venerdì, 29 febbraio 2008
- 15:47

Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

- 12:12
Stimavo Sonia Alfano come una testimone libera e non condizionata dal baraccone antimafia. Ci avevo parlato e mi era parsa sincera nelle sue motivazioni, nel suo coraggio indifeso (a differenza di qualche scrittorello glamour, viaggia senza scorta a dispetto di minacce pesanti). A distanza di mesi, debbo prendere atto che anche lei è finita vittima e complice di sirene deliranti, che siamo davanti all'ennesima occasione perduta. Pesco da una cronaca palermitana: “Sonia Alfano, leader del movimento palermitano Amici di Beppe Grillo, è candidata alla carica di Governatore. “Noi – ha detto Alfano, che è la figlia del giornalista Beppe Alfano, assassinato dalla mafia – siamo il nuovo che avanza, come dimostra la massiccia presenza di giovani che ci sostengono. Altri partiti tentano di adescare i giovani, i precari, le casalinghe, l'hanno capito che la Sicilia è questa. Noi i ragazzi li abbiamo”. Duro il giudizio di Sonia Alfano su Anna Finocchiaro, candidata del PD, e Raffaele Lombardo, candidato di PdL-Udc-Mpa: “Sono esempi di vecchia politica”.
Che tristezza, Sonia, la retorica decrepita, noi siamo il futuro, gli altri sono il passato. Che tristezza, sbandierare – e usare – l'ingenuità dei ragazzi. Che tristezza, il burattinaggio nella setta grillesca. Che tristezza, l'ennesima figlia di un cognome che vuol darsi alla politica politicante cominciando dal conformismo verbale e verboso. Che tristezza - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

- 08:09
FUORI DI TESTA
Qui non si parla di Sanremo ma, ancora una volta, della sua cifra nazionalpopolare per dire italiana. Cioè noiosa, nervosa, qualunquista e amorale. Però con la pretesa, tutta da spiegare, di essere il meglio, di rappresentare il meglio. Davvero questa sarebbe la rassegna della musica? Neppure il peggiore beneficiato dall'indulto della legge Basaglia oserebbe affermarlo: quanto a questo, Sanremo non rappresenta altri che se stesso, la propria folle pretesa di autocitarsi. Il suo emblema, data la lottizzazione delle case discografiche che regna all'Ariston, potrebbe bene essere il manager dei discografici Mazza, furbetto del quartierino musicale che pontifica bene ma le sbaglia tutte, che ha portato il suo settore, la discografia, al minimo storico, all'inflazione dei prodotti offensivi anche per l'intelligenza, oramai un disco non si nega a nessuno, a nessuna nullità fuoriuscita da Amici di Maria o da qualche Isola degli infami. Operazioni commerciali e corruttive che costano milioni, mentre uno come Paolo Benvegnù sforna un disco destinato a restare, nel silenzio omertoso dei grandi media, al costo irrisorio di duemila euro. I risultati li sappiamo, un crollo vertiginoso della qualità della discografia, ormai ridotta a uno specchietto per le allodole di ragazzine in fregola, sovrapposta alle esigenze televisive più volgari, che giustamente porta ad una perdita di credibilità insanabile. Il manager Mazza trova sempre qualche capro espiatorio pronto da scaldare, una volta gli africani che vendono i dischi taroccati, un'altra volta i ggiovani disonesti che scaricano abusivamente. Poi si scopre che gli africani non vendono più un pezzo, che gli scaricatori si sono calmati ma la discografia non riparte lo stesso, la bufala Ligabue ha imposto ai negozianti quattrocentomila copie della sua raccolta comprensiva di magliette o mutande ma sono rimasti tutti negli scaffali, è il flop più memorabile degli ultimi dieci anni almeno. Mazza trova sempre un buon alibi pur di nascondere le proprie responsabilità, tali e tante che in un Paese dove pagassero i risultati, dove s'imponesse la cultura del merito, lui avrebbe preso da un pezzo il posto degli odiati nordafricani sui marciapiedi invece di star lì a pontificare a vanvera.
L'altro emblea sanremese è la Bertè, e qui occorre andare giù duri. Non si capisce per quale motivo una figura patetica come questa, devastata dalla cocaina, ormai incapace di badare a se stessa, debba riscuotere tanta attenzione, sia pure compatente. Dicono: Loredana è una star, un personaggio. Ma star e personaggio sono due cose completamente diverse. Anche Olindo e Rosa ormai sono due personaggi. La Berté di star non ha più niente, si è imposta a Sanremo col ricatto di ammazzarsi, più o meno, ci è andata con una canzone taroccata, l'hanno squalificata ma la tengono lo stesso (sennò si ammazza?), e tutti naturalmente la trattano come una vittima, come una regina scippata. Di che? La Bertè, con le sue mattane, coi suoi accappatoi rubati dall'albergo, ha violato le regole, ha fatto la furba, ha rappresentato l'Italia peggiore, quella del vittimismo, della corsia d'emergenza, del fazzoletto fuori dal finestrino per non fare la fila: questo naturalmente le ha guadagnato una stima, una considerazione, un rispetto (ipocrita) che solo in un Paese come il nostro non destano stupore. Sappiamo tutti che il tifo dei colleghi per questa fuori di testa su cui si scommette è falso, che la difendono perché sanno che non conta niente, che è finita. Ma mi ha scritto un amico musicista: “Se l'anno prossimo vado io, propongo una canzone che fa: voliamo, oh oh, la intitolo nell'azzurro dipinto di azzurro e minaccio di darmi fuoco, tu dici che se ne accorgono?”.
Ecco, lo schema Berté è diseducativo e a suo modo pericoloso perché è un Frankenstein italiano, un miscuglio di strazio in saldo, imbecillità, furbizia da magliari, vittimismo, aggressività. Certo, a suo modo funziona. E magari lo si potrà temperare coi paraculi veltroniani alla Jovanotti, che stasera va al festival dei fiori secchi a fare lo sponsor di chi lo sponsorizza. Ma solo dei fuori di testa potevano sperare di salvare il festival, cioè l'Italia, con una fuori di testa - Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

giovedì, 28 febbraio 2008
- 16:52
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Ciao, lunedì sera vado per fare compagnia ai miei nonni (a modena dove faccio l'università vivo con loro) e dare un occhio poco più che distratto al festival. Mia nonna dichiara in dialetto: "l'è na massa da mort!" (è una messa da morto)...
Jack Tempesta
Per questo, sarebbe il caso di far suonare per Sanremo le campane a morto - mdp
E non poteva mancare il presidente dei discografici Enzo Mazza che come sempre pontifica a cose fatte sulla crisi di Sanremo, della discografia, del cosmo...
Paolo, Livorno
In un Paese serio, questo Mazza, che ha traghettato la discografia verso il punto più basso della sua storia, sarebbe dove gli compete: a smerciare cd taroccati sui marciapiedi - mdp
Evvai che è la volta che ci leviamo Pippo dai Maroon five.
Antonella
Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi... - mdp
Non l'ho visto perchè non guardo mai la televisione in quanto quel poco tempo che ho preferisco utilizzarlo diversamente. Quello che non mi spiego è perchè non si fanno domande. Quelli della Rai intendo. Non è possibile che di quanto hai scritto non ne abbiano percezione anche loro. In ogni caso: Del Noce sembra uscito da un film dei Vanzina...insomma fa il paio con quello che mangiava la mortadella in parlamento qualche settimana fa. Capello tinto compreso.
Marietto
Ma se la canzone della Tatangelo fosse una captatio benevolentiae? - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

- 11:11
E' LA NOIA
E' inutile che diano la colpa ai due fratellini di Gravina che, monelli fino all'ultimo, si son fatti trovare proprio il giorno dell'esordio festivaliero. È inutile che si nascondano dietro a un dito, inutile reiterare patetiche bugie: il festival non lo guarda nessuno, perchè Sanremo è Sanremo. Cioè un baraccone insulso, affaticato, affaticante, un non-spettacolo che, così com'è, ha fatto il suo tempo, è andato fuori tempo, ha qualcosa di improbabile in tutto: nella maschera di Baudo che ormai pare un carro allegorico, nei cantanti che non rappresentano più niente al di là di una lottizzazione sterile, nelle polemiche fastidianti e stucchevoli, nelle musichette che definire insulse è troppo poco, nel conformismo generale, artefatto, rutilante da “tutto va bene”.
È la noia, la noia efferata, implacabile, che non risparmia niente e nessuno, che inghiotte tutto nel buco nero dell'Ariston. E degli ascolti. Questo festival dei fiori secchi, degli errori, dei conformismi, delle ripetizioni spietate, delle coppie scoppiate, i due conduttori antitetici, alto-basso, giovane-vecchio, paraistituzionale-paraeversivo. Le solite veline, bionda-bruna, algida-solare, nordica-mediterranea. Tutto è decrepito qui dentro, e più di tutti lo è la Rai, che forse gioca allo sfascio, forse uno come Del Noce, degno volto istituzionale di tanto festival, si lecca i baffi pregustando il ritorno dei suoi amichetti, Bonolis su tutti, dopo avere finalmente silurato il totem Baudo. È perfino penoso star qui a parlare di un nulla così, non fosse che, davvero, questo Sanremo così inconsistente è la vera fotografia nazionalpopolare di un paese inconsistente. Immobile. Compromesso. Ipocrita, con tutti quei furbetti del quartierino musicale, compresi Elio e le storie tese, che più fingono di dissociarsi, di dissacrare e più ci stanno dentro. Penoso nel modo di scampare le proprie responsabilità: paragonare il crollo sanremese al calo di ascolti per gli Oscar in America già è puerile, ma quello di gettare la colpa di una disfatta sui resti di due bambini è davvero il colmo del pessimo gusto, di un cinismo tutto italiano, machiavellico d'accatto, che come tale non risolve le cose, non risolve niente.
Già solo per una dichiarazione del genere, Baudo e Del Noce avrebbero dovuto essere cacciati sui due piedi. Aggiungere poi che quella che non apprezza la raffinatezza sanremese scade in un'Italia di merda (par di sentire Berlusconi sotto elezioni, Silvio è il Pippo della politica), oltre a confliggere col princìpio d'identità, perché Sanremo mantiene appunto la pretesa di rappresentar l'Italia, sortisce un effetto grottesco irresistibile, tale da guadagnare a Baudo una mitizzazione su youtube. E invece, niente paura: come da tradizione, anche qui, anche stavolta, i lorsignori del disastro verranno premiati con nuove poltrone, nuovi incarichi, nuove prebende anziché venire messi da parte, come meritocrazia e decenza vorrebbero. Un bell'applauso - Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

mercoledì, 27 febbraio 2008
- 13:09
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
È successo di nuovo nella stessa identica maniera, ma nessuno lo ha trovato strano o disgustoso o solo ripetitivo. Allora c’era mia nonna malata di Alzheimer, ora un uomo di “soli” 96 anni. E noi usurati e sfrattati continuiamo a essere prima folli e poi solo dimenticati, perché così si conviene quando ci hanno bastonato e non facciamo più notizia. Resta solo un enorme dolore e lo sconforto d’una situazione immobile.
Antonella Marcantoni, Sant'Elpidio a Mare
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

- 10:50
LO SCHEMA
Nel Fermano la storia si ripete, inquietante, perversa. A Monte Urano, centro calzaturiero specializzato nella scarpa per bambini, una famiglia si ritrova stritolata dagli strozzini che, a lungo andare, succhiano via l'intera attività, una di quelle microfabbriche a dimensione familiare che hanno irrorato l'economia del comprensorio per l'intero dopoguerra. Padre e figlio, rispettivamente di 96 e 69 anni, si ritrovano truffati, rovinati secondo uno schema consolidato: un commercialista, una finanziaria, e infine un mare di debiti che non si possono pagare. A questo punto scattano i decreti ingiuntivi, i pignoramenti, la piccola attività vola via insieme alla casa. Quando i proprietari non vogliono lasciarla, anche perché non sanno dove andare, piomba l'ufficiale giudiziario del Tribunale, scoppia il panico e i due, terrorizzati, vengono sfrattati nonché spediti in clinica psichiatrica con la forza pubblica per “farli calmare un po'”.
Lo schema è lo stesso: solito il commercialista, solita la finanziaria, che poi è un sodalizio usurario, solita la solerzia dei poteri locali, solito l'epilogo ospedaliero. Identica vicenda, davvero speculare, era accaduta due anni fa a Sant'Elpidio a Mare, alla famiglia di Antonella Marcantoni, una giovane architetto dapprima corteggiata da molti, compreso qualche baraccone antimafia, poi mollata al suo destino, e al suo reparto, una volta che si era azzardata a ventilare compromessi irriferibili, o almeno distrazioni provvidenziali, tra malavita e istituzioni. L'antimafia, come noto, serve a fare parole, a muovere aria fritta, ma quando il gioco si fa duro i paladini si mettono a tremare. E si normalizzano.
Il punto comunque resta questo: se nel Fermano, per sventatezza, ingenuità o fatalità, ti succede di cascare in mano agli strozzini, è garantito che ti ritroverai in reparto psichiatrico, almeno per un po'; sarai neutralizzato, segnato dal marchio dello squilibrio e tutto rientrerà nell'alveo delle fatalità. Poi chi di dovere si riempirà la bocca sulla piaga dell'usura ecc. ecc.
Però, a questo punto, bisogna capire. Come mai c'è uno schema (orribile, peraltro) che si replica puntuale, dall'inizio alla fine? Come mai gli usurati vengono fatti passare per matti? Come mai certi cravattari restano liberi di pescare sempre nuove vittime? Come mai certi poteri locali non si accorgono mai di nulla? Hai visto mai che sotto l'inerzia covasse un focolaio davvero sordido, destinato presto o tardi a suppurare. Perché non è ragionevole pensare che a Fermo e dintorni la piaga dell'usura venga inesorabilmente anestetizzata con pratiche da Grande Fratello - Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

martedì, 26 febbraio 2008
- 19:56
SENZA VOCE
Non è il tema, il diritto di abortire e le sue degenerazioni indotte dal postconsumismo, roba che prima o poi ci voleva qualcuno che riprendesse il discorso interrotto con Pasolini. È il modo, tipico di questo Giuliano Ferrara la cui compulsione mette in imbarazzo le stesse gerarchie ecclesiastiche. È il fondamentalismo, che davvero non si capisce, ed è inutile provare a spiegarlo con raffinati sofismi, di un tale che, da ateo quale si definisce, manifesta ossequienza ossessiva per il papa. Purtroppo la maledizione di Giuliano Ferrara è di stravolgere sempre tutto ciò che fa, di trasformare ogni presa di posizione in una guerrasanta, di dilatare in senso politico (dunque sospetto) qualsiasi fatto etico. In questo senso Ferrara è davvero l'arcitaliano che si picca d'essere. Non se ne esce. In questo Paese, questo piccolo e sconcio ombelico del mondo, dove i pontefici vengono osannati e irrisi, ovazionati e inascoltati, laico sta per ateo mangiapreti e credente sta per bigotto ossessivo e visionario. Non c'è scampo, non c'è misura, non c'è possibilità di ascolto o di confronto.
Le due specie sono identiche, fin troppo fungibili. Insostenibili le Binetti, i Ferrara, i Mancuso che di una sensazione spirituale, personalissima, fatta della materia degli angeli, pretendono di edificare la città ideale valevole per la società intera. Insopportabili, dall'altra parte, i Flores d'Arcais, gli Odifreddi che in base all'impressione uguale e contraria irridono chi subisce il fascino di un'altra Voce, s'impancano a difensori della scienza, vorrebbero un contesto civile arcaico, da rivoluzione francese, imperniato esclusivamente sulla dea Ragione, incuranti dei fallimenti seguiti.
A pensarci, entrambe le pretese suonano folli nella loro assolutezza, nella certezza di dover valere per tutti. A sentirli, i rispettivi ragionamenti sono in realtà aforismi, deliri, scarti polemici da cavalli imbizzarriti. Metteteli gli uni di fronte agli altri. Non discuteranno mai sul punto, ma sempre, rispettivamente, contro il punto altrui.
Ci servono davvero dialettiche tanto misere? A me personalmente no; se debbo filtrare il “problema Dio” alla luce della mia esperienza, che l'unica dimensione razionale su cui posso contare, dirò che dal giorno della mia nascita non faccio che oscillare. Qualche volta m'è accaduto di credere di avvertire qualcosa, forse anche più di qualcosa, una presenza, una compagnia, una consolazione, uno spiraglio chissà dove, ora remotissimo, ora dentro di me. Altrimenti sono sprofondato nel buio del silenzio, nell'archivio di ogni prospettiva. E ancora oscillo, mi dibatto tra la disperanza del nulla e la speranza dell'infinito. Ma è più che mai dentro di me che cerco una dimensione, e qui la confino, senza volerla allargare. A 43 anni suonati, mi sono convinto che le religioni in quanto tali sono colossali eterogenesi dei fini, chi deteneva il Potere le ha congegnate, partendo dall'umanissimo sgomento di cui sono fatti gli uomini, per controllarli, per tenerli buoni, anche per evitare che si lasciassero andare, uccidendosi l'un l'altro; peccato che, spesso, siano servite allo scopo esattamente opposto, eccitare le genti all'odio, all'intolleranza, alla disputa di un Potere terribilmente secolare, che si pretendeva calato dal cielo. A me, uomo occidentale giunto al limite dell'età di mezzo, non servono, non soccorrono più questi miti che si assomigliano tutti nell'ingenuità e nella fantasticheria oltre il confine del visionario, non sono più queste sublimi favole di comete e di presepi a potermi proporre una barra, una coscienza. Le parabole della religione toccatami in sorte suonano ai miei orecchi stanchi sempre più distanti, incomprensibili, stonate, offensive a volte. Ci arrivo da solo alla consistenza dell'errore nel voler sempre cogliere ogni mela dall'albero, ma a questo punto ne rifiuto la dimensione metafisica, il peccato, perché questa maledizione eterea e opinabile, che ci gettano addosso da millenni, che ci hanno insegnato a gettarci addosso da soli, ha pregiudicato la crescita degli uomini, li ha stretti in un groviglio ossessivo e psicotico di compressioni, di compulsioni, di comportamenti irrazionali, di reazioni bestiali nel nome di un Ente che nessuno ha mai visto. Troppo spesso il vero peccato mi è sembrato sentirsi schiavi del peccato. E se osservo i miei simili cattolici, mi dispiace, li vedo avulsi da ogni pietà umana, li trovo spietati, meccanici nella loro fede, nel loro spirito di fratellanza, irrimediabilmente finalizzati in ogni comportamento, come chiunque indossi o covi dentro una divisa.
Allo stesso tempo, non mi disturba il papa invitato alla Sapienza, non mi sognerei mai di contestarlo: per me la questione è puramente dialettica, di materialismo storico, lui è il rappresentante spirituale di un Potere immanente, strutturato come si conviene che sia, verticistico e piramidale. Non mi sconvolge che questo Potere tenda a perpetuarsi, difenda i suoi capisaldi, tenda a ingannare la sua ecclesia: difendendo se stesso, si comporta come ogni altro Potere. Non mi disturba più di tanto l'ambiguità degli ecclesiastici, la do per scontata. Mi infastidisce, ma non mi soffoca la sterile invadenza del clero, che basta non ascoltare. Non mi turba la vaga sensazione che un sacerdote, più sale nella gerarchia e meno sembra credere al suo Divino datore di lavoro; anche questo fa parte del gioco, gli uomini anche vestiti di nero restano uomini, non basta una sottana a farne dei santi, e mi accorgo, peraltro, che il santo padre di turno parla tanto, sempre di più, disperatamente, proprio perché è sempre meno ascoltato. Il ritorno è inversamente proporzionale all'impulso, il consumismo ha sconfitto ogni altra ideologia a partire dal comunismo, e la religione cattolica si sta adattando a divenirne soltanto una confezione, un argine sempre meno consistente. Lo stesso accadrà alle altre a cominciare da quella islamica che, per quanto più radicata nel cuore dei fedeli, subisce gli attacchi, le seduzioni, gli inganni delle società del benessere. Resteremo un giorno senza alcuna religione, e non saremo più liberi. Soltanto più angosciati.
Ma, per tornare all'oggi, al mio trascurabile oggi, io non trovo laici o cattolici intorno a me: trovo fanatici. Uno come Ferrara si muove, da ateo, secondo traiettorie bigotte. Uno come Flores d'Arcais si muove, da bigotto, secondo traiettorie laiche. Quando si scontrano, tutto si riduce a un minimale conflitto non di civiltà ma di interessi, pro o contro Berlusconi, che evidentemente li ossessiona assai più del Padreterno. Non ci faccio niente con gente così. Mi sembrano folli, molto più che bambini.
Mi confino nella mia solitudine oscillante. Resto nelle mie notti insonni, a non trovare il presupposto di un presupposto. Oggi, più che mai, quella Voce che per una vita ho cercato, tace, sprofondata nel buio del silenzio. Sempre più mi pare disperatamente impossibile che ci sia vita oltre i miei pochi anni, oltre questo assurdo pianeta che li brucia. Questo in me non provoca alcun trionfo né sgomento; solo un orrore rassegnato, senza risposte né domande – Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

- 12:37
PERCHE' SANREMO..., ECCETERA
Non lo vedo il cosiddetto festival, manco morto. Ma siccome me lo tracimano addosso da ogni parte, e non posso salvarmi, qualcosa mi arriva comunque e ovviamente son cose deliranti. Per esempio questa Tatangelo, notoriamente cantante anticamorra, fa una canzone sull'amico gay... e si presenta con le tettine in trasparenza? Cos'è, lo vuol redimere? - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

lunedì, 25 febbraio 2008
- 21:02
PERCHE' SANREMO E' UNA MERDA
Non sopporto Sanremo. Non sopporto quel vecchio di Baudo, quell'opportunista di Chiambretti, la bionda e la bruna, quel carciofo di Del Noce, il teatro Ariston e la città dei fiori secchi. Non sopporto nessun cantante (tranne L'Aura e Max Gazzè), non sopporto la passerella, che è agghiacciante, non sopporto e soprattutto non capisco i falliti che si picchiano per una foto di Little Tony, non sopporto i mitomani scritturati da Baudo che minacciano sempre di ammazzarsi. Non sopporto il gran parlare che se ne fa, le dirette, i collegamenti, le “finestre” nei telegiornali. Trasudo comprensione per la mia amica Marinella Venegoni che sta lì ma vorrebbe essere altrove, anche a Guantanamo. Non sopporto il finto entusiasmo, l'eccitazione simulata per questo baraccone di merda che sposta lo 0.2% del mercato discografico. A proposito: non sopporto neppure le lamentazioni dell'industria musicale, che finge di boicottare il carrozzone e invece lo lottizza come un Parlamento. Non sopporto i pronostici, che sono demenziali, non sopporto i superospiti, che fanno supercagare, non sopporto quel bolso di Verdone, non sopporto la giuria di qualità ripiena di avventizi e men che meno sopporto il dopofestival che è la cosa più squallida di tutte. Il festival di San Remo va bene per i sordi; è lo spettacolo più patetico del mondo, dopo miss Italia - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

Solcando i sette mari