sabato, 31 dicembre 2005
IL SOFFIO
Che avrei dovuto dirvi? Che siete proprio bravi? Che ci avevate stupito, commosso, conquistato, il corteo di sorrisi che dopo un sipario sceso si portano in camerino, a mazzi come i fiori?
Io lo sapevo, che eravate così. Sapevo le vostre ali, e cosa succede se spiegate le ali. Io ero pronto a farmi fare male.
Quello che ho respirato è stato il profumo di un pianto dentro un pugno, e i petali lasciano macchie di vita sulle dita.
L’invidia, senza pudore. Per non essere là, sul palco insieme a voi. Con un ruolo anche io, sotto un costume mio, fosse anche il sudario nero dell’ultimo spirito. Invidia per quella magia solo vostra, che mi tagliava fuori, che arrivava già usata. Invidia per non avere osato quello che avrei dovuto. Sembravate più grandi, ed eravate grandi. Grandi davvero. Ciascuno a suo modo. Ciascuno il suo volo. La magia del sipario… solo per voi. L’incanto del sogno… tutto per voi. La tensione del volo… ancora per voi. No, non è giusto.
La nostalgia, più feroce, più atroce. Io, che ho bisogno di respirare gente, ho incrociato la vostra strada e prendo più di quanto posso darvi. Sono un maestro che impara sulla vostra pelle. Ma perché solo adesso? Mi dispero pensando che ho perso dieci anni, e mi consolo pensando che fino a ieri non sarei stato pronto. Non sarei stato grande. Non alla vostra altezza. Ma la verità è che le cose non arrivano quando le vogliamo. Arrivano sempre dopo. Appena un giorno dopo. Inesorabilmente tardi.
E poi l’angoscia, sottile, ma da mettersi a urlare. Non vi riconoscevo. Non più vi raggiungevo. Con l’orgoglio di un sogno, siete volati via. Lasciandoci qui a terra, schiacciati da noi stessi. Noi che calcoliamo. Noi che non sognamo. Noi che ci vergognamo. Noi che ci alziamo stanchi. Su quel palco era un soffio, che per noi è evaporato. L’eternità sui volti, incisa nelle voci. Disegnata nei gesti. Infuocata negli occhi. Quell’ingenuità. Quell’onnipotenza di credere davvero, che alzando solo un braccio il mondo si trasformi, il male si ripensi. Passerà tra un momento, a tradimento il soffio. Ma ora è vostro, e noi… noi lo respiravamo. Nessuna recita al mondo può essere così magica. Gli attori laureati ringiovaniscono a stento. Voi crescevate di colpo, e niente era più quello. Così lontano il mio soffio…
Per ogni sipario che sale ce n’è uno che scende. Per una luce che muore, un’altra già si accende. Ma qualcosa resiste, qualcosa non implode. È quella vostra stella, che non potrà morire… Ecco, perché non potevo dirvi soltanto “bravi”. Dovevo confessarvi, mi avete fatto male…
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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mercoledì, 28 dicembre 2005
A CHI SERVE L’AMNISTIA
Quello che offende nella pannelliana voglia di amnistia è l’ipocrisia. Non presunte quanto sconclusionate ragioni umanitarie, che a quel punto converrebbe abolire direttamente la funzione giurisdizionale, ma l’opportunismo fatto e finito per cui le carceri scoppiano e i detenuti non si sa più dove sbatterli, con rischio di rivolte e incidenti che in periodo elettorale non ci vogliono proprio. Senza contare la nuova ondata di Tangentopoli, per cui molti banchieri e politicanti potrebbero ricarderci giusti giusti. Nell’amnistia piuttosto che in galera.
Quello che offende nella farsa dell’amnistia è che al di là delle marcette natalizie pochi o nessuno la vuole davvero, come si è visto il 27 dicembre con la Camera dei deputati deserta che sembrava un penitenziario abbandonato dagli evasi. Quello che offende è l’aleggiante opportunismo di un Pannella che, giunto al capolinea della sua fantasiosa avventura politica, autorizza qualsiasi sospetto pur di non sparire.
Quella per cui svotare le carceri sarebbe un atto di giustizia e di pietà è una logica curiosa, una logica all’italiana. Se le galere scoppiano di balordi la soluzione non sta nel disinnescare la carica sanzionatoria, il “nulla lege sine poena” che dal diritto romano ci perviene fino a Kelsen, Bobbio ed altri filosofi del diritto. La soluzione sta in una giustizia equa, in un garantismo che garantisca le vittime non i potenti, vedi il caso del banchiere ladro Fiorani per il quale il solito Ferrara ha subito invocato la scarcerazione e magari una medaglia, sapendolo legato a doppio filo (anche) al padrone Berlusconi, col rischio che si metta a parlare. Qui sta il cancro della giustizia all’italiana: che la si vuole rendere uguale per tutti disapplicandola democraticamente, dai potenti fino ai rubagalline. Questa amnistia è solo un altro condono, un condono penale che porta come tutti i condoni a un successivo incremento dell'attitudine criminale dal 20 al 30 percento, con il che le carceri si farciranno nuovamente e più di prima, com'è sempre accaduto dopo ogni amnistia. Quanto a dire tappare le falle carcerarie con gli stracci. In nessun Paese, evoluto o tribale, è sancita l’impunità su base fiscale, come dire che sotto i diecimila euro di reddito uno può delinquere tranquillamente. La ragione è semplice: che si spalanca la porta allo stato presociale di natura, rubando i poveracci ad altri più poveri, più indifesi e disperati di loro.
Tutti a parole invocano l’amnistia, ma nessuno si dà sul serio da fare per rendere quegl’inferni che oggi sono le galere in luoghi di pena dignitosi; men che meno l’impresentabile guardasigilli Castelli, che è il primo a giocare sulla pelle dei detenuti come quando, nel 2003, paragonava i penitenziari italiani a “dei grand hotel”, con frasario piduista.
Tutti di facciata la vogliono l’amnistia, ma nessuno si preoccupa di mettere in relazione la crescita criminale e, di conseguenza, carceraria, con le peggiorate condizioni economiche del Paese. Per superare le quali offrono consigli demenziali, del genere “fate a meno di tutto ciò che vi imponiamo per vivere”. Proprio a Natale abbiamo ricevuto la conferma che l’aumento del costo della vita è il doppio dell’inflazione dichiarata, e nel 2006 viene il bello. Che fare? Semplice: vivere al buio e al freddo come Gesù Bambino nella mangiatoia. I telegiornali danno dritte come queste: cambiare l’intero parco lampadine della casa (con esborso che supera quello di una maxibolletta); vivere con l’occhio incollato ai contatori, con il che si finisce dritti al manicomio; mollare i carburanti e buttarsi sul gpl, un cui impianto costa 3000 euro e inoltre ingombra il baule con le bombole. Un notiziario ha anche proposto la resa incondizionata: “Usate l’auto il meno possibile, lasciatela in garage”. Dopodichè ha lanciato un servizio sulle novità automobilistiche del 2006. Ma il massimo dei consigli è “spegnere il riscaldamento quando si esce e riaccenderlo al rientro”. Trovarne uno che, di norma, faccia il contrario.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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martedì, 27 dicembre 2005
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Oggi ho comprato il Corriere per via del libro-inserto gratuito sulla salute. Così ho visto in prima pagina l'articolo ( che prosegue a pag. 19 ) sui volontari e le O.n.g. Mi ha letteralmente scioccato. Quando anch'io mi ero fatto qualche pensiero non proprio fiducioso nei confronti di quieste organizzazioni, mi ero poi bollato di pessimismo cronico e malfiducia istituzionale non giustificata. Ora viene fuori questa ricerca che sembra dare ragione ai miei dubbi passati. Interessi sopra interessi anche nelle organizzazioni non governative. Soldi sprecati. Soldi spariti. Soldi pseudogiustificati in spese generali ( inutili? )..... Volontari in attesa di denaro facile e successo.......
Io non capisco più.
E il mio cuore è amaro.
Gerardo
Su con la vita: come funziona lo sappiamo: se le disgrazie non ci fossero bisognerebbe inventarle, e di norma l'aiutino fa più comodo a chi lo porge che a chi lo riceve. C'è una regola: l'utilitarismo del soccorso è direttamente proporzionale al suo sbandieramento. Ho fatto il servizio civile, in qualità di obiettore di coscienza, in una Comunità che ospitava ogni genere di disagio. I cosiddetti handicappati sono tali, non scemi: quando veniva un gruppo di giovani volontari, regolarmente in fuga da qualcosa, dicevano: "Chi dobbiamo aiutare ad aiutarci oggi?"
mdp
p.s. il che non giustifica il nostro egoismo: ci sono molti modi per darsi da fare, e conviene regalare se stessi che una somma. In silenzio, possibilmente.
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TSUNAMI IN SALDO
Siamo così assuefatti alle disgrazie che se non ne troviamo una fresca ci rifugiamo in quelle del passato. Questo Natale i notiziari non hanno fatto che mitragliare immagini del maremoto scoppiato un anno fa, l’onda anomala che incombe, la fuga dei bagnanti urlanti, una voce impreca “maledizione” e poi il disastro.
Una sciagura in differita, un Natale in registrata. Siamo così scontenti, così nauseati di noi che cerchiamo un pretesto per poterci commuovere, riscoprendoci umani. Fuori dal mercato, dalla pubblicità, dalle meschinità di una vita avariata. Una ragione per compatirci ancora, fosse anche usata. I telegiornali lodano la generosità italiana degli sms di un Natale fa, i politici rifatti rinfrescano la pubblicità elettorale, resta l’invito a dare dare dare “perché c’è ancora tanto da fare”, e insieme il sospetto che sia una tassa indiretta, un balzello del ricatto con cui raccogliere una parte per Telecom, una per il governo (che lucra sull’iva dei messaggi) e il rimasuglio al disastro.
Non si riesce mai a sapere esattamente quanto, del tanto raccolto, va a buon fine: recitano cifre, mostrano villaggi, casupole, ospedali da campo, immagini di repertorio forse raccolte altrove, e poi concludono: c’è ancora tanto da fare. Indi passano ad altro, alle pubblicità natalizie, per un film, uno chef, un regalo inutile, una vacanza in Brasile, un cantante bollito, tutto un invito a spendere, a comprare, anche qui “c’è ancora tanto da fare”.
Siamo così tristi, così disperati e incattiviti che abbiamo bisogno di uno tsunami in saldo per sentirci migliori.
Almeno a Natale.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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domenica, 25 dicembre 2005
REGALI
Buon Natale
A chi un Natale
Non l’ha
Al mondo
Sono più di metà.
Buon Natale
A chi deve morire
E lo sa.
Buon Natale
A chi lo spenderà
Consumando rimpianti
Solo coi suoi ricordi
O nemmeno più quelli
È già tardi…
Buon Natale
Alle vittime di stragi
Cristi senza Re Magi
Niente doni se mai
Un Natale non hai
Mondo
Non nascondo i tuoi guai
Guardati fin che puoi
Finchè sopporterai
Il tuo volto allo specchio
Mondo
Che spettacolo immondo
Se chi muore per niente
O per troppo
Non conto.
Regali
Quanti sono i Natali
Buttati
Fra le ossa di bimbi
Affamati
E potremmo salvarli
Se non fossero tarli
A mangiare il tuo cuore
Mondo.
Sfondo
L’ultima umanità
Affondo
Senza più volontà
In questo Buon Natale
Che non so più a chi dire.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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venerdì, 23 dicembre 2005
DAVVERO
“Alla luce del sole” seduto coi ragazzi è accecarsi dentro, è sentirsi sgomento. Vedere nei loro occhi don Puglisi che muore è morire anche tu, non poter più parlare. Non riuscire più a dire che è successo davvero, e perché mai è successo, e succederà ancora. Questa favola vera, lascia crepe nel cuore: non sorridono più, dentro gli occhi hanno dighe. Poi li vedi sciamare, rifiorire alla vita: c’è una festa che chiama, il dolore è una coda. Muore e vive don Pino, con lo sguardo da buono. Io l’ho visto con loro. E’ Natale davvero.
Massimo Del Papa
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giovedì, 22 dicembre 2005
QUESTIONE DI DOMANDE
Non sopporto Vittorio Feltri. È più forte di me. La mia preclusione verso quel bergamasco sfiora i confini del razzismo. Non mi piace la sua origine, la sua cadenza, quello che dice, come lo dice, dove lo dice, come lo titola, come lo confeziona. Non mi piace come veste, come si pettina, come si atteggia. Non apprezzo neppure gli occhiali che inforca. Non mi piace il suo sciacalleggiare. Non “ha penna”, non è uno scrittore. Non credo sia un giornalista “Libero”, tantomeno “Indipendente”. Penso semmai a un teppista, una seconda scelta, un’antitaliano che italianissimamente lancia il figlio, un Giamburrasca senza talento, una pistola scarica. Non dimentico come subentrò a Montanelli nel “Giornale”, e il suo pallore quando Indro, sulla soglia della morte, trovò ancora il fiato per sputtanarlo in diretta, da Santoro, dando ragione a Travaglio che raccontava come Feltri avesse fatto le scarpe al vecchio maestro.
Feltri è uno di quei tipi, e di quei giornalisti, che sento sideralmente lontani.
Ma perché proprio lui, e non qualcuno della sinistra birignao, meno ancora di quella radicale, men che meno dei colleghi terzisti, bipartisan, pluralisti, garantisti, profession-isti, meno di tutti i giovani decrepiti, aspiranti cronisti come Diaco o Pezzi, insomma perché dev’essere proprio Feltri (che detesto: l’ho già detto?) a trovare la faccia tosta, e per giunta da Vespa, di chiedere al Cavalier Cialtrone “come mai le leggi che le interessano passano e le altre no?”?
Erano anni che aspettavamo quella semplice domanda. E alla fine è arrivata, dalla bocca sbagliata.
Feltri non sarà quel che non sarà. Non sarà un giornalista simpatico. Ma le domande antipatiche le sa fare.
E le fa.
Massimo Del Papa
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mercoledì, 21 dicembre 2005
STRISCIA” DI NOME E DI FATTO, TIENITI IL TAPIRO
Alla fine il sospirato Tapiro per Berlusconi è arrivato. Solo che il volonteroso Staffelli al boss l’ha portato con una motivazione complice e innocua: le contestazioni di pochi maleducati, filmate dal tg 1. Così il boss, di Staffelli, di Striscia, della televisione dove si andava in onda e finanche del Tapiro, ha avuto porta vuota per attaccare i comunisti, i telegiornali manipolati, l’accanimento orchestrato contro di lui, e figuriamoci se sbagliava il gollazo. Eh no, caro Staffelli. Così non puoi cavartela. Così è solo che l’operazione simpatia per la campagna elettorale è già partita. Di faccende per attapirare il tuo padrone ce n’erano millanta (che tutta notte canta). Per esempio: il discredito mondiale. Le promesse tradite. Le leggi ad personam. La volgarità di presentare il libro del suo scritturato, in molti sensi, Bruno Vespa. L’agenzia “Standard & Poor’s”, se proprio voleva andare sulla notizia, che proprio il giorno del Tapiro ha sputtanato il Cavaliere nullafacente di governo. O l’intrigante circostanza per cui più son condannati e più gli stan vicini, come il braccio destro Previti, che ha messo insieme una dozzina d’anni di carcere per corruzioni assortite, o quello sinistro Dell’Utri, che d’anzianità reclusoria ce n’ha altrettanta tra false fatturazioni, tentate estorsioni e soprattutto mafia, nove anni per mafia: e già s’avanzano i nuovi entrati, come Aldo Brancher, tra i furbetti del quartierino.
Poi dicono che “a Mediaset c’è più libertà che in Rai”. Figurarsi allora cos’è il “servizio pubblico”. Tanto per non sbagliare, a Mediaset non passano le immagini dei cecchini italiani in Irak, così in missione di pace che sparano come pazzi a tutto ciò che si muove. In compenso, a Striscia passano i tapiri. Invece dovrebbero tenerseli Staffelli, Ricci, il signor Ezio, il signor Enzino, le veline e il resto della compagnia strisciante: visto come fanno le pulci al padrone, nessuno li merita più di loro.
Massimo Del Papa
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lunedì, 19 dicembre 2005
‘A FANATICA
Ma che c'azzecca questa inevitabile, incontenibile, insopportabile sig.ra Franca? Sta sempre un passo avanti al marito, saluta con la manina, premia lei guitti & saltimbanchi, bacia i bambini, esterna raffiche di nulla su tutto. Quanto si piglia sul serio! Non c’è Ciampi senza donna Franca, non c’è banalità senza controcanto, non c’è sorriso senza controsorriso, stretta di mano senza controstretta, commozione senza controcommozione. Non è l’ombra del Capo dello Stato: gli fa ombra. È il suo cappello, la sua isola, il suo domani. La sua voce, la sua coscienza, il suo pensiero. La sua bandiera. E, purtroppo, anche la nostra. Nei consessi internazionali, gli altri parigrado, tutti rigorosamente senza consorte o almeno a istituzionale distanza di sicurezza, non sanno più a chi rivolgersi. Se Bush apostrofa Ciampi, risponde donna Franca. Se vanno a trovare la Regina, Il presidente consorte e il principe consorte se ne stanno in disparte, giocano a carte. Qualcuno giura d’aver sentito mormorare la Prima Signora del Paese all’anonimo e accigliato marito: “Non t’azzardare ad aprire bocca senza il mio consenso!”. Non si capisce perché mai Carlo Azeglio si ostini ancora ad esternare il suo rituale “messaggio agl’italiani” ogni san Silvestro, imperdonabilmente solo. Non stupirebbe, a un certo punto della tiritera quirinalizia, sentire una vocina interrompere: “Scusa, Carletto, lasciami dire…”. Perché noi non abbiamo un Presidente: abbiamo un corpo e un’anima, un ibrido, un androgino. Non ci stupiremmo se fosse la parte femminile a firmare tutte e ciascuna le leggi fatte in casa del Cavaliere. Pochi giorni fa è scomparsa Carla Voltolina, moglie di Pertini: per tutto il settennato, nessuno l’aveva mai vista. Con quest’altra, rischiamo di scordarci i tratti del marito. Fossimo negli Stati Uniti, avrebbero dovuto ridoppiare tutti i film di politica o spionaggio: invece di “mr President”, “The President”. Neutro, onnicomprensivo, polimorfo. Bifronte. Stereo. A vederla, questa nostra first, superfirst, megafirst, totalfirst lady, torna in mente er sor Brega in “Vacanza di Natale”: “E tu’ madre, che sta sempr’affa ‘a fanatica co la portiera… se’ bbrava, sei!!!”. Donna Franca non si stanca: qualcuno le spieghi che rischia di trasformarsi, con rispetto parlando, in una Lecciso istituzionale.
Massimo Del Papa
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domenica, 18 dicembre 2005
PENSIERINO DELLA DOMENICA
OCCHIO ALL’INFILTRATO, QUANDO E’ TAPPO E GRIFFATO
Mentre venerdì a Bruxelles i membri della UE discutevano accanitamente sulle prospettive di bilancio, ossia quanto destinare al consesso comune nel suo complesso, e con un occhio ai Paesi entranti dell’esteuropeo in particolare, fuori un black bloc con una inedita tuta mimetica griffata Corneliani tentava un’isolata azione di disturbo, arrivando a rovinare alcune apparecchiature interne alla sede istituzionale dopo essersi beffato dei controlli. In particolare, l’isolato antagonista ha preso di mura un ascensore, mettendolo fuori uso con un rimbombante colpo contundente. Gli addetti alla sicurezza a tutta prima hanno pensato a un attentato. Poi, facendo la conta dei presenti, si sono accorti che mancava il rappresentante italiano. Alla fine l’hanno scovato in albergo, con un grosso bernoccolo sul capoccione. Ma sì. Era proprio lui. Il più acerrimo nemico dell’Europa Unita, tanto voluta dall’odiato Prodi, ha infilato di gran carriera l’ascensore: a porte chiuse. Ne è uscito un tale cozzo che sono scattati tutti gli allarmi antisommossa, col black bloc, sotto il cui passamontagna premevano le enormi orecchie, che rimbalzava all’indietro per l’impatto esclamando “Ahi crìbio!”. Le telecamere a circuito chiuso hanno registrato l’intera scena, risultata in effetti devastante perché tutti i governanti europei, vedendola, hanno rischiato il collasso dal gran ridere. Dopodichè la discussione di bilancio s’è sbloccata come per incanto: la tedesca Merkel, messa di buzzo buono, ha aperto la borsetta mettendo mano al carnet degli assegni; l’inglese Blair, ancora tenendosi la pancia, non ha potuto non seguirla, accettando di rivedere lo “sconto” della Gran Bretagna. Alla fine tutti contenti (e con le lacrime agli occhi per l’irresistibile momento comico). Meno il noglobal più sìglobal di tutti, quello che voleva sfasciare l’Europa e s’è sfasciato contro un elevatore. Una craniata lo seppellirà.
Massimo Del Papa
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Solcando i sette mari
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L’obiettivo nostro è ancora scrivere di
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La massima di Massimo
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