venerdì, 30 settembre 2005
GIUSTIZIA SOMMARIA
Basta chiacchiere. Ieri tre minorenni nel biellese hanno preso una tredicenne, di colore, orfana di padre, e dopo averla insultata a lungo con una pietra le hanno inciso una svastica sul braccio: seguendo l’esempio di quanto accaduto in Spagna 12 giorni prima. Il 10 settembre, a Cagliari, ignoti hanno preso una prostituta nigeriana e le hanno sparato in pancia con una fiocina. Basta chiacchiere. Io non voglio sentirne più. Io voglio giustizia. Privata se occorre. Giustizia sommaria. Non ho più pazienza, non ho più comprensione per queste merde. Spero che chi ha torturato in quel modo osceno, quasi a negarle la dignità di essere umano, come fosse un pesce, la ragazza nigeriana venga trovato e massacrato come un tonno. E spero che i tre minorenni, già individuati, che hanno violentato nella pelle e nell’anima la ragazzina nera, siano arrestati. Portati in caserma. Massacrati di botte. E stuprati coi manganelli. Altro che lavori socialmente utili cioè lo Stato cioè noi che li manteniamo per aver torturato una ragazzina. Altro che ramanzine dal magistrato mentre quelli ridono. Niente parole. Voglio il loro sangue. Voglio la gogna. Non voglio più sentire dotte disquisizioni del Crepet di turno che, reduce da miss Italia, dà a noi la colpa di tanto scempio. Non mi interessa la manfrina sui sottoproletari, che come tali in Italia non esistono più e comunque non c’entrano con queste storie. Non voglio sentire analisi sociopolitiche di destra, di sinistra, che allargano la colpa a livelli cosmici, la diluiscono e la eliminano come una pisciata. Non voglio il ponziopilatismo del paese, del sindaco che dice “è un fatto isolato non siamo razzisti”. Non voglio il relativismo di chi non ha il coraggio di scagliare la prima pietra. Toglietemi dalle palle, prima che lo uccida, il solito prete pedofilo che, ammiccando alla telecamera, mi dice che debbo perdonare. Non fatemi vedere quelle troie delle loro “mamme coraggio” che dicono “è mio figlio!”, pretendendo l’impunità del sangue, e non una parola per la vittima. Non voglio vedere in tv i carnefici diventare vittime e la vittima carnefice. Non voglio vedere il plastico della scuola da Bruno Vespa. Non voglio sentire nessuno. A infierire come bestie sono fascisti in erba, analfabeti fascisti, razzisti. È gente pericolosa. Già convinta di cavarsela sempre. Che crescerà con il suo fascismo. Che non ha un cuore. Che non ha una famiglia in grado di far comprendere loro, a calci sui denti, l’orrore che hanno fatto, un orrore che non si cancellerà più. Se uscissero da famiglie degne, non potrebbero neppure concepire una simile perversione. Nessun essere umano può divertirsi a torturare una bambina orfana, umiliandola con un simile simbolo sulla sua pelle nera. Questa è merda che va schiacciata ancora fresca. Dipendesse da me, provvederei direttamente. Chiuso in una stanza, per pochi minuti, via uno sotto l’altro. A mani nude, mi bastano quelle. Non sono democratico? No. Non sono politicamente corretto? No. non sono cristiano? Amen. Faccio apologia di reato? Non mi frega un cazzo. Io quei bastardi vorrei averli sotto le mani. E non sarebbe un bel giorno per loro. Rimpiangerebbero i campi di concentramento.
Massimo Del Papa
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giovedì, 29 settembre 2005
LOREDANA BERTE’, UNA ROCKER PAZZESCA
Qualche rockstar vera ce l’abbiamo anche noi. Non le bufale tipo Vascorotti o Ligabove, ma un’autentica fuori di testa con lampi di saggezza come Loredana Bertè. A fine anni Settanta, nel periodo di maggior fulgore, me la ricordo sfrecciare in vespa uscendo da via Abano, dove viveva; io abitavo nella via d’angolo, via Carpi e quando con i miei amici ce la trovavamo davanti, bruna, mediterranea, sexy, le gambe nude, ci bloccavamo come colpiti dal vento stregato. Poi ne sono successe di tutti i colori, l’amorazzo con Borg, che era un drogato e l’ha trascinata, le situazioni assurde, una volta lui la legò a un calorifero e se ne andò, i tentativi di farla finita, fu l’amico fraterno Renato Zero una volta a salvarla chiamando l’ambulanza dopo aver capito che a via Abano non rispondeva nessuno, e qualcosa di terribile stava succedendo. Questo significa essere rockstar. Per anni è sembrata sull’orlo del tracollo, destinata a seguire nella tragedia la sorella Mia Martini. Nessuno più la voleva, alcuni dischi uscivano senza futuro, per entrare subito nell’oblio.
Ma, quasi a tradimento, Loredana adesso è tornata, anzi è risorta, con un disco più che dignitoso, che addirittura ha scagliato l’ex moribonda sulla scia dei Rolling Stones in classifica. Ed è una bella storia, perché la Bertè, ormai uscita dai giri che contano, non poteva godere di buona stampa e di ottime marchette come un Ligabove. Ha fatto tutto da sola.
Il disco è un incubo, è persino inquietante per quanto è sottosopra. Fa parecchio rumore, schitarra un bel po’, ma quello che conta davvero è che quel gran casino è credibile. Puzza di vita, non è recitato. Per completarlo Loredana si è infilata in un reality vergognoso, ha tirato su abbastanza soldi da finire il disco e il risultato è un album sicuramente retorico, sopra le righe qua e là, ora ripetitivo, ora anche patetico. Ma avvincente. Le grida di dolore sono grida vere, la speranza è vera, la rabbia è più che vera. E la musica è sincera.
Quello che se mai stona, sono le voci impresse sulla segreteria di Bertè. Non si capisce perché tutti, da Asia Argento a Morgan a decine di altri più o meno famosi debbano lasciare urla, latrati, nitriti. Alla fine l’unico normale pare proprio Renato Zero, che prima commenta la confusione telefonico-esistenziale dell’amica nella sua inconfondibile maniera: “’A Lori, se questa è una segreteria io so’ Giulio Cesare”. Infine, dopo un paio di chiamate inutili lascia un laconico commento: “Pazzesco”.
Massimo Del Papa
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mercoledì, 28 settembre 2005
PROPAGANDE
A conferma che le operazioni per la pace, in qualsiasi accezione, si rivelano trend editoriali per chi riesce a sopravvivervi, dopo i libri di memorie della Torretta e delle tre guardie del corpo che non sapevano neppure guardarsi le spalle tra loro, fioccano i libri fotografici: uno, quello di Emergency, è pubblicato addirittura da Mondadori, cioè dall’editore che, in veste di presidente del Consiglio, ci ha mandati a fare la guerra (mascherata da missione di pace). Bel colpo. Un altro (a meno che non fosse lo stesso, ma lo escluderemmo) è stato presentato ieri al Tg 1, opera se abbiamo ben capito di un militare-fotografo quindi, in un certo senso, concorrente a quello dei volontari di Gino Strada.
Naturalmente simili pubblicazioni si propongono scopi benefici, che non fa mai male: anche se preferiremmo sapere secondo quali proporzioni, destinazioni e deduzioni: il libro di Emergency è lussuoso, formato 16 x 16, “suggerito dalla casa editrice dato il successo di altre pubblicazioni analoghe”, brossurato, comprende circa 700 pagine. Insomma è costato parecchio e sappiamo che le aziende, tutte, la beneficenza la intendono, giustamente, al netto delle spese (resterebbe da dire dell’ironia per cui il Berlusconi editore, pacifista, esorcizza i danni scatenati dal Berlusconi governante, guerrafondaio: ma lasciamo stare).
Al di là degl’intenti, a volte condivisibili altre discutibili, resta opinabile, spesso, la filosofia. Il libro militar-fotografico presentato dal Tg 1, in particolare, è una scoperta propaganda: intende convincere chi lo guarda che in medio Oriente i nostri militari sono andati a far la pace. Se è così, perché gli sparano addosso da anni? Perché sono oggetto di una caccia all’uomo, con tanto di tariffario, e non possono neanche uscire dalle loro postazioni e se lo fanno è puntualmente agli ordini di un superiore americano o inglese? Che ci siamo andati a fare in Afghanistan, senza mezzi adeguati? Come mai quando il contingente italiano è tornato a casa la notizia è stata fatta passare sotto silenzio, come un fiasco su cui sorvolare? Nessuno ha mai capito cosa abbia combinato la signora Barbara Contini durante il suo breve operato quale “governatore”, di che e per nomina di chi è rimasto ugualmente oscuro.
Non bastano alcune fotografie di soldati che abbracciano bambini, in una agiografia a metà fra il libro Cuore e i cinegiornali Luce, a spiegarci le ragioni di una guerra tutta sbagliata che si vuole contrabbandare per pace. Ed è un cinismo senza limiti, che di per sé sconfessa le ragioni millantate, quello per cui si utilizzano piccoli già fin troppo sfortunati per mascherare le autentiche ragioni di un conflitto per conto terzi, costato a noi un prezzo alto, una ventina di ragazzi giovani, un funzionario come Calipari, e, indirettamente, il giornalista Baldoni e per poco altri suoi colleghi; senza contare le immani stragi europee, la psicosi che ormai ci avvolge in ogni aeroporto o fermata del metrò. Le commesse dell’Eni e l’immagine personale di Berlusconi non giustificavano tanto sacrificio. Laddove gli americani di prezzi ne stanno pagando uno immenso, già oltre mille morti, c’è chi dice duemila, dallo scoppio della “pace” dopo la caduta del tiranno. Nessuno capisce quale pace sia mai una pace da conquistare, da imporre coi mezzi corazzati, dove le stragi di civili si susseguono quotidiane, dove i militari non riescono ad arginarle e si ritrovano bersagli di una guerriglia di posizione che non sanno come fronteggiare perché occorrebbe conoscere posti viceversa infidi e misteriosi, pietraie, sabbie, vicoli, dedali suburbani. Nessuno capisce il senso di una guerra che ha avuto l’effetto di coagulare là dove è stata portata focolai terroristici finora slegati, e di introdurceli letteralmente in casa.
Siccome al peggio non c’è fine, arriva anche la notizia che l’ex carabiniere di leva Mario Placanica, unico responsabile accertato per la morte del giovane manifestante Carlo Giuliani, è in predicato di candidarsi con Alleanza Nazionale. La cosa in sé non ci stupisce, considerato il livello della politica italiana in generale e di An in specie. Candidare un ragazzo per il solo fatto di averne, sia pure accidentalmente, ammazzato un altro, è una miseria che ci conforta perché ci mantiene familiare questa fogna che chiamiamo patria. Però, fossimo nel giovanotto che non risponde al magistrato, ma forse alla chiamata politica sì, ci penseremmo molto bene. E alla fine rinunceremmo. Finora Placanica è stato un pupazzo mandato allo sbaraglio, e poi manovrato, da pupari. Accettando, diverrà uno dei tanti assassini premiati dalla politica in quanto tali.
Massimo Del Papa
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martedì, 27 settembre 2005
OLTRE SARTRE
Vado a trovare un amico critico letterario, uno di quelli, rarissimi, che ancora dicono pane al pane e somaro al somaro. Mi fa vedere un grattacielo di e-mail rimbalzate indietro dai vari giornali, che non gradiscono le sue (motivate) stroncature: “Io ci penserei un attimo…”. Si capisce che il caporedattore di turno non eccepisce sulla sostanza, che non conosce, ma sull’opportunità: io ci penserei un attimo prima di mettermi contro questo somarello intrigante che sta in mezzo a una lobby che può ricattarmi con la pubblicità e, se particolarmente alternativa, chiedere mafiosamente la mia testa. Siamo al punto che non si può più dire il fatto suo alle mezze cartucce che stanno contemporaneamente con Evola e Battisti (Cesare), con Marx e Berlusconi (funzionale, quest’ultimo, a garantire buona stampa e buoni anticipi). Quelle e-mail rimbalzate indietro parlano, anzi strillano, da sole. Poi il mio amico mi racconta qualche aneddoto, qualche pettegolezzo d’ambiente, nomi che entrambi conosciamo, apprendisti scrittori, criticuzzi per autonomina, asini arrampicatisi alle pagine letterarie dei giornali a furia di bassi servizi, così che finalmente possono dettare liste di proscrizione o boicottaggio verso colleghi che non gradiscono e soprattutto temono, sapendoli più preparati. Poi, all’esterno, sciolgono lacrime d’inchiostro per il cantante defunto di turno. Quando si dice marciare sui cadaveri. Sartre era convinto che non si potesse, neanche volendo, “parlare senza dire niente”. Non aveva visto questi.
Massimo Del Papa
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lunedì, 26 settembre 2005
FISCHI A RUINI, UNA MANNA DAL CIELO DEGLI STUPIDI
I radicali hanno reagito con giubilo alla contestazione a suon di fischi dei soliti quattro studentelli piccoloborghesi, cioè fascistelli travestiti da ribelli, all’indirizzo del nosferatu della Cei, Ruini. Capezzone ha penosamente chiosato “liberi fischi in libero stato”, Pannella, ormai obnubilato, ha invitato il prelato a “farsi anche lui una canna”. I radicali sono i soliti cretini. Anzitutto perché se i fischi sono leciti all’indirizzo di chiunque, non lo sono più quando escono dai limiti del dissenso per sostanziarsi in censura: Ruini non è stato contestato, è stato a un certo punto impedito di esprimersi da un muro di suono; e che questa violenza tipicamente fascista venga approvata da sedicenti libertari come i radicali, la dice lunga sulla bontà della fede e dell’intelligenza di costoro.
Impedire a un Ruini di parlare significa impedirgli di fare danni, dunque fare il suo interesse. No, Ruini andava ascoltato e poi contestato, con poche frasi ma secche, dure e incisive come un bisturi: per esempio chiedendogli se, quando si scaglia contro le intercettazioni telefoniche, non intenda per caso difendere, da gesuita, il suo amico Fazio, il vergognoso governatore di Bankitalia, attualmente inquisito. Sicuramente, di fronte a una protesta meno fischiettante ma più sostanziosa, l’alto prelato avrebbe vacillato. Ma chi lo contestava era una massa di disinformati quanto vili, che, non avendo il coraggio delle parole, ha avuto quello del fischio, prevaricatore, collettivo, anonimo, impersonale quanto povero di contenuti. Una manna per uno come Ruini, esponente di quella Chiesa che pratica da secoli l’arte del vittimismo. Nosferatu infatti non si è minimamente scomposto, ha sorriso rilassato, rassicurato, come chi non aspettava altro: e puntuali gli sono piovuti addosso, come manna, attestati di solidarietà e stima da quasi tutto il mondo politico.
Ruini e la sua Cei da quella sterile contestazione sono usciti rafforzati, e con le stimmate. Una jattura. Così non si arriva da nessuna parte, e finchè le proteste ad un Clero sempre più arrogante e invadente si limiteranno a goliardate situazioniste senza costrutto, temiamo che questo Stato sarà sempre più prigioniero di una Chiesa libera, liberissima (non meno che di imbecilli esibizionisti e controproducenti).
Senza contare che uno come Ruini non si abbassa certo a una fumata di marocchino, come lo invita a fare Pannella: quella, è roba da poveri.
Massimo Del Papa
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domenica, 25 settembre 2005
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Ciao Massimo,
Qualche sera fa a "Matrix", col pretesto delle elezioni tedesche, si è parlato della futura sfida tra Il nano piduista e Romano Prodi, e Mentana ha tirato una delle più clamorose volate al piazzista di Arcore che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Una cosa disgustosa, ancor più in quanto mascherata dietro alla solita sventolata imparzialità. Per farla breve: era presente in studio uno stuolo di sondaggisti-veline e di esperti o pseudo-tali del ramo. Ad un certo punto è saltato fuori un sondaggio che indicava solo 3 punti di differenza ( Prodi 35%, l'unto 32%, nessuno dei due 25%, indecisi 8%). Apriti cielo! Tutti a scatenarsi nel dire che la partita non è ancora chiusa, che se le cose stanno così la rimonta è iniziata e probabilmente si tradurrà nel sorpasso, ecc. ecc. ecc., finchè non ho cambiato canale disgustato. Credimi, spettacolo inquietante. Mentana è molto peggio di Fede. Si nasconde dietro al velo dell'imparzialità quando, in realtà, è molto più pericoloso perchè non schierato apertamente. Molto più pericoloso perchè "fa opinione", essendo una delle firme più prestigiose del telegiornalismo italiano. Come sempre, nel momento cruciale, eccolo al fianco del padrone.
Agostino
Mentana è apparentemente più raffinato di Fede (che non a caso gli telefona per congratularsi, dopo anni di faide). direi che è il miglior collaboratore di Berlusconi, dopo D'Alema.
mdp
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IL WEB, LA LIBERTA’ DI NON ESSERE LIBERI
Allora: la situazione è questa. Internet, tramite la società Yahoo, “aiuta” il governo cinese ad arrestare un dissidente. Grande sconcerto nel mondo. Scusa, mondo: ma dove vivi? Ti sei rifugiato nell’altro mondo parallelo e virtuale? Che la rete debba essere il paradiso della democrazia e la libertà appare sempre più smentito dai fatti. Il verme è nella mela. Internet, nata Arpanet nel 1969 per scopi spionistici e militari, e solo in seguito parzialmente riconvertita ad usi commercia-pubblicitari, è stata il motore immobile degli ultimi 10 anni di globalizzazione dei ricchi e delle polizie. O credevamo davvero che l’avessero concepita per noi?
Del resto, si stupisca chi può: se dal mondo reale si sviluppa un mondo parallelo e virtuale, che però del primo replica infamie e pericoli, le polizie seguono puntuali. È sempre andata così, e non vi è ragione di pretendere il contrario sol perché noi vogliamo ostinatamente credere che la rete non sia di nessuno. È, anzitutto, di pochi grandi gruppi, i soliti, che si spartiscono il grosso dell’eterea torta. È del giro del porno, delle mafie, dei traffici d’armi e droga, del terrorismo, senza dimenticare gli scopi primigeni per i quali fu inventata. Certo, poi è anche una gran bella invenzione per comunicare e per farci produrre di più. Ma “poi”.
D’altra parte, sapendo che sulla rete, la cui impalpabilità favorisce quanto di losco la mente umana può concepire, si concordano e annunciano attentati, azioni terroristiche e quant’altro, come si potrebbe pretendere che gli apparati di sicurezza non tentino di tenerla sott’occhio (quando non di utilizzarla, a loro volta, per analoghi scopi torbidi?). E infatti gli operatori specializzati quali giornalisti, politici e intellettuali, vengono controllati via internet in tutto il mondo (non soltanto in Cina).
Talmente libero e democratico, il web, che al suo interno è tutto un pullulare di anonimi, sedicenti, false identità; quello delle “notizie del diavolo”, delle faccende inventate, delle voci incontrollate, dei fotomontaggi e depistaggi, dei pirati e dei virus d’incerta origine è fin dall’inizio uno dei problemi irrisolti, ed anzi perennemente in crescita, della rete. La somma contraddizione (ma non è una contraddizione, è ipocrisia) esplode proprio nell’universo antagonista, pieno di gente che inneggia alla totale, e incontrollata libertà della rete mentre ha cura di conservare il proprio anonimato, al punto da rendersi “ungoogleable”, cioè non rintracciabile dai motori di ricerca come google, usando accorgimenti da agente segreto: niente nome proprio, niente foto, pseudonimi, nicknames. Utili anche a intrufolarsi, a inserire documenti che non gli appartengono, in contesti nei quali non vuole comparire. Quanto a dire la libertà di pregiudicare l’altrui libertà mantenendo surrettiziamente la propria.
Va anche ribadito che un contesto, o un media, totalmente privo di regole e di interlocutori certi, in grado di assumersi la responsabilità di quanto sostengono e comunicano, non è un mezzo democratico, ma fascista: favorisce le diffamazioni impunite, le montature, i processi sommari e, appunto, le azioni terroristiche o banditesche. Democrazia non è totale mancanza di regole e di controlli, è l’esatto contrario, pochi ma chiari paletti, universalmente condivisi, in grado di tutelare tutti e in particolare i più deboli. Chi invoca la democrazia totale, incontrollata, incondizionata, di solito lo fa col tacito corollario di proporsi per interpretare, regolare, incanalare e gestire egli stesso quella strana democrazia. In Cina, questo qualcuno è il governo, e gli effetti si vedono. L’ultima volta ci sono stato nel 1999, nell’epoca del doppio trapasso: di Hong Kong, che tornava di pertinenza della madrepatria pur conservando i lineamente liberisti ereditati quale colonia britannica, e della Cina tutta che apriva al mercato la propria economia, ma non la propria democrazia. Lì si vedeva chiaramente il senso di internet, un cavallo di troia efficacissimo nell’attirare la gioventù indigena verso schemi di consumo e, in definitiva, di pensiero occidentali. E si capiva anche che il governo non se ne sarebbe stato impotente a guardare il montare di sensibilità potenzialmente devastanti per la propria sopravvivenza. A questo punto, qualcuno deve porsi un problema (e darsi una risposta): posto che la rete è l’invenzione cardine del postcapitalismo americano e occidentale per veicolare nuovi impulsi commerciali e per controllare in modo più agevole che mai le democrazie occidentali; se il governo cinese reagisce con il giro di vite della censura e del controllo di polizia, è un regime liberticida o semplicemente un governo (comunista) che si oppone all’attacco capitalista dell’occidente neocolonialista e tecnologico?
Per noi, cinici e totalmente de-ideologizzati, convinti come siamo che marxismo e liberalismo siano due facce della stessa medaglia (corrosa), che ha favorito la degenerazione da cittadino a consumatore, da soggetto di diritti ad oggetto di traffici, il problema non si pone: internet è naturalmente antidemocratica, e il fatto che ce ne sia stato velocemente imposto l’uso a prezzo di restare fuori dalla società operante, lo conferma. Insomma crediamo di usarla e ne veniamo usati, crediamo di controllarla e ne veniamo controllati. Come già con la televisione? No, di più e meglio.
Massimo Del Papa
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venerdì, 23 settembre 2005
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
XX settembre ’05 / XX settembre 1870
Lo spirito perduto del Risorgimento
Caro Del Papa ,
bene hai scritto su Ruini e la CEI e ben ha fatto Ciampi a ricordare il 135° anniversario della breccia di Porta Pia, alla cerimonia di apertura dell’anno scolastico, deponendo anche una corona in memoria dei bersaglieri caduti nello scontro con i mercenari di papa Pio IX, proprio nel giorno della fine del poter temporale della Chiesa Romana. Come dicono gli storici, quella non fu certo una grandiosa battaglia, ma altissimo è il suo valore simbolico e oggi, allorchè il presidente della CEI si permette di interferire nelle vicende politiche di uno stato laico e sovrano, definendo incostituzionale (sic!) una mera discussione su una proposta di legge in materia di convivenza al di fuori del matrimonio, senza che nessuno dei nostri governanti gli ricordi che l’Italia è una Repubblica sovrana non soggetta alle direttive della CEI, occorre con forza ritornare a quella data e richiamare lo spirito del Risorgimento, senza il quale saremmo ancora divisi in sette staterelli putrescenti e decadenti, di cui quello più putrido era proprio lo Stato della Chiesa. Bene hai scritto nel richiamare il pensiero politico cavouriano sui rapporti fra Stato e Chiesa, pensiero che i nostri meschini governanti ignorano e che mai come oggi deve essere ricordato. La Chiesa eserciti pure il suo magistero in campo morale, ma non si permetta d’interferire nelle vicende politiche italiane, specie attraverso richiami alla carta costituzionale, dettandone tra l’altro interpretazioni unilaterali e fuorvianti: sarebbe come se un rappresentante governativo italiano si permettesse di dare giudizi d’incostituzionalità alla Francia o alla Germania o agli USA, richiamandone la carta fondamentale ! Con quale autorità ? Ma ci rendiamo conto dell’abnorme e incredibile ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano che sarebbe posta in essere ! Neppure con l’ultimo stato dell’Africa equatoriale potrebbe commettersi un'invadenza del genere. Forse non resta che rimpiangere le baionette e le cannonate di Porta Pia !
Lettera firmata
Con l'ultimo stato africano equatoriale, no. Con lo stato italiano, che è in un pessimo stato. sì.
mdp
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mercoledì, 21 settembre 2005
DIO CI SALVI DA RUINI
Heri dicebamus… che l’attuale pontefice, paparatzy, si comporta casomai come un ponziopilato: sullo scandalo dei preti pedofili, da lui coperti, se ne lava le mani: invoca non lo spirito santo ma lo spirito dei tempi: l’immunità, che piuttosto è impunità, dal presidente Bush: tra capi di Stato…
E l’impunità, puntuale, arriva. Ennesima commistione tra foro (absit injuria…) interno e esterno. Questo dovrebbe essere un capo spirituale, e di un genere particolare: il vicario di Cristo, cioè di uno che non si negò, come un Previti o un Ratzinger qualunque, a un processo per quanto ingiusto e potendo fulminarli tutti; ma da quella palla della donazione di Costantino in poi, chissà come mai nessuno come il vicario di turno si è tenuto distante dal Suo esempio; chissà perché il papa cattolico pretende pieni poteri, e vuoti doveri, anche nel mondo materiale, secolare, come un imperatore medievale, un monarca per niente illuminato, un dittatore al di là del bene e del male. È appena il caso di annotare che l’imperatore Bush, o chi per lui – nella fattispecie il viceministro di Giustizia, che ha bloccato la scabrosa procedura su paparatzy ricorrendo – papale papale – alla suggestion of immunity – non concederà senza contropartita l’ambito regaluccio: per esempio, pretendendo silenzio e sottomissione sulle faccende di guerra. Ma sì, che ce fregano diecimila morti ammazzati civili in Iraq? Vuoi mettere le pippe di Harry Potter quanto sono più gravi?
Il viceministro Peter Keisler l’ha detto chiaro: “Perseguire il pontefice sarebbe incompatibile con la politica estera degli Stati Uniti”. Un’ammissione serena quanto offensiva, come a dire questo vecchietto ci serve, ce l’abbiamo in pugno e se lo graziamo abbiamo i nostri buoni motivi. Ce ne sarebbe abbastanza per capire che quest’esercito di vecchi in sottana nera, pur con tutti i suoi opus dei, cielle, mafia, camorra, p 2, ior, spaventa solo a chi decide di lasciarsi spaventare: ma se uno li vede per quello che sono, ministri di un culto, cui è stato lasciato storicamente troppo potere, il loro potere si ridimensiona subito. La Spagna l’ha capito, la Francia l’ha capito sin dalla rivoluzione francese, l’America non ha bisogno di capirlo. l’Europa del nord è protestante, e alla fine del papa si fa un baffo. L’Italia è ferma all’anno mille. Così va il mondo, dove non a caso ci sono imperi e province. Nell’impero, il papa piglia ordini; nelle province, li detta a mezzo dei suoi spaventapasseri tipo Ruini, davanti al quale tutti da destra a sinistra fanno a gara a genuflettersi. Finiti i tempi cavouriani del libera chiesa in libero stato, qui siamo allo stato prigioniero in chiesa inarginata.
A noi questi vecchi bavosi, che molestano i bambini o proteggono chi li molesta, che abbandonano i loro fratelli più onesti, come i missionari, alla loro morte, che intrigano, che rubano, che inventano anni santi come Bonifacio VIII settecentocinque anni fa, che spremono soldi anche dai morti, che cedono al più diabolico personalismo dandosi in pasto come totem nelle ammucchiate mistiche di Colonia, che invocano l’impunità dai loro crimini, che non hanno coscienza né morale, che pretendono di dettar legge a uno stato laico in materia di sesso, matrimonio, convivenza, prole, proprio loro che (ufficialmente) non possono far sesso, sposarsi, convivere, aver figli, e che non sono neanche cittadini dello Stato laico, a noi questi nosferatu sempre tra i piedi come Ruini o Tonini (“è peccato molto gra-a-aaaave!”), questi alienati come don Benzi, che al sindacato delle passeggiatrici chiamano “il pretaccio” perché vuol redimerle tutte, questi esibizionisti come don Mazzi, onnipresente ovunque ci sia una telecamera e un paio di tette che ballano, queste sorelle fuoriditesta che si coprono di ridicolo (indimenticabile uno striscione romanista in un vecchio derby: “Ve scopiamo suor Paola”), insomma questi drogati di notorietà, tutta gente cui la tonaca e la parrocchia va stretta, che senza controprova credono d’aver capito tutto della vita, che vorrebbero convertire a colpi di crocifisso in discoteca, ma che forse dovrebbero cominciare col convertire loro stessi, cominciano a uscire dalle orecchie. “Dio non dà nessun fastidio, sono quegli stramaledettissimi preti”!”, ruggiva Peppone in un episodio di “Mondo Piccolo”. Ed era un ingrato, perché aveva di fronte un prete formidabile come don Camillo. Figuriamoci noi con questi pretuzzi segaligni e repellenti, che non ci mollano mai, notte e giorno, allo stadio e in tv, a Montecitorio e a Montecarlo, sotto le lenzuola, in cucina, al cesso. Dio ce ne scampi e liberi, dai preti.
Dicono che le chiese sono vuote. Cominciassero loro a riempirle di nuovo: io dico che un Ruini in chiesa saranno 120 anni che non ci mette più piede.
Massimo Del Papa
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martedì, 20 settembre 2005
MISS ITALIA, DEL NOCE, RUINI, PRODI…
Continuiamo con le cose futili, ma non completamente. E coi clichè: a pensar male si fa peccato, eccetera. Hanno eletto miss Italia una sciacquetta come ce ne sono tante, e fin qui nessuna sorpresa e manco ce ne frega niente. Ma come mai qualche giornale aveva chiuso la prima pagina con la foto dell’eletta, non ancora eletta? E perché a un certo punto lo scialbo conduttore Carlo Conti, nulla più che un operaio generico della tv, nominava la miss in via di scadenza, Chiabotto Cristina, chiamandola Chiara, lapsus che riconduceva al nome dell’eleggenda, Edelfa (?) Chiara, appunto? Non ce ne importerebbe di meno non fosse che la vincitrice becca d’amblée 75.000 euro, centocinquanta milioni vecchi, in contratti pubblicitari, poi annessi e connessi e comunque le cambia la vita; mentre, si sa, il secondo è come non esistesse (anche se oramai la televisione onnivora ricicla tutto). Insomma, restano i dubbi su qualcosa che, messa da parte la materia del contendere, equivale a una sorta di concorso pubblico, con tanto di stipendio. Vabbè che in Italia tutto è combinato, e non lo fosse una futile rassegna di chiappette e di poppe sarebbe proprio il colmo; vabbè che “tanto è un gioco, una splendida avventura”, come dicevano tutte le fanciulle che però una volta eliminate non trattenevano i lacrimoni (si, anzi, ci consolano coi primi servizi fotografici già in rete: una gioia per i nostri occhi, quei sederini d’oro in trasparenza, , ma come fidarsi quando poi le senti aspirare a un traguardo di maestra d’asilo, neuropsichiatra, magistrato antimafia?).
Dopodichè, alcune note a margine. L’attore Bruce Willis pareva un pitone rimbambito. Pu(p)po era lì a far pena. Ma chi sconcertava più di tutti era il solito direttore di Rai 1 Del Noce, omosessuale notorio che in quanto tale tutti deridono: lo mettono in mezzo a una carovana di fanciulle, e ridono. Gli fanno baciare in bocca uomini a ripetizione, e ridono. Gli fanno le battute, e giù scrosci d’ilarità. Perfino le ragazzine in gara ghignavano. Lui imperturbabile, s’è trasformato in una macchietta senza dignità, si vede che compensa col potere. Ma non è un bel vedere. Non rende giustizia alla causa dei gay, che è una causa seria e ancora aperta, almeno finchè un pretaccio incartapecorito, simile a Nosferatu, che non può sposarsi, non può convivere, non è neanche cittadino laico italiano, si permette di dettare la linea in materia di morale, pacs, convivenze. E l’aspirante Zapatero de noantri, il professor Prodi, gli s’inginocchia davanti precisando che lui non ha mai parlato di matrimoni gay. Altro che Zapatero: va’ a zappare, Prodi, se a spazzar via la tua dignità basta la paura di perdere qualche voto bigotto.
Massimo Del Papa
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