla bolla in cui vi siete rifugiati. Poi ci sono loro. Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts, Ron Wood. 245 anni in 4 e non sentirli. Loro, che anche ieri notte hanno ruggito contro la malasorte (Watts ha un cancro, Wood è appena uscito dall’ennesima clinica per alcoolisti, Richards non nasconde nelle foto le sue dita incerottate per curare l’artrite), gli scazzi, gli annessi e connessi (più le famiglie di Jagger si sfasciano, più crescono per età e numero i figli, anche illegittimi). Hanno ruggito contro la ruggine gli Stones, contro il tempo sempre più dalla loro parte e davvero non si capisce come sia possibile a vederli flettersi e contorcersi sul palco come pantere, un po’ spelacchiate ma ancora feroci, che imbracciano chitarre.
Contro tutto e tutti gli Stones. Contro le malelingue e le probabilità, anche contro se stessi. Non sarebbero tornati, non avrebbero sfidato il mondo, le sue folle, le sue follie, il pubblico di 70 città (per ora, ma le date si aggiungono di giorno in giorno di pari passo coi “tutto esaurito” che le costellano: il 97% dei biglietti è già stato bruciato in prevendita), la stampa mondiale e soprattutto la loro storia, se non fossero convinti di essere ancora e sempre loro. Non avrebbero concepito un nuovo album, primo dopo un’eternità di 8 anni, che la critica già saluta come il migliore da un quarto di secolo a questa parte, il che significa uno dei più riusciti in assoluto. Non sarebbero ancora in giro a scompigliare il mondo. Come ha detto Keith Richards: “Non lo facciamo per mantenere le nostre famiglie”.
Lo fanno perché non sanno fare altro che stare sopra un palco. Ma questo, lo sanno fare ancora meglio di tutti. La stampa internazionale, che da 20 anni non aspetta altro che darli per finiti, si è dovuta ricredere ancora una volta. Le cronache sono di fans impazziti più che di supponenti inviati. I forum su internet ribollono di passione, i pochi fortunati che hanno potuto vederli all’esordio bostoniano lasciano messaggi come questo: “Li ho visti in tour decine di volte e non avevano mai suonato così bene”. 18 greatest hits e 4 brani nuovi si sono abbattuti sui trentaseimila spettatori come altrettante frustate, con un suono grezzo e asciutto che in effetti poteva ricordare quello dei caotici concerti negli anni Settanta. Tastiere e cori appena percettibili, meno effetti che in passato, chitarre in primo piano, la voce del cantante in evidenza ma sempre attentamente miscelata col flusso sonoro. Questa la ricetta, frutto di un lavoro raffinatissimo ai computer e ai mixer. Loro possono permettersi i tecnici migliori. Ma una produzione sopraffina serve a poco se non ha la materia giusta da valorizzare. E la materia c’era eccome. Ron Wood, la cui salute era in pezzi solo due mesi fa, appare recuperato e si concede assoli incredibili. Watts tiene a bada la malattia e, come sempre, non perde un colpo. Jagger stupisce per la voce, potente come non mai, e per l’energia che ancora lo fa imperversare sul palco a 62 anni suonati. Il palco, a proposito: mai così gigantesco, un cinema immenso a strati, altissimo (una spettatrice è volata di sotto, rompendosi più d’un osso) e con tanto di tribune per i fortunati (e danarosi, 400 $ a biglietto) che possono permettersi i posti ravvicinati di tribuna, modernista come un Guggenheim stravolto che di colpo prende fuoco, surreale come una farfalla-dinosauro e con una linguaccia che improvvisamente da immagine prende corpo e diventa una specie di divano sopraelevato. E loro che si staccano dal palco principale e navigano in mezzo al pubblico, come una siringa nella carne, per proporre qualche classico e un brano nuovo – Oh no, not you again – da distanza ravvicinata. Resta da dire di Richards. Il solito Keith. Quello che sul palco si trasforma in motore, in direttore d’orchestra vestito da corsaro. Non si scompone più che tanto, bada a che tutto fili alla perfezione, tiene il ritmo e srotola il tappeto su cui gli altri possono far scorrere il suono. Severo, arcigno il giusto perché una prima è una prima ed è da lì che si capisce se un tour funzionerà come deve.
A giudicare da com’è andata, questo non sarà l’ultimo tour dei Rolling Stones. E probabilmente, neppure l’ultimo album.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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Solcando i sette mari
babysnakes

L’obiettivo nostro è ancora scrivere di
vita
Eccomi

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