lunedì, 31 luglio 2006
OLTRE L'ASSURDO
A proposito dell'indulto, il solito Caruso ha ribadito la fierezza d'esserselo votato per cancellarsi i reati a suo carico, come un Previti qualunque. Aggiungendo che se questo ha comportato l'impunità per le divise violente di Genova, a lui va benissimo. In un certo senso, anche a noi: così una volta per tutte si staglia ad uso degli allocchi l'esatta consistenza che per certa gente ha la fatidica Genova, vittime comprese. Ma Caruso è un parassita, nella più benevola delle ipotesi, e non merita neppure il disprezzo. Più deprimente quanto ha sostenuto Heidi Giuliani, madre di Carlo che da Genova non tornò. Anche per lei Genova val bene una messa e l'indulto va bene così, ottimo e abbondante perchè “non serve sbattere in galera nessuno, basta la condanna morale”. Heidi delira. Vorrei poter pensare che parla per disciplina di partito, dunque per ipocrisia, ma, conoscendola come persona onesta e leale, non è possibile. Non mi resta che concludere per il delirio. Voler abolire il carcere tout court a vantaggio di una preconcetta riprovazione morale significa semplicemente la fine di ogni stato di diritto ma soprattutto della ragione, con tutti i parti di mostri che ne conseguono. È una bestemmia per la quale è perfino patetico scomodare la filosofia politica, la giuspubblicistica, la storia. È l'apertura non alla convivenza pacifica ma alla legge del più forte. Che è il contrario di ogni legge, di ogni stato e di ogni civiltà. È un'assurdità senza neppure la scusante dell'utopia o del fanatismo.
Testimonio da anni contro la mafia: e una affermazione così, più che sconcertarmi, mi mette in corpo una rabbia disperata. La semplice condanna morale per i mafiosi che sciolgono i bambini nell'acido, che trucidano magistrati, forze dell'ordine e cittadini, che annientano famiglie, che inghiottono il futuro, che impediscono ogni crescita umana, culturale, sociale ed economica? Per certe multinazionali che depredano l'ambiente, sfiniscono interi continenti, schiavizzano miliardi di persone? Per i trafficanti di organi e di bambini? Per i pedofili? Per i grandi narcotrafficanti e i padroni dei clandestini, delle bambine costrette al marciapiede? Per i criminali finanziari, i piduisti, i dittatori, i politici criminali, gli stragisti che per decenni hanno messo le bombe sui treni e nelle piazze? Davvero Heidi pensa, come neppure più un prevosto di campagna, che per costoro il carcere non serva e basti invece una bella condanna morale? Davvero queste è gente che si pente, Heidi?
A questo punto Heidi consideri che, con la sua frase, svuota di senso anche la sua battaglia per rendere giustizia a suo figlio. Il quale, oltre che un gioco sporco di fetenti di ogni colore, ha forse pagato anche le conseguenze di una educazione davvero tutta sballata.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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domenica, 30 luglio 2006
SOCIETA' VIOLENTATA
Dopo l'approvazione dell'intulto salvapotenti, dedicato oscenamente dal suo demiurgo Mastella al papa Wojtyla, la società ha presentato subito il conto sottoforma di un curioso contrappasso: due stupri di minorenni su minorenni in poche ore, uno a Brescia l'altro a Jesi. Peggiore, se è lecita una simile valutazione, quello al nord dove tra fanciulle sui 15 anni hanno immobilizzato l'amica coetanea, costretta anche a prendere droga, mentre veniva violentata da un barista ultrasessantenne. Nelle Marche invece altri tre quindicenni, maschi, hanno trascinato una bambina più piccola di loro ai giardini pubblici, dove ne hanno abusato. Non c'è correlazione tra il perdonismo dedicato ai pontefici e il crollo della soglia della decenza e della criminalità a livelli prepuberali? Certo che c'è, magari inconscio, irrazionale ma esiste, lo respirano i rampolli di buona famiglia che per duecento euro vendono un'amica o se la prendono tranquillamente come fosse un cellulare. Questi ragazzini analfabeti e brutali, presociali, non intendono ma intuiscono che nessuno li chiamerà a rendere conto per i loro misfatti anzi potrebbero anche divenire famosi, invitati a qualche reality. La società è tutta a loro favore, a partire dal guardasigilli garantista che faceva il testimone di nozze a un picciotto di Provenzano, per finire con le mamme coraggio e i preti idioti che sposano la morale televisiva dell'incanaglimento con ravvedimento incorporato. Non c'è correlazione tra piccoli stupratori o omicidi e indulto? Ma se una delle più illustri beneficiarie ne è Erika De Nardo, la massacratrice della sua famiglia che si è vista scontare altri 3 anni di pena ed è stata celebrata da tutti i giornali come pronta a nuova vita. Anche i criminali da cavalcavia, che giocano alla roulette russa con le macchine dei vacanzieri, sono sempre difesi dalle rispettive mamme coraggio, dai sindaci, dai paesi, dai parroci e a volte perfino dalle stesse vittime se sopravvissute che si fiondano ad annunciare improbabili perdoni mentre ancora calano nella fossa i cadaveri dei loro cari trucidati.
Il vero senso di un indulto generalizzato in una società dove i bambini violano i bambini non è la carità cristiana da dedicare a un papa, ma il cinismo, il disprezzo della vita umana e dei più deboli. Detenuti compresi.
Massimo Del Papa
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sabato, 29 luglio 2006
SE UN PAESE NON RAGIONA
In questa nuova guerra che la coinvolge Israele ha tutte le ragioni: è stata provocata, sta nella tenaglia di Stati poco raccomandabili, il farabutto iraniano Ahmadinejiad ne predica la distruzione, i fantasmi dell'Olocausto sono ancora vivi e ancora inquieti. Ha un solo torto Israele, ma rischia di travolgere tutte le motivazioni spendibili. Quella dell'accerchiamento è una possibilità che Israele ha trasformato infelicemente in sindrome. Il Paese ebraico non è solo, ha dietro gli Stati Uniti, ha con se' un'Europa di cui sembra sempre più l'avamposto in oriente per cultura, per benessere, per stile di vita, è sufficientemente armata essa stessa per rintuzzare eventuali recrudescenze. E lo sdegno per l'antisemitismo, benchè sempre da nutrire, è comunque alto, generale, condiviso. Un altro Olocausto non sarebbe pensabile e Israele deve tenerne conto, non può scatenare ogni volta una guerra preventiva o di reazione per mostrare al mondo di cosa è capace. Siamo d'accordo, Hezbollah è una milizia criminale, un cancro nella politica e nella società libanese, Nasrallah ne è il degno boss, i fanatismi sono da combattere di qualsiasi colore religioso si ammantino e se la democrazia ha un suo senso, ancora oggi, sta proprio nella dissuasione che essa pone a chiunque non accetti convinzioni diverse, fondate fin che si vuole, ma col torto di venire espresse da una minoranza che deve assoggettarsi pacificamente al corso generale, sia esso di un singolo Stato o di un orientamento internazionale. Questo però deve valere anche per Israele, cui spetta imparare sul serio le ragioni della diplomazia. Non può pretendere di sentirsi parte di un consesso planetario dal quale fuoriesce, sorda ad ogni invito di moderazione, ogni volta che lo ritiene univocamente giusto o conveniente. Un conflitto scatenato ai suoi confini è destinato a propagarsi inevitabilmente a tutto il Medio Oriente con ripercussioni nel resto del pianeta. Più in generale, se un Paese smette di ragionare, più che in passato sarà il mondo a patirne le conseguenze. Questo intendono dire quanti accusano lo Stato di Olmert di reazione spropositata. Un simile atteggiamento oltre che isterico è anche controproducente perchè Israele non può fare pagare in eterno al mondo le atroci persecuzioni patite dal suo popolo: di questo passo l'orrore dell'Olocausto è destinato a sfarinarsi nella percezione di un vittimismo buono a ingenerare diffidenza e insofferenza.
E Israele non può ignorare che in questa ennesima tragedia che lo coinvolge è, esattamente come hi la minaccia, il comprimario di protagonisti assai più grandi, Usa, Russia, Cina e India in un gioco di specchi, attrazioni e repulsioni di tutti contro tutti che ha per partita gli scenari nucleare ed energetico dei prossimi dieci, quindici anni, con annesso lo sviluppo commerciale che preme da est. Anche in Europa, anche in Italia tutti sembrano totalmente schierati sulle ragioni di Israele, i cui stessi scrittori e intellettuali più radicalmente pacifisti sembrano una volta tanto allineati nel difendere le reazioni militari e l'invasione del Libano, rimuovendo con disinvoltura l'ecatombe di civili che ne è seguita. Rifiutandosi di capire che l'esistenza di uno Stato trova conforto dal modo in cui quello Stato rispetta l'esistenza degli altri Stati. Sordi all'evidenza per cui uno Stato si difende non solo con le armi (fin troppo) suscettibili, ma soprattutto con l'equilibrio e la sagacia di saper coinvolgere a propria difesa l'intera comunità internazionale, evitando conflitti e stragi pretestuose. È esattamente comportandosi come ha fatto con il Libano che Israele rischia di scavarsi il suo isolamento e il suo accerchiamento. Non è questo, sia chiaro, l'atteggiamento a metà tra lo sciacallesco e il paranoico di chi incolpa Israele di farsi le guerra da sola per poterle vittimizzare. E nessuno pretende, a maggior ragione, un pacifismo radicale onirico, se mai, una realpolitik che considera la guerra “la continuazione della diplomazia con altri mezzi”, ma anche, ove convenga, il contrario. Un Paese come Israele non può permettersi di non capire quando è proprio necessario far rombare i cannoni e quando invece è meglio soffocarli.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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venerdì, 28 luglio 2006
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Ciao Massimo, questa l'ho presa da una cronaca riportata su Dagospia oggi. che dire ? Quando si tocca il fondo si scava. qua siamo messi peggio della scena finale de In nome del popolo italiano, che almeno là c'è un po di pathos da tragica caduta in basso. qua siamo in una costante, infinita tavolata da film di Merola di trent'anni fa. Licio Gelli &C possono andar fieri di noi.
"Qualche giorno fa in uno stabilimento balneare della Giannella entra Luciano Moggi con alcuni parenti. Il vociare si trasforma in brusìo, sempre più sottovoce. Da un ombrellone all'altro, quasi tutti si fanno la stessa domanda. Che si fa? Salutarlo o no? Contestarlo o no? Decisione tacita: facciamo finta di niente, ha già tanti guai, poveretto. Ma non finisce così. Dopo un paio d'ore Moggi si trasferisce sulla terrazza ristorante per il pranzo e comincia a chiachierare con i vicini di tavolo. Giunto al caffè, intorno a tavolo di Lucianone ci sono non meno di quaranta calciofili che pendono dalle sue labbra, alcuni alzano i figli sopra le spalle perché possano vederlo, altri sgomitano per potergli stringere la mano, infine il coro "Luciano, Luciano". Un trionfo".
Davide Golin
Caro Massimo, sulla mafia io da qui sto assistendo ad una superficializzazione del fenomeno, come se fosse da baraccone. E purtroppo questo sta avvenendo tra la gente. Nella zona dove è stato preso Provenzano i tour operator deviavano il percorso dei turisti per accontentarli facendoli passare da lì e fare qualche foto. A Palermo si è diffusa la moda delle magliette con scritte mafiose, io sono ironica e amo la satira nella quale trovo una vis di ribellione e di lotta unica, ma questa cosa mi disgusta profondamente. Ricordi che una volta ti dissi che il nemico non è solo quello che tu combatti, a volte è al tuo fianco?
A., dalla Sicilia
Leggo da Repubblica.it... INDULTO: BERTINOTTI, BELLA GIORNATA PER LE ISTITUZIONI. "Oggi e' una bella giornata per la Camera e per le istituzioni: quando le istituzioni sono capaci di atti di clemenza dimostrano la loro forza democratica". Cosi' il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha commentato il via libera della Camera all'indulto. Secondo Bertinotti il via libera all'indulto e' "un fatto positivo anche per la cultura giuridica del paese".
Ora, premessa la mia stima personale per il Presidente Bertinotti, trovo semplicemente allucinante che chi, per anni, ha alzato la voce contro rituali abusi di potere perpetrati da una maggioranza guidata dal pluripregiudicato Silvio Berlusconi, reputi questo giovedì 27 luglio "una bella giornata per la Camera e per le istituzioni". Il perchè è contenuto in quel testo sull'indulto votato oggi. La legge, fortemente voluta dal ministro (???) Mastella, concede infatti l'amnistia anche a chi ha commesso reati finanziari, societari e di corruzione. Vi ricordano qualcosa i vari Previti, Fiorani e Ricucci? Caro Presidente, se l'approvazione di questa disgustosa norma fosse arrivata la scorsa settimana, piuttosto che stringerle la mano a Porto San Giorgio lunedì 24 luglio in occasione del Premio Letterario Nazionale Paolo Volponi,le avrei chiesto spiegazioni, senza alcuna remore. Quelle spiegazioni che nessuno della sua maggioranza darà mai ai propri elettori, convinti (votandola e votandovi) di aver rotto con il passato.
Andrea Braconi, Fermo
Caro Massimo
L'oggetto della e mail non lo cambio rispetto alla precedente... Ora che e' passata l'ultima "porcata" dell'indulto, cosa ci dobbiamo aspettare da questa ripugnante classe politica? Dire che era gia' tutto previsto (da te, da me, da molti)non ci fa stare meglio, preferivo a questo punto avesse rivinto Berlusconi le elezioni. Vedere i suoi principali detrattori trasformatisi nei soliti portaborse e' qualcosa che mi fa bollire il sangue. Siccome non c'e' scelta in questo paese, a questo punto meglio avere il nonplusultra dei farabutti al potere, che i suoi migliori amici spacciatisi per "nemici" per raccattare voti.
Con tristezza...
Cosimo
Massimo, non si può preparare qualcosa per fermare questo scempio? Dove sono i vari Travaglio, Pardi, Moretti ecc.? Con tutti i suoi difetti hai visto Di Pietro? Io da oggi sono in ferie. Se devo rimandare rimando.
Cesare, Milano
Ciao Massimo, avevo criticato la tua scelta di non andare a votare, ma dopo la vergognosa approvazione dell'indulto devo ammettere che avevi ragione. Non ho parole, solo disgusto. Hanno ucciso anche la speranza.
Marco Diamantini, Pesaro
Sì, avevo ragione io ma non ci voleva molto e tutto è tranne che una consolazione. È che io per mestiere osservo il mondo anche per chi ha di meglio da fare, e credo ci stia pure l'inevitabile accusa di Cassandra. Non ci voleva molto, per uno che è costretto ogni giorno ad occuparsi di certi ceffi, a capire come sarebbe finita. Cosa potevamo aspettarci da un Mastella, per di più alla Giustizia? Ce l'hanno mandato apposta, resta da capire se Prodi vi sia stato costretto oppure sia anche lui parte attiva del gioco sporco; finora si è sempre sfilato, lavandosene le mani come Ponzio Pilato. Ma Mastella lo sappiamo tutti chi è: un parassista della politica più sordida, un amico di notori mafiosi, un boss meridionale col suo feudo in comproprietà con la moglie. Anche i Ds lo sappiamo chi sono: sono quelli che da 12 anni e passa assicurano a Berlusconi una serena convivenza politica col malaffare, di cui ricevono le briciole (e anche, ogni tanto, qualche generoso pezzo di carogna) sotto il tavolo. L'immagine più fedele del riformismo accattone Ds è Velina Rossa, il postribolo dei cosiddetti pensatori dalemiani, quelli a libro paga di Silvio, che infatti vorrebbero senatore a vita. Quello su cui davvero bisognerebbe togliere il velo, una buona volta, è Bertinotti. Questo squallido personaggio, omaggiato e riverito da tutti i fascisti che lo sentono giustamente organico a loro; uno che ha ridotto il comunismo a barzelletta, anziché la grande, complessa tragedia storica che era stato. Uno che rende la classe operaia inoffensiva come può esserlo una classe in via di estinzione, destinata alle elemosine e presa in giro da un cialtrone che si vergogna perfino a vestirsi come gli operai. Uno che di operai non ne ha mai visto mezzo. Che ha fatto carriera sindacale entrando nel Psi. Che ha imposto ai nostri portafogli oscenità come i Caruso e i Luxuria e i D'Elia. Che va alle feste in onore di donna Assunta Almirante. Che fa il padre nobile (speriamo) di una velona di regime come l'evitabile Valeria Marini. Uno che, e non può essere un caso, è puntualmente il più riverito dalle reti di Berlusconi, e che in Rai ottiene lo stesso risultato grazie a quel Vespa clericofascista cui si è premurato di garantire il rinnovo del contratto, 5 milioni di euro nei prossimi tre anni, alla faccia degli operai. Un onanista della peggiore antipolitica, un parolaio, sorta di Vanna Marchi della politica, una fontana di cazzate, colui che – non dimentichiamolo – ha fatto cadere il primo governo di sinistra della storia democratica e tre anni dopo ha impedito alla sinistra di tornare a governare per essersi presentato da solo. Berlusconi ha prevalso per i voti di scarto che corrispondevano a quanto percepito da Rifondazione, e chissà se non si è sdebitato: in termini di ospitate televisive, sicuramente. Sull'indulto, questa sanatoria per ladri e malviventi di livello superiore da Ricucci ai banchieri criminali a Previti ai politici mafiosi allo stesso Berlusconi ai cani di calciopoli come Moggi ai presidenti calciaturieri che insieme sono industriali evasori e corruttori ai furbetti dei quartierini cooperativi ai rompicoglioni griffati di buona famiglia dei centri sociali foraggiati da Rifondazione, a ciascuno il suo indulto e il suo ricatto. Su questa farsa cinica alle spalle dei povericristi, che tempo due mesi torneranno tutti in galera perchè la società non offre loro concrete possibilità di riscatto, e in galere-lager che nessuno, tantomeno Bertinotti e tutta la sinistra dei 4 rompicoglioni radicali, ha mai mosso un dito per rendere più umane, il socialfascista Bertinotti ha votato insieme ai fascisti di Forza Italia e dell'Udc di Casini. Oltre che ai farisei di Ds e Margherita. Anche questo non è, non può essere un caso. Tra i più entusiasti per l'indulto che salva Previti e accorcia la vita carceraria di Erika, svettano l'ex boss di Lotta Continua e i picciotti antagonisti. Si capisce. Sofri è un galeotto per omicidio volontario di un commissario. I noglobal hanno svenduto quella Genova che da 5 anni sbandierano ipocritamente, visto che questa strana clemenza salva i peggiori fra loro a prezzo di salvare le divise che durante il G8 scatenarono la mattanza. Curioso, chi l'avrebbe detto: la tuta bianca Casarini che la fa franca insieme agli “odiati” sbirri... Quanto a Di Pietro, può fare tutte le barricate che vuole ma è una pistola scarica: lui pure ha le sue colpe, che cominciano dalla scelta dei suoi parlamentari, notoriamente famigerati collegio per collegio.
Queste cose i giornali sedicenti liberi, per antonomasia di sinistra si guardano bene dallo scriverle. In quest'opera di conformismo e di ipocrisia da Pravda sovietica si distingue l'Unità, che sta facendo schifo, il mio amico Travaglio farebbe bene ad accettare la proposta che gli ha fatto Mieli al Corriere, sia pure con qualche paletto: è bravo, scafatissimo, potrebbe scrivere con maggiore libertà (o minore censura) che all'Unità dove si ostina a restare; ma niente male in fatto di strumentalizzazioni e omissioni, dunque porcherie della più bell'acqua, fanno anche i vari Liberazione (quel suo direttore, Sansonetti, è impresentabile esattamente come il suo boss Bertinotti: si schiera a favore dell'amnistia su calciopoli, altra porcheria finita all'italiana, con l'argomento legalitario per cui “io sono milanista”), Manifesto e limitrofi. Eccola, la vera disinformazione: si stanno riducendo al livello di Libero o il Giornale. Ma forse, lo erano sempre stati. Certo, quanto è più facile e tartufesco minacciare la crisi sull'Afghanistan, sul pacifismo fanatico, terreni sterili su cui si confrontano due partitini cui, lungi dalle popolazioni più o meno sottomesse, sta a cuore solo la propria visibilità, da difendere a colpi di faida, dispetti reciproci, manovre demenziali: l'antagonismo lo praticano tra di loro.
Se da oltre un decennio ci teniamo un Berlusconi che, peraltro, attualmente comanda più di prima, e senza neppure l'incombenza di darlo a vedere, il merito è anzitutto della sinistra istituzionale, da quella sedicente riformista a quella sedicente radicale: non dei poveri che votano Silvio, tema scabroso che l'Unità opportunamente rimuove, come splendidamente ha colto Giorgio Bocca. Il Cavaliere tuona che questa è una dittatura: sicuro, la sua, esattamente come prima. Ma questo i giornali liberi di sinistra non possono certo scriverlo, debbono abbozzare e lo fanno volentieri. Con l'effetto che pare davvero una dittatura di Prodi, su cui la stampa libera (non parliamo delle troie dello spettacolo e della satira) per opportunismo e cialtronaggine si tappa occhi e orecchie come nemmeno per Berlusconi faceva.
Massimo Del Papa
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mercoledì, 26 luglio 2006
DIRITTO PRET A PORTER
Torno alla mia Vespa e c'è un cretino che per guardare una vetrina la adopera come sofà. Si scuote a fatica quando capisce che è arrivato il proprietario, si scosta seccato bofonchiando senz'ombra di ironia: “Prego”. Lo guardo torvo e quello riprende: “Beh, mica sta al posto giusto 'sta moto”. Certo che sì invece, sta fra le strisce strette di un parcheggio per due ruote e comunque non c'entra niente, non c'è nesso tra un (presunto) parcheggio abusivo e l'appropriazione indebita, l'amico s'è inventato una stralunata scriminante sui due piedi e, per concludere in surrealismo, si allontana biascicando: “Sarà per la prossima volta”. Meglio per te che non ci sia una prossima volta, gli urlo dietro e quello niente, striscia via come una medusa. In spiaggia due giovani idioti si sfidano a racchettoni con legnate che manco a Wimbledon rischiando d'abbattere alcuni bimbi che pasticciano con la sabbia del bagnasciuga; alle inevitabili proteste di una madre rispondono arroganti: “Qui stiamo a due metri dalla riva”. Non significa niente, la striscia demaniale non è la striscia di Gaza, non è lecito tentarvi attentati a palla armata, non è res nullius ma res omnium, proprietà collettiva. Ma i due cialtroni applicano la legge del più forte, la madre si rassegna e porta via i pargoli. Situazione analoga poco più avanti con un branco di bufali che improvvisa una finale mondiale finchè una pallonata centra un'anziana: le ridono in faccia, “nonna qui è spiaggia libera”. Non sta scritto da nessuna parte che il lido non in concessione sia una enclave senza legge, anzi il megafono ripete il rosario di divieti tra cui il gioco del pallone “su ogni tratto di spiaggia”. Ma non c'è giustizia che tenga, salvo quella che ognuno si cuce addosso come un vestito, a volte da Arlecchino a volte da Pulcinella. Non è vero che gli italiani siano un popolo fuorilegge, al contrario sono un Paese di cavillisti, di azzeccagarbugli manzoniani, ciascuno si costruisce il suo codice con argomentazioni stralunate, demenziali o patetiche. A patirlo, questo diritto pret a portair, sono sempre i più deboli.
Chi non le vede le moto che vanno dove vogliono purchè controsenso, forti anche loro di una immunità che nessun codice ha mai concesso? Se chiedete perchè lo fanno rispondono “La moto c'è per questo”, manco fosse la moto di 007, licenza di uccidere. I vigili urbani sono pigramente tolleranti, “ci vuole pazienza”, non si capisce per cosa, forse nell'attesa che un coglione si annienti contro un omologo in senso opposto. Gli stessi ciclisti emuli di Ivan Basso, si direbbe anche nel doping data la foga, affrontano il lungomare come una bagarre del tour de France e anche loro hanno naturalmente pronta l'eccezione: “Qui non c'è pista ciclabile!”, e suonerebbe provocatorio far notare che da tre mesi la strada è chiusa alle auto proprio per farvi scorrere (non saettare) i velocipedi.
Al lussuoso ristorante di Tito dove ci uccidono lentamente con inesorabili delizie, a un certo punto due dietro di noi, con la faccia di quelli che fanno domande retoriche per il piacere di sentirsi obbedire, più che chiedere annunciano: “Si può fumare” e con tracotanza indifferente sfoderano pacchetti e accendini e partono coi segnali di fumo, nell'entusiastico assenso del personale che anzi ci spinge a unirci all'abuso, tanto lì siamo “a casa loro”. Il vecchio divieto è annichilito e in ogni caso roba da stronzi, da molluschi legalisti.
Salendo questa scala dei cavilli si ascende all'illegalità di casta, i tassisti che per difendere la loro camorra violano una dozzina di leggi tra cui quella sullo sciopero nei servizi pubblici, emuli degli assistenti di volo che l'anno scorso accusarono in milleduecento una epidemia di emicrania, quanto a dire una truffa collettiva, emuli degli avvocati che appena conviene paralizzano la Giustizia salvo tuonare contro i ritardi della medesima, fino ai proverbiali blocchi stradali per imporre la legge del più illegale a prezzo di svenimenti e malori, agli ultras che pigliano in ostaggio le stazioni dietro riscatto della loro squadra, buoni ultimi (per ora) i farmacisti i quali potrebbero sabotare la riforma Bersani spacciando siringhe col veleno.
Il vero eversivo ormai è chi osa pretendere il rispetto della legge positiva. Non ci prova più nemmeno lo Stato, intransigente solo se c'è da calarsi le brache. La proposta d'indulto per riabilitare da Previti a Vannamarchi passando per Ricucci e un mucchio selvaggio di banchieri ladri e colleghi politici corrotti è un capolavoro di indecenza italica. Anche sui misfatti del calcio, che avrebbero meritato la radiazione di intere squadre, la giustizia sportiva, che non è avulsa dal Paese ma ne è espressione anche culturale, ha preferito come previsto la soluzione emolliente all'italiana, una sculacciata col piumino da cipria che nei fatti si risolve in un incoraggiamento a persistere nell'infamia generale, ridimensionata a monelleria per cui il sommo sacerdote Moggi viene sacrificato quale capro espiatorio. Per modo di dire, perchè è garantito che continuerà a mestare nel torbido come prima. Aveva ragione l'avvocatessa che ha lasciato mia moglie esterrefatta al telefono polemizzando: “Cara collega, il codice è una cosa, la pratica un'altra”. A questo diritto pret a porter, ovvero il diritto di non avere doveri, non sfuggono i guerrieri antagonisti, noglobal all'italiana che ai processi si presentano con paparini e mammine i quali invocano facoltà di teppismo per i loro figlioli in quanto tali. Che tenerezza... Dio, che tenerezza...
Massimo Del Papa
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martedì, 25 luglio 2006
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Caro Massimo, ti segnalo un articolo di Repubblica sul sorprendente Nanus in Fabula "Silvio il dispettoso", che ha un non so che d'antologia. Sembrerebbe avvalorare la tesi che in determinate circostanze ognuno di noi è capace di tirare fuori il meglio ( o il peggio a seconda dei punti di vista) di sè. Ecco dunque come il presidente "mascherato, si muove in pista, si fa notare perché con movenze da artista, con un piccolo salto da guerriero, balza davanti a Veronica Lario che infastidita lo rifiuta con tutte le forze". Fino al momento in cui non si rivela, e intona "Tanti auguri" nel silenzio della sala. Penso che al di là della suspence davvero palpabile nel racconto, il cronista abbia equivocato sugli eventi. Certo la Sig.ra Veronica si sarà infastidita pure: sfido chiunque a rimanere impassibili di fronte a cotanto scempio.Ma siamo davvero certi che non lo abbia riconosciuto? E poi il rivelarsi...manco si fosse trattato di Gesù Cristo agli apostoli. Unico residuo di verità nella mistificazione accondiscendente del narratore: silenzio in sala al topico momento degli auguri intonati dal presidentissimo. Ma non era lui che faceva lo chançonnier sulle navi da crociera? Bene Silvio, torna al vecchio amore...quasi quasi mi commuovo.
Antonino, Sicilia
Io peraltro vorrei sfatare anche il mito di questa Veronica donna prudente e saggia, del tutto diversa dall'uomo che se l'è comperata vedendola in un teatro a seno nudo, l'ha tenuta sequestrata anni nella sua villa intanto che continuava con la famiglia ufficiale, ci ha fabbricato una detestabile prole e da quasi 30 anni ne subisce, oltre alle figuracce e alle corna, le inevitabili quanto, presumo, fastidiose risacche sessuali. Davvero una così sarebbe una persona intelligente, elegante, raffinata e disinteressata, quasi un corpo estraneo nella vita del peggior burattino che l'Occidente abbia espresso nell'ultimo secolo?
mdp
Ciao Massimo, hai visto Silvio scatenato a Marrakech?
Roberto, Firenze
Eh, già: Berluscò le Moko. Io però l'avrei visto meglio ad Hammameth.
mdp
Caro Massimo, da Potentino transfugo per lavoro sono molto contento dell'iniziativa a Tito. Finalmente qualcosa si muove anche dalle mie parti! Spero ti abbiano fatto mangiare gli strascinati!
Giampiero Gaeta
Gli strascinati sono uno dei ricordi più struggenti...
mdp
Caro Massimo, ho seguito con attenzione la diatriba che ti ha coinvolto sul votare/non votare di oltre due mesi fa. Capivo le tue ragioni, ma pensavo fosse importante mandare Berlusconi a casa, pur sapendo che prima o poi sarei rimasto probabilmente deluso. Non pensavo però che sarebbe successo dopo circa 100 giorni appena: fra baruffe, figuracce coi tassisti, polemiche su politica estera, continui ammicccamenti con il centrodestra, poltrone importanti come il ministero della Giustizia (??) e telecomunicazioni concesse a gente "fidata" (per lui...) come Mastella o Gentiloni, ecc ecc fino alla legge pro-previti dell'indulto.... Sono ancora una volta disgustato, eppure me l'aspettavo. Purtroppo avevi ragione tu...che ci sono andato a fare a votarli per ritrovarmeli uguali a chi volevo cacciare? dopo così poco tempo, poi. Hai proprio ragione, sono diventati come lui. Credo che la prossima volta voterò scheda bianca, o meglio scriverò qualche imprecazione sulla scheda. avevi ragione....
Paolo
Dimentichi alcune perle: l'elezione di candidati indecenti come Caruso o Luxuria O D'Elia, messo addirittura al cuore di quello Stato che voleva colpire al cuore; la proposta di una legge per consentire la revisione di processi a boss mafiosi pluriergastolani; la fronda pseudopacifista al governo tra schegge di sinistra radicale col pretesto dell'Afghanistan, di cui a nessuno di questi cialtroni a caccia di visibilità importa nulla. Poi ci sono le perle ancora sommerse, come Costanzo che per un nonnulla non è diventato (ritenta, sarà più fortunato) direttore generale Rai, spinto da una sinergia Berlusconi-D'Alema/Fassino; gl'inciuci e gl'intrugli che bollono nel pentolone. Intanto di mafia nessuno parla più, di conflitto d'interessi nessuno parla più, di legalità nessuno ha parlato mai. Ma questa non è una novità.
mdp
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lunedì, 24 luglio 2006
COSTRETTI A SBARELLARE
Che Aldo Nove, uno che inspiegabilmente si vergogna del suo bel nome veneto, rispolveri sul “Corriere” del 22 luglio un vecchio libretto, il prescindibile “Costretti a sanguinare” di tal Marco Philopatologico, frutto di quella “sottocultura della sottocultura”, per dirla con l'immenso Bene, che ha nutrito anche lui, non scandalizza; sconcerta, piuttosto, il revisionismo opportunistico che egli compie su una faccenduola peraltro trascurabile quale il punk. Che non fu affatto quell'epopea romantica di controvalori libertari e maledetti dipinta da Nove con la sua prosetta barocchetta, ma l'esatto contrario. Fu, il punk, una delle tipiche operazioni commerciali che l'industria del divertimento, di cui quella culturale è da tempo un'appendice (illuminante il dibattito in merito che proprio sul “Corriere” si protrae da oltre un anno) s'inventa quando ha bisogno di rivitalizzare il mercato. Un po' come l'invenzione della letteratura cannibale, per dirne un'altra. Il punk fu un'implosione orchestrata, non a caso definita “la grande truffa del rock and roll”, e come tale riconosciuta dai suoi alfieri, i Sex Pistols su tutti. Altro che filo diretto col rock: gli altri padrini di questa moda, i Clash, concionavano “Niente Stones nel Settantasette” per sfarinarsi poco dopo (mentre gli Stones rotolano ancora). La verità è che questa invenzione dello showbusiness londinese, che azzeccò anzitutto il nome, “punk”, si compiaceva della propria nullità o nichilismo, si beava dell'assoluta mancanza di talento, cultura, attitudine sociale; era un bizzarro calderone decadente esibizionista, narcisista, spesso vittimista, comunque tutto fuorchè una scena con velleità più alte che il pisciarsi sulle scarpe o sfregiarsi con le lamette, “tendenza” subito egemonizzata dalle griffe modaiole che vendevano le spille punk doc a trentamila lire di allora.
Lasciamo perdere Lutero, scomodarlo per il punk è demenziale, è privo di senso se solo si pensa che fu il profeta dell'obbedienza ai superiori. E lasciamo perdere una buona volta anche l'inevitabile “movimento”, quest'altra griffe o categoria dello spirito o sportina di plastica che ciascuno riempie come vuole. Il punk non fu la cerniera con quello (di qualsiasi cosa si trattasse), ma con la globalizzazione consumistica. Fu la pietra tombale di un pensiero politico, quindi plurale pur con tutte le ipocrisie e approssimazioni del caso, e insieme fu il ponte per il pensiero unico mercantile.
Caro Nove, quello delle “segnalazioni” è un genere letterario nobilissimo, ma bisogna saperlo praticare.
Massimo Del Papa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE
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sabato, 22 luglio 2006
NELLA SUA STANZA
Quando Daniele, angelo con ali di bambino, alla sua trentacinquesima estate s'è addormentato in mare, l'anima di chi eravamo ha cominciato a cariarsi. Squillò il telefono al tramonto che eravamo già a tavola una voce essiccata disse “Daniele è morto”. E mi sentii urlare, e dopo tutti gli altri e poi fu un altro mare, di lacrime, di orrore. Paola mi stritolava sformandosi senza ritegno nell'urlo espiatorio: “Perchè siamo così sfortunati?”.
Da quel giorno la vita è più stanca e non c'è giorno che io non riviva tutto. È l'unica assenza che non ho perso Daniele, ho con me le sue facce, la voce, la sua morte. L'altra notte passavo in moto dal cimitero dove non è e un lampo di ricordo quasi mi folgorava, quasi perdevo il controllo, avvolto nella voce essiccata, la voce che ha mi ha crepato il futuro. È arrivato un messaggio da mia moglie a casa, “Tutto a posto?”. No, non è tutto a posto, non è affatto a posto.
È un trucco provocare la morte per vantarsene, la morte ha pazienza e non ci lascia mai. Decide lei. È la nostra compagna più fedele, impalpabile appollaiata su una spalla. Scherza con noi, ci protegge, nessuno sa se sarà pietosa o crudele quando si stancherà della nostra presenza. Daniele respirava dolore ma non l'ho mai visto rinnegare la vita. La sua stanza s'è fermata in sua attesa: i vestiti sul letto, le scarpe. I disegni. Il libro letto a metà. Il braccialetto. Il portafoglio, la tessera di volontario della Protezione Civile. Il suo orologio che segna ostinato un tempo inutile. Sua madre va in giro col suo golfino addosso.
Io non accetto questa morte. Non ditemi che così è la vita, non lo voglio sapere. Non ditemi che è il destino, non m’importa di nulla. Non chiedetevi se questa morte ha un senso, sareste dei mostri. Io so solo che tutte le morti sono atroci ma questa è la più infame, la più vile di tutte: se l’è presa col più dolce, il più indifeso.
E’ andato a fare il bagno, l'hanno trovato che galleggiava: è il mistero a ferire di più, a negare una logica, un conforto. Il padre, suo amico più grande, ha visto un capannello di gente sulla spiaggia, ed erano lì per suo figlio: lo ha abbracciato, era freddo.
C’è un supplemento di ingiustizia e di crudeltà in questa morte, che spaventa: quante volte s’era immerso, per ore, nel mare, quante volte ci aveva fatto preoccupare quella figurina lontana, al largo, che non voleva tornare. Ma poi la voglia era passata, i bagni sempre più rari e brevi. Il mare l’ha preso quando lui lo stava lasciando, terza nuotata dell’anno, giusto un tuffo per rinfrescarsi dopo un giorno di studio.
Questo ragazzo non ha vissuto. Ha aspettato di vivere, oscillando tra rassegnazione e gioia, volando ogni tanto dove nessuno poteva seguirlo, neppure l’amore. Quanta disperazione ha mangiato, quanta solitudine gli ha tenuto compagnia. E s'infilava dovunque per cercare amore, perche troppo ne aveva da dare: lo ha cercato nei luoghi dove si aggiusta il dolore: l’assistenza ai poveri, ai malati; voleva diventare infermiere.
Tu non sai che disperata speranza, che immensa voglia di esistere dietro quel sorriso fragile come vento.
Se almeno avesse incontrato una volta, una sola quell'affetto che sognava con ardore, un sogno instancabile, più vivo ad ogni risveglio, quell’entusiasmo puro, da bambino.
Lui che conosceva la solitudine, non ha mai abbandonato nessuno. Lui che conosceva il dolore, non ha mai fatto soffrire. Lui che conosceva la cattiveria, non è mai stato cattivo. D’amore ha colmato sua madre, i suoi nipoti, e tutti quelli che per un attimo hanno incrociato la sua strada. Voi sapete che tutto questo non è retorica, sapete che quanto io dico gli spetta. Sapete che è stato capace di meritarlo.
Morto senza un lamento, morto come è vissuto. Senza fare rumore.
E senza fare rumore ci ha distrutto tutti, lui che voleva sempre esserci ma poi si allontanava, dolcemente spariva dietro il sorriso dolce. È sparito per sempre, l'ultima cosa che gli ha sentito dire il padre è stata "voglio andare al cimitero a portare i fiori alla zia".
Questa morte è infame perchè ha preso il più indifeso, ma anche quello con più voglia di vivere. Ma se dopo tanto dolore non c'è amore, allora questa vita che cos’è?
Io non accetto questa morte. Lasciate che le lacrime coprano il mio volto, perché altro modo per piangerla non c’è.
In memoria di Daniele Reginelli, 3.10.1967 – 22.7.2003
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venerdì, 21 luglio 2006
Ci fosse ancora solo una ragione per pregare.
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RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
UN COLPO DI TOSSE, FORSE PIU'
Daniele Biacchessi non recita: racconta. Paolo Benvegnù non canta: trasmette. Stefano Corradino non comunica: informa. Carlo Spera non fotografa: cattura. E Massimo Del Papa non parla: dice
L’avevo detto che trenta volte su cento non sono d’accordo con Massimo Del Papa. Non voglio fare il giornalista. Non più, almeno. Ho bisogno di digerire gli eventi, non so commentarli subito, non so stare “sulla notizia”. Lascio scorrere qualche giorno prima di scrivere qualcosa su (R)esistere, su destati d’estate, sul festival dell’informazione indipendente, chiamatelo come vi pare. (Se c’è una landa remota in cui le etichette non hanno importanza è qui, adesso: si perdono nelle persone, nei fatti, nel rapprendere di questi elementi solo in apparenza distanti). E Tito è nient’altro che l’ampolla dove tutto ciò avviene. Incontri che diventano storie per lasciarsi raccontare, vapore del laboratorio di quell’alchimista pazzo di Massimo che, per quanto denso, è destinato a diluirsi nell’aria, nella troppa aria comune, con la sola pallida pretesa di essere stato respirato, per un attimo almeno, dai presenti, essere entrato a crear scompiglio nei polmoni. Un colpo di tosse, nulla più.
Come si fa, poi, Massimo, a “costringersi” testimoni di un qualcosa che ha del miracoloso? A frenare gli aggettivi, a reprimersi in un volo controllato quando le parole ti sfuggono dalle dita e ti portano in alto, palloncini di azoto scivolati dal pugno di un bambino? Perché io, anche se le cose non sono in grado di comprenderle, non riesco a lasciare che passino e mi sfiorino, non ancora. Mi si conficcano da qualche parte “tra l’aorta e l’intenzione”, la penna va ad intingere lì il suo inchiostro, e il danno è fatto. Non so restare asettico e lucido dinanzi a ciò, a tutto ciò. Non saprei essere esaustivo, non potrei limitarmi alla cronaca di quel che è successo nell’agorà o a Casa Spera tralasciando lo sguardo di Daniele poggiato sulla torre di Satriano mentre deborda con i progetti per la prossima edizione, gli abbracci di Paolo, Massimo circondato dai ragazzi, la cortese pacatezza di Claudia, la pazienza di Pamela, i pranzi infiniti, gli scassinatori assoldati per aprire il portone dell’albergo regolarmente pagato, il dopo-festival con Stefano a parlare del suo chiodo fisso (che non è l’informazione…), la dolcezza di Grazia, le citazioni di Federico, l’empatia nervosa di Carlo, il sudore di quanti hanno collaborato dietro le quinte e reso riuscito l’esperimento.
Vi devo una confessione. Vi ho usati. Vi ho letteralmente usati per dire ai miei genitori, forse anche a me stesso, come sono fatto. Non avendo poi la voglia né il coraggio di lasciare “questo paese che mi fotte”, ho portato voi, “miei” portatori sani, qui, auspicando un contagio delle persone e del posto. E ogni “malattia”, anche la più innocua, comincia sempre da un colpo di tosse.
Ne esco regalandovi il “mio” momento. Seconda serata, secondo gradino a destra della villetta di San Vito. Paolo Benvegnù imbraccia la chitarra e prende a cantare il primo pezzo. Gli spettatori tacciono, le stelle sorridono appena. Commosso e inadeguato, mi rendo conto che sta scritto lì, tutto. Mai riuscirei a dirlo meglio. Nessuno riuscirebbe mai a dirlo meglio.
Frantumare le distanze. Superare resistenze.
E riconoscersi per creare. Camminare senza chiedersi perché.
Il tuo viso le mie mani sono la stessa gioia immensa.
È luce invisibile da succhiare. Camminare senza chiedersi perché.
E fermarsi un istante per considerare
che il respiro è un dettaglio che ci rende uguali
come cerchi nell’acqua che non sanno nuotare
e si infrangono
Frantumare le distanze. Superare le esistenze.
E riconoscersi per creare. Camminare senza chiedersi perché
E fermarsi un istante per considerare
che ogni istante si scioglie in quello a venire
come cerchi nell’acqua che non sanno nuotare
e si infrangono.
Giancarlo Riviezzi
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