sabato, 31 maggio 2008
- 14:12
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Ciao Massimo, alla Garbatella, qui a Roma, un tabaccaio rapinato e menato da sei nomadi, tutte donne pare... e non sono pericolosi!
Roberto
E' chiaramente una provocazione fascista che non raccogliamo. No al razzismo, alla xenofobia, all'allarmismo, no alla discriminazione dei diversi, no alle politiche repressive. Siamo tutti rom - mdp
Non ci posso credere: adesso pure il disco di Gomorra?!?...
Alex
Ci devi credere. Peraltro, apprendiamo che nella colonna sonora del film ci sta un brano del neomelodico partenopeo Rosario Armani, alias Buccino, attualmente latitante dopo una condanna per reati contro il patrimonio. Ma ancora molto resta da fare per diffondere la causa della legalità a marchio registrato: figurine Gomorra, fumetti Gomorra, gelati Gomorra, Gomorra fashion, occhiali Gomorra, pizza Gomorra, coltelli Gomorra, giubbotti antiproiettile griffati Gomorra, preservativi Gomorra, caffettiere Gomorra, spaghetti Gomorra, sigarette Gomorra, pipe Gomorra, accendini Gomorra, bibbie Gomorra, linee aeree Gomorra, bollettino Gomorra, l'Eco della Gomorra, Gomorra news, pantofole Gomorra, disGomorra trendy night, cocktail Gomorra, Gomorra tour, Gomorra rock, Gomorra card... - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

venerdì, 30 maggio 2008
- 13:15
MA SIAMO FATTI?
I fatti, come comandano i santoni dell'informazione, fatti, sempre fatti, fortissimamente fatti. E i fatti sono questi. Roma, quartiere Pigneto, una spedizione punitiva devasta un negozio di alimentari gestito e frequentato da bengalesi e maghrebini. Sono i neonazifascisti!, è deciso, è sicuro, è indiscutibile, una testimone li ha visti ammantati di foulard svasticati, viene smentita dagli altri ma non conta, la vulgata è nelle mani di Luxuria, lui nel quartiere ci abita dunque detta la linea: segnale pericoloso, intolleranza montante verso i diversi, gli extra, i gay (?), eccetera. I giornali c'inzuppano il pennino, i commentatori si scatenano, i media si buttano a pesce, ondate di controinformazione militante gridano al lupo nero e concludono o almeno alludono: eccoli i risultati del fascista Alemanno sindaco di Roma, ecco la sua bella propaganda xenofoba e repressiva! È un fatto! Sono fatti! Finchè non si presenta l'artefice dell'assalto, che tenta di salvare il salvabile e magari di guadagnarci il possibile: vende la sua faccia prima a Repubblica poi alle telecamere, scopre il tatuaggio di Che Guevara e riassume: quali rossi e neri, è stata una ritorsione spontanea di gente stufa di scippi e debiti lasciati da stranieri che gravitano intorno al negozio. Se lo dice lui... Viene fuori pure che tra gli scalmanati un nero c'era, però non di politica: è un africano de Roma, incazzato nero pure lui per l'andazzo, che pare sia quello dello spaccio che sommerge il quartiere. Questi sono fatti? Sì, cioè no, non ne hanno la dignità, parola dei santoni dell'informazione e dei profeti della “diversità” pret a portèr. Che rilanciano: è una provocazione! Eccola la bella propaganda di Alemanno! Ecco gli effetti della sua politica repressiva!
Fatti, secondo carico. Alla Sapienza, davvero sprecata, e poi dicono che il clima è cambiato, che gli anni di piombo sono lontani, fanno a mazzate teppisti di ultradestra versus teppisti di ultrasinistra. Tutti si stracciano le vesti, qualche programma come Primo Piano perde le sue serate dietro un gruppo di dementi che in concerto inneggiano a Hitler, i commentatori democratici insorgono frementi di sdegno: ecco i risultati di Alemanno sindaco di Roma, eccoli gli effetti della sua propaganda repressiva e xenofoba (?). Vien fuori che bastoni e coltelli ce li avevano, e li usavano, tutti, ci sono le foto, ci sono le testimonianze, come quella dello stesso preside Pescosolido, sequestrato e minacciato dai “collettivisti” di sinistra, anche questi dovrebbero essere fatti ma no! “La responsabilità - viene autorevolmente scolpito - è dei fascisti a prescindere, perchè l'antifascismo è un valore sacro!”. Sì, ma che c'entra? Se vado a svaligiare una banca, posso appellarmi all'antifascismo militante? Forse sì, è già successo e in tutti i modi, soccorre lo storico Canfora, mancato pubblicitario, “Chi usa spranghe ha il cuore a destra”.
Fatti, terza ondata. Nella Napoli fuori controllo, sconvolta dal malaffare e dalla munnezza, scoppiano i roghi ai campi nomadi. Qui è difficile addossare la colpa, sia pure di sponda, ad Alemanno, ma basta la buona volontà, decenni di controinformazione scientifica hanno risolto ben altre ed ardue sfide, basta un veloce ripasso e il sillogismo è pronto: eccoli gli effetti della propaganda repressiva e xenofoba di Berlusconi e pure di Alemanno!, da Roma a Napoli il passo è breve, il Paese è a rischio intolleranza, razzismo e xenofobia, no alla persecuzione di rom, ectracomunitari, diversi. Vabbuò. Si scopre che ad appiccare i roghi sono stati i capetti della camorra, di quelli che i supereroi alla Saviano non sanno decidere se attribuire alla nera miseria o al lussuoso capitalismo. Andrebbe spiegato anche, se non dispiace, il prodigio della sovversione di sinistra “no-tutto” saldata alla sovversione camorrista, che poi la egemonizza, la controlla, la annette. Fatti? Ma neanche per idea, dico: vogliamo provocare?
Fatti, quarta puntata. La Comunità di sant'Egidio, altra setta di potere colma di visionari, per motivare il suo sproloquio secondo cui “gli zingari non sono assolutamente pericolosi, mai creato un problema, anzi sono perseguitati”, se la cava tirando in ballo l'Olocalusto, che fu senz'altro un abominio ma 60 anni dopo c'entra niente. Rapine, omicidi, stragi in ville, bambini torturati e costretti ai semafori, donne schiavizzate, tutto rimosso, tutto sparito a sant'Egidio. Domanda: è lecito strumentalizzare, peggio, stravolgere quella che resta forse la più orribile vergogna dell'umanità per farne un prontosoccorso da neurodeliri, un prontointervento contro ogni realtà? Solo per dirne uno, ma giusto uno tra mille, l'annientamento della povera Giovanna Reggiani c'è stato, è un fatto, oppure una leggenda metropolitana? Niente da fare, sulla Comunità di sant'Egidio non si può, loro fanno il bene e quindi possono dire tutto quello che vogliono: guai a chi non è d'accordo, se i fatti non corrispondono, al diavolo anche i fatti!
Fatti, quinta serie. Fatterelli, in realtà. Un ragazzino in Sicilia viene tagliato da un padre bestione che “non accetta” (sic!, anzi sigh!) la sua natura omosessuale. Si scatenano le prefiche del vittimismo, i docenti in vittimologia, in cattedra l'immancabile Luxuria con dietro un codazzo di esagitati: allarme razzismo, xenofobia (?), pericolo per i diversi, i gay non hanno spazio! Passano 24 ore e il giovanotto di spazio ne trova anche troppo: moltiplicato come la Marilyn di Warhol si gode il quarto d'ora di celebrità e ripete, anzi pretende su tutti i canali: voglio fare televisione, cinema, moda e un calendario. Quale titolo abbia oltre l'omosessualità, in sé irrilevante, e cosa c'entri l'omosessualità con la sua scalata al cielo, Dio solo lo sa. Come possa aiutare altre persone un così mediocre uso di se stessi, questo manco Dio lo sa. La reazione fanatica contro il figlio gay (“bisex”, corregge l'interessato), in questo caso, si deve a una (spaventosa) tendenza culturale di massa o piuttosto a un padre spaventosamente becero, analfabeta e farcito di pregiudizi meridionalisti? La risposta è facile, ma ad azzeccarla crolla tutta la propaganda, si resta senza argomenti, la lobby del gay pride che comunque è sempre un bell'affare, non tollera intolleranze, a suo insindacabile giudizio.
Fatti, sesta puntata. Un folle entra nella scuola di ballo gestita dall'albanese Kladi Kasiu, stellina di Amici di Maria, lo piglia per il collo, lo sbatacchia un po' e scappa via. È l'apoteosi, il finimondo: eccola la sporca propaganda repressiva legge & ordine di Alemanno, vigilare, intervenire, non abbassare la guardia, antifascismo, accoglienza, no al razzismo, no alla xenofobia, solidarietà a Kasiu. Il quale non è esattamente un poverissimo albanese ma una stella della tv commerciale e come tale moltiplica le sue apparizioni, mentre rifiuta, chissà perchè, di sporgere denuncia. Così non sapremo forse mai se il suo demenziale aggressore è effettivamente un pericoloso razzista in libertà, oppure uno che voleva regolare conti privati, o magari un isterico militante dell'impegno democratico contro l'immoralità delle fascistissime emittenti berlusconiane.
Questi sono fatti? Dipende: alla bisogna, basta ignorarli, come sempre insegnano i santoni dell'informazione, basta scomporli o sostituirli con altri fatti uguali e contrari, con insinuazioni, con teoremi, insomma l'importante è mantenere le posizioni. Non sfugge la stupidestra che strumentalizza la strumentalizzazione. Il risultato qual è? Che smanie eversive di ogni colore e intolleranza contro i “diversi”, i rom, i gay, gli extra, covano, sono in agguato, vanno certamente controllate (e stroncate). Solo che a svalutarle a questo modo, si fa la fine di Pierino e il lupo (nero). Qui i fatti proprio non c'erano: è un fatto - Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

- 10:09
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
ma porca zoccola, radiodeejay che fa da eco pubblicitaria a saviano ha appena pubblicizzato il fatto che ieri sera l'intera nazionale di calcio è andata a vedere gomorra in una sala di coverciano in cui sono in ritiro. fanculo saviano e i suoi soldi!
Anto
Sono i sentieri, anzi le sinergie, della legalità - mdp
Salve Massimo, il fatto che non si capisca che cosa sia in realtà Gomorra allora non è una mia impressione. Credevo di non averlo capito io e di essere, di conseguenza, una imbecille. I dubbi possono sempre venire,no? Il problema è che Gomorra non sa proprio di nulla, non scuote, non sensibilizza. Insomma, mi hai anticipato perchè mentre leggevo il tuo post pensavo proprio a Giancarlo Siani. Quel ragazzo,dopo tanta gavetta, aveva avuto una scrivania a Il Mattino ( e non le collaborazioni a spezzettoni come Saviano sull'Espresso), viveva la camorra giorno per giorno, senza la scorta. Sapeva che poteva morire, così come Peppino Impastato, un eroe grande per me. Così come Lirio Abbate, che ho avuto modo di incontrare e che è un ragazzo squisito. E su quello che scrive lui (il suo ultimo libro sputtana i politici collusi con Provenzano) non ci sarà mai un film. Ma possibile che nessuno ricorda quei pugni nello stomaco che ci arrivavano nei felici anni 80? Me li ricordo tutti, anche se ero piccola. Possibile che nessuno ricordi le inchieste del giornalista scomparso che io più apprezzo, Joe Marrazzo, uno che coi boss ci andava a parlare come se chiedesse loro di vendergli un chilo di frutta? Marrazzo non era protetto da nessuno se non dalla sua professionalità e indipendenza. Marrazzo si è arrampicato pure sotto il ponte dei frati neri a Londra, dove suicidarono Calvi. E lui un vero libro sulla Camorra l'ha scritto...
Francy
I libri sulla camorra e sulla mafia, anche appassionanti, non mancano. Però hanno il torto di essere arrivati troppo presto, quando mafia e camorra ancora non erano un business. Qui c'era da creare la star, che come sempre ha molti padri - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

giovedì, 29 maggio 2008
- 11:33
GOMORREA
Ci si comincia, non è mai troppo tardi, a interrogare sull'impatto e sul senso della Gomorrea. Franco Cordelli sul Corriere, ad esempio, coglie nel film (perchè fatalmente da Napoli siamo finiti a Cannes, dai bassi alle passerelle, dalla malavita alla bellavita, dal crimine al gossip) una rarefazione straniante del codice linguistico, con l'effetto di dipingere una sorta di isola criminale che non c'è e comunque non ci riguarda: alla fine, la funzione, anziché sensibilizzante, risulta consolatoria. Film, peraltro, di una violenza spettacolare ed esorcistica, come tale deprimente se davvero serve l'ennesimo romanzetto criminale a far scoprire una realtà sotto gli occhi di tutti da più di duecento anni.
Ma, anche su piani più generali, Gomorra è diventata un alibi talmente dilatato che non si vede, non si distingue più: sta dappertutto. La sua spettacolarizzazione, secondo antica intuizione pasoliniana, travolge tutto, assolve tutto, risolve tutto; inoltre l'immancabile messaggio sottotraccia, schiettamente paleomarxista - la colpa della camorra è della povertà e quindi del capitalismo criminogeno - finisce di “consolare”, ma anche di falsare; è superficiale e mistificatorio. La camorra, tanto per cominciare (si confronti il magistrale studio di Gigi di Fiore), è di molto preesistente al capitalismo, che solo chi non lo conosce, o lo contrabbanda, identifica nell'attuale sfruttamento crematistico mentre è invece un sistema volto a favorire l'intrapresa individuale risolvendola in una dimensione di crescita condivisa: nei paesi dove il capitalismo meritocratico, che non è il paradiso ma è meglio di altri inferni, è correttamente applicato, mafie e camorre corrono poco. Proliferano, invece, nelle sacche arretrate come in Italia e, combinazione, nei Paesi usciti dal comunismo, dove le mafie si son trasformate in Stato. Dire che la camorra ha cavalcato l'attuale sistema non è neppure constatare l'ovvio: è fermarsi all'ovvio. Senonchè l'attuale sistema ha poco di capitalistico e molto del suo contrario: non c'è individualismo ma egoismo. Non c'è funzione sociale ma implosione antisociale. Non ci sono (relativamente) beni concreti, ma speculazioni finanziarie. Non ci sono capitali localizzati, ma capitali virtuali che stanno ovunque e in nessun luogo: rimando, per una più preciso approfondimento della materia, al recente “Il capitalismo ha i secoli contati” di Giorgio Ruffolo, Einaudi, 2008.
Questa differenza, che sembrerebbe fondamentale precisare, viceversa il libro non pare voglia o sappia coglierla: una formula fumettistica come quella dei boss “samurai del capitalismo” lascia una ambiguità di fondo destinata a riflettersi in una analisi del fenomeno malavitoso approssimativa e, a suo modo, consolatoria anch'essa: non spiega niente, si ferma al dito che punta non alla luna ma all'universo. È una analisi acerba, come quella che ci si può aspettare da un giovane ex noglobal che ingenuamente firmava spericolati appelli in favore di vecchi terroristi, e i cui ultras sono tutti omogenei al rivoluzionarismo deluxe. Ci sono siti di ultra-ultrasinistra che esaltano il libro su queste basi, che sono basi inesistenti o comunque mistificatorie. Ci sono riletture, mai confutate dall'autore, che planano a conclusioni deliranti in funzione antiborghese e controcapitalistica. Andrebbe spiegato anche, se non dispiace, il prodigio della sovversione di sinistra “no-tutto” saldata alla sovversione camorrista, che poi la egemonizza, la controlla, la annette.
Gomorra finisce così per diventare un bignami aggiornato delle astrusità di 40 anni fa: liberismo attuale uguale capitalismo uguale camorra. Col sillogismo radical-ambientale: non è forse vero che la camorra ammorba l'ambiente? Ecco la conferma: il capitalismo inquina. Ergo, unico rimedio plausibile (ancorchè non espresso): l'anticapitalismo, il tornare indietro al marxismo; non quello attuale, visto che è scomparso, dunque necessariamente quello ortodosso: a meno di non rifugiarci nell'eterea “tendenza culturale” con cui Bertinotti salva le capre dell'ideologia e i cavoli della storia. Ma può una tendenza culturale avere ragione della camorra? Davvero non è ora di interrogarsi su una morale (quantomeno da parte degli esegeti del libro) del contesto tanto disinvolta? Sulle troppe questioni lasciate confortevolmente irrisolte? Non si è capito se quest'opera sia inchiesta, romanzo, sceneggiatura o tutte queste cose insieme. Forse è ciascuna di esse, alla bisogna (ma per una autorevole stroncatura, si legga Salvatore Lupo, “Cosa è la mafia”, Donzelli, 2007). L'impressione, però, è che nel suo senso complessivo Gomorrea si risolva in una diffusissima, e sempre più trendy, vulgata dell'anticapitalismo rottamato dietro l'alibi nobile della lotta alla mafia.
Tra l'altro, l'ormai stucchevole telenovela delle minacce e del martire che non dimentica mai di accennare alla sua scorta incorporata, va chiarita una volta per tutte: nei primi mesi di uscita il libro non disturbò nessuno e anzi era divorato, non senza compiacimento, dai camorristi in galera, come mi confermò tra gli altri un regista napoletano autore di un bel film sul purtroppo dimenticato Giancarlo Siani, cronista eliminato dalla camorra nel 1984. Quando davvero i malamenti si arrabbiarono, fu nel sentire l'autore che, dal palchetto con il compagno Bertinotti, li trattava come munnezza. Certe cose ai camorristi gliele puoi fare, per esempio raccontarli, scoprendo l'acqua calda; altre proprio no. Da lì la faccenda s'è allargata, ha tracimato e, si capisce, fatto incazzare questa feccia subumana che non conosce altra dimensione che se stessa. Fine della storia.
Nessuno si è interrogato su questi aspetti, non proprio secondari, e neppure sulle corresponsabilità di un Saviano (e di chi lo manovra) sempre più invasivo e spregiudicato (i 7 cd del libro letto da lui medesimo sono le nuove colonne d'Ercole di una operazione commerciale che non conosce confini: aspettiamo ora le figurine gomorra). Il paradosso (apparente) è che un'opera fondamentalmente anticapitalista si è risolta in un formidabile volano capitalistico.
Ma se la camorra oggi ha cambiato nome e non si distingue più da una fiction, se non si va più a interrogarsi sulla mafia ma a “vedere” la rockstar scortata che ha venduto a carrettate, se c'è gente che costruisce la carrierina politica invitandolo, se la criminalità è tutto e niente, se non si capisce come la camorra possa essere insieme figlia della povertà capitalista e della ricchezza capitalista, se finisce alla Croisette in una raffica di tappi di champagne che saltano, se diventa moltiplicatore per il fatturato, se diventa uno slogan, un brand, una griffe, se Gomorrea ha anche l'indiretta responsabilità di allevare, come sta avvenendo, una industria di avventizi, scrittorucoli, guitti, predicatori a caccia di successo (mentre gli operatori seri vengono travolti e inghiottiti dal silenzio e dall'isolamento), se questo immane esorcismo fa comodo ai napoletani (e non solo a loro), preda della loro realtà falsata, come ha scritto anche Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, qualcosa vorrà pur dire. Non è sempre vero che "basta parlarne": occorre anche vedere come, con quali fonti, da quali pulpiti, con quali effetti, con quali limiti. Giorni fa in una scuola un ragazzino saccente mi ha detto, tutto ispirato: "Grillo dirà anche cazzate, ma almeno è l'unico a dirle!". (sic!)
Demolire certi alibi, poi, per ristabilire la proporzione dei fatti e delle responsabilità, diventa fatica allucinante - Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

mercoledì, 28 maggio 2008
- 11:01
GIUDIZIO E PREGIUDIZIO, CONVINZIONI E CONVENZIONI
C'è un cristianesimo-cattolicesimo che (anche tramite sovrapposizioni di fraintendimenti) ha fatto molti danni. C'è uno pseudo progressismo di matrice marxista che ne ha fatti di ulteriori, e che saldandosi al cattolicesimo di sinistra li ha perfezionati. E c'è, infine, un localismo, un etnicismo, un razzismo di destra, becero, allucinato, che ha completato l'opera. Per cui, se diffidi di rom e simili, ti rispondono subito con le formulette di rito: chi sono io per giudicare, non ci sono criminali etnici, va data a tutti una possibilità, non siamo mica di destra noi.
Formulette una più vuota, più tautologica dell'altra. C'è un giudizio morale, “io sono meglio dell'altro per nascita, in partenza”, che non mi appartiene: io non mi sento superiore a nessuno. Ma poi c'è un giudizio sociale, “io vivo in una cultura che si è confermata migliore, perchè più tollerante, più aperta, più disponibile alla convivenza associata”, che, invece, deve appartenerci se siamo esseri provvisti di ragione e non pecore matte allo sbando. Anche questo assunto dobbiamo mantenerlo relativo, non trarne cioè conseguenze che vadano oltre una prudenza, una disponibilità ad essere rimesso in discussione, limato, ridefinito. Tra l'altro, il confronto va, più rigorosamente, effettuato sulla base di valori di per sé relativi, cioè da considerare all'interno dei rispettivi contesti in cui si pongono. Con la conseguenza che, quasi sempre, ci si accorge che non è di culture in genere che si discute, ma di schegge impazzite, refrattarie alle comunità d'origine, che i rispettivi Paesi trovano conveniente smistare altrove, in modi che vanno dal censurabile al criminale. Noi nei nostri Paesi non siamo preoccupati da cittadini di altri Paesi, ma da marginali che (giustamente) ci preoccupano in quanto tali: gente poco o per nulla civilizzata, in guerra contro il mondo, che non ha niente da perdere ed è decisa a “vendere cara la pelle”. Questo è il punto che molti trascurano, anche quando si salvano nel clichè, che poi è un corner, degli italiani emigranti del secolo scorso: sì, emigravano. Ma la maggior parte si integrava, vale a dire accettava valori e regole dei Paesi ospitanti. Chi non era disposto a “re-civilizzarsi”, si serrava in cosca mafiosa e veniva, naturalmente, perseguito.
Il giudizio resta cautelativo, cioè niente più che una bussola: ma una bussola che va mantenuta, e ben funzionante: non gettata a mare. Perchè è l'unico strumento che consente una verifica, ovvero basato sul confronto, cioè proprio sul pluralismo di cui ci si riempie sempre la bocca, ma senza poi sottoporlo a conferme prescrittive; e tale giudizio ci viene confermato (o smentito) dalla conoscenza della storia, della cronaca, e infine da un non disprezzabile dal buon senso: se intuisco che una faccia da criminale, magari con notori precedenti penali, è pericoloso, cerco di non frequentarlo, e non in quanto, eventualmente, straniero, o “diverso” (dimensione che personalmente non capisco), ma in quanto probabile o sicuro delinquente; non è che posso lasciare me stesso e chi da me dipende senza tutela, sottoposto a una conferma dei pregiudizi che con tutto me stesso mi accanisco a smentire, pur di ribadire la mia matrice progressista e mondialista. C'è un obbligo, per un essere civilizzato, di prospettarsi anche le conseguenze delle sue scelte, quanto a dire di cogliere i pericoli del contesto in cui vive. E questo non ha niente di reazionario, di mal-destro, di razzista. Anzi, ne è l'esatta negazione: per potere cooperare e aiutare i singoli non meno che la società, debbo anche capire come è fatta questa società, debbo adattare le mie risposte alle situazioni concrete: se non capisco niente, i miei atti saranno vani o addirittura controproducenti.
Lasciando da parte ogni implicazione etnica e di sangue, che son cazzate buone per i malati di mente, è giusto invece considerare che ci sono gruppi disponibili ed altri per natura refrattari ad ogni integrazione o anche confronto. Come certi islamici radicali e certi gruppi di rom o zingari: sono loro a rifiutarle, a non lasciare alcuno spazio. Basta ascoltarli, basta – ma anche occorre - tentare un qualsiasi approccio per prenderne atto. Basta capire che trattasi di fuorusciti disposti a tutto.
Io mi batto perchè il bambino rom entri nella società, vada a scuola, cresca secondo principi di diritto e di sana convivenza. Ma non mi nascondo che, se riuscirò ad integrarlo, sarà al prezzo di fargli rinnegare la sua “cultura”, che è eversiva, parassitaria. Fare di un piccolo zingaro un cittadino implica l'abbandono del suo essere nomade, apolide, al di fuori delle regole, da quelle burocratiche a quelle sociali a quelle civili e penali: non ci sono alternative. Io non ho niente, tutt'altro, contro un piccolo rom. E quelli che fanno le spedizioni punitive li farei sparire – capitemi bene – una volta per tutte (di certo, non sprecherei tempo a tentare di “integrarli” nella mia sensibilità, nella mia scala di valori che prevede, in luogo della tolleranza, la cooperazione).
Ma non mando i miei figli in un campo nomadi (così come non lo mando in un centro sociale di razzisti). Non dico a un gruppo di zingari “entratemi in casa”: perchè temo il peggio, e sono quasi certo, dati i precedenti e la razionalità analitica che debbo assumermi, che il peggio accadrà. Non ho nulla contro un piccolo islamico: se però fa parte di un gruppo che lo alleva nell'odio totale verso quelli come me, non posso perdere la vita a tentare di far capire a tutti i suoi parenti che siamo tutti figli di Dio; tanto per cominciare, non mi seguirà mai sull'idea di stesso Dio. E non mi sento abbastanza Cristo da contare sui miei miracoli.
La prevenzione non è di razza, di etnia: è culturale, sottoposta a verifica della reciproca accettazione. Che dev'essere, appunto, reciproca e tale condizione implica non tanto una scontata sopportazione incrociata, ma l'accettazione dei rispettivi valori sociali: altrimenti, cozziamo contro un razzismo al contrario, degli ospiti verso gli ospitanti, e neppure ce ne rendiamo conto. Col risultato che non ne usciamo fuori, anzi ci lasciamo contagiare.
Se l'una cultura considera il furto e il rapimento reato, e l'altra no; se una considera l'omicidio religioso un abominio e l'altra, invece, una condizione irrinunciabile, allora ogni idea di dialogo e di convivenza – è il caso di dirlo – salta per aria. Chi sono io per giudicare? Sono un padre, una madre, un cittadino; ho doveri verso di me e verso la collettività. Il mio giudizio non è assoluto, non è di sangue. È relativo, è cautelativo, è sulla reale estensione degli spazi di confronto e di convivenza pacifica. Non mi risulta che il cristianesimo sia deresponsabilizzazione, abiura dal buon senso e dalla prudenza.
Se sono un piccolo, banale essere provvisto di ragione e di media cultura, tutto questo debbo affrontarlo, accettarlo. Vigilando sempre su me stesso, sulle mie proprie derive sempre in agguato. Ma anche senza nascondermi dietro formulette comode quanto ipocrite: non ho mai visto nessuno (per fortuna) lasciare i loro figli allo sbando, senza controllo, senza filtri, pur di sentirsi accettabilmente “di sinistra”, o almeno “non di destra”, cioè scevri da “pregiudizi”. Qui non si tratta di pre-giudizi. Ma di giudizi, di post-giudizi sulla base dei fatti. E, come tali, sempre relativi e suscettibili di venire modificati. Ma non rimossi. Questo è il modo corretto, io credo, di impostare la questione. Senza rifugiarsi in classificazioni, destra-sinistra, ormai degenerate a formule, che hanno (appena) duecento anni e sono (già) decrepite: eppure, il mondo comunicava, si confrontava, sceglieva, viveva anche prima. Suggerirei di non restare appesi ai totem delle ideologie, specie quando ne abbiamo una conoscenza sommaria, differita ma, proprio per questo, totalizzante. Ogni volta che sento qualcuno diffidare, dire ai suoi figli “stai attento”, lo sento già pronunciare un giudizio. Ribadire una scala di valori che definisce i confini della società in cui si è formato, e sta formando i suoi discendenti. Ora, che questo “stare attenti” debba valere, per esempio, solo per gli italiani, in quanto privilegiati ecc. ecc., mi pare un po' troppo. Io diffido già dei miei connazionali, perchè dovrei fare eccezioni per altri? In senso relativo, non sopporto (quasi) nessuno, e questa mia è davvero una esasperazione senza frontiere, senza bandiere. Ma di quelli che predicano la totale apertura, incontrollata, irrazionale, non ne ho mai visto uno razzolare in coerenza.
Per fortuna – Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

martedì, 27 maggio 2008
- 11:58
SIAMO TUTTI PERALTRISTI
Dopo il benaltrismo, crudelmente inchiodato alla nostra incoscienza collettiva, una volta e per sempre, dal mai troppo compianto Luciano Bianciardi, arriva il peraltrismo, variante sfumata del “ma anche no” il cui padre conosciamo tutti. Il peraltrismo si caratterizza dall'attitudine a prendere un tema e ribaltarlo non più, come il benaltrismo, risalendo il fiume delle cause a monte, fino a una sorgente troppo ampia per essere individuata (altri colpevoli, nessun colpevole), ma contraddicendolo improvvisamente con un colpo d'ala che vanifica l'assunto fin lì ribadito. Esempio: si prende una madre che ha annientato il figlioletto, condannata in via definitiva. Si analizza la vicenda; si commenta cioè si giudica cioè si critica la sentenza, operazione che tutti fanno sostenendo di non volerla assolutamente fare; si trae la propria conclusione, quasi sempre ispirata dalla più fragorosa ignoranza, dalla più sfrenata improvvisazione (“sì, sarà anche colpevole, ma nessuno l'ha vista davvero, il processo non è che ha fatto chiarezza, i giudici fanno quello che vogliono e poi comunque è una mamma”). Infine, giunti al fondo dell'imbuto logico, si applica il peraltrismo: “Peraltro, mi chiedo se questa condanna doveva essere subito applicata, dato che la giustizia ha problemi più urgenti da risolvere”.
Che ci crediate o no, questi sono gli argomenti logici, e povero Aristotele, e povero Godel, apparsi su più d'un giornale, o blog, o forum, a proposito del caso Franzoni. Che si potrebbe proiettare su ogni e qualsiasi aspetto controverso, cioè praticamente tutti, della nostra vita che ci ostiniamo a definire associata: dal nucleare alla munnezza, dallo scudetto al doping, dalla politica alla Casta (“sì è vero ci costa troppo, peraltro la politica vive di costi”), dai rom all'Europa unita, dagli ogm alle guerre stellari, dagli ultras criminali al gioco del calcio che affratella i popoli.
Il peraltrismo ha fortuna perchè è un passe partout per le parole in libertà, un salvacondotto alla contraddizione, una licenza di straparlare, è l'approssimazione al potere il peraltrismo, è concedersi ogni giravolta in sprezzo della coerenza. Tutti possono dire tutto su qualsiasi cosa col peraltrismo, tutti esperti, tutti loici, tutti soprattutto nel cerchio dell'attenzione. E nel sostenere che “gli zingari debbono andarsene a casa tutti, peraltro però non le badanti che ci servono, peraltro basta che siano oneste, perchè peraltro molte rubano, ma peraltro non se ne può fare a meno, peraltro ci vorrebbero le donne di servizio italiane che c'erano una volta, solo che peraltro non si trovano più e quindi queste ce lo dobbiamo tenere, anche se peraltro poi pretendono la giornata libera, l'assicurazione e di essere assunte regolarmente, e peraltro non si affezionano a nessuno, lo fanno solo per mestiere e un giorno tornano al loro paese, dove peraltro tutti gli stranieri dovrebbero tornare”, si staglia solenne, fulgida, abbagliante, maestosa come la Statua della Libertà la reale consistenza del peraltrismo.
Discorsi a pera – Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

domenica, 25 maggio 2008
- 20:44
NELLO SPECCHIO DELLE MIE PAROLE
Tutto ciò che ho fatto non è servito a niente. I libri che ho letto, le parole che ho detto. Quelle scritte, con sconsolato ardore e ora restano accatastate in un garage dell'anima. Ore ed ore ed ore ad inseguire amore, e non ne resta niente. Non è servito a niente. Sono sole, quelle mie parole, come chi le ha create. Strette in una pagina, una accanto all'altra, pitture di visioni che mi lacerarono. Ma ancora bianca è la tela. Scolora come a scuola il foglio, spietatamente candido. Tutta la mia vita ho costruito parole e adesso le sorprendo misere, ingiallite. Foglie morte: quasi ne ho sollievo, mentre le sfoglio e la loro eco mi tiene compagnia: quanto coraggio però, da solo controvento. Convinto davvero di spostarlo, il mondo. Ero così. Ingenuo e intransigente. Ero così... E cosa sono, adesso, chi lo sa. Sono le mie mancanze, uno che solo in sé può cercare i suoi perduti mondi, i suoi tramonti, i suoi raggi di sole. Sono l'unico a provare tenerezza per me stesso, nello specchio delle mie parole. Sono uno che ha perso per strada le atmosfere, i piccoli piaceri, quei sollievi che rendono accettabile una vita. Ed è un dolore nero, gelo senza ritorno, questo nulla che è vero, che si spande d'intorno, unica compagnia che mentre esiste si nega. E nel dolore si lega. E nel vortice annega - Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

venerdì, 23 maggio 2008
- 11:53
MADRE CARNIVORA
In tanti mi scrivono accorati: vorrebbero altri occhi per me, occhi rosa con cui vedere un mondo che, per me, non esiste. Mi invitano a cercarlo, questo buono “che deve pur esserci”. Mi invitano a trovarlo. Mi invitano a prendermela un po' meno. Si preoccupano per me. In realtà mi stanno dicendo che sono spaventati, che sospettano io abbia qualche ragione e questo non gli va, non possono sopportarlo, ne escono atterriti. La cultura cattolico-cristiana, provvidente, ottimista, evolutiva, li permea tutti, pure i fondamentalisti del laicismo, gli atei bigotti che sublimano il messaggio cristiano nella salvezza della storia, nei fini ultimi. Insomma tutto è bene quel che finisce bene. Deve finire bene. Deve andare bene. Si considerino solo le levate di scudi dell'intero mondo cattolico davanti alla primo tentativo, a memoria d'uomo (italiano), di prendere per le corna il toro dei clandestini fuori controllo: sono passati tutti, in un amen, dall'isteria della paura all'isteria della comprensione. Col capo dei rom in Italia, Guarnieri, che, sapendo dove vive, si permette pure di minacciare, di irridere: in fondo che sarà mai, per qualche strage in villa, qualche passante maciullata, qualche centinaio di scippi al giorno. Prendessimo esempio noi da loro, così organizzati, così puliti, così evoluti, così umani coi figli. Dialogo ci vuole, ottimismo, fede speranza e carità. Andrà tutto bene. Deve andare bene.
E allora va bene, sono io il buco nero da cui escono solo lamenti. Io sono l'alienato. Io sono il malato. Specialmente nel tormentarmi, senza trovare pace, davanti alla mia condanna di italiano che non può non dirsi cristiano e al quale tocca in sorte questa distorsione alienante, questo geostorico scherzo da prete per cui nell'America puritana, così come nell'intransigente Islam, se non righi dritto marcisci in carcere (quando ti va bene) e da noi invece più contraddici i comandamenti di Cristo e più diventi santo subito. Saltati, col grimaldello del consumismo, i due ricatti terroristici eminenti, sessuofobia e dannazione eterna, il cristianesimo utilitaristico non sa più come definire se stesso, quale senso trovare in una società che si perdona benissimo da sola qualsiasi cosa, qui, adesso e per sempre. Anche a causa di un clero corrotto e imbelle, ampiamente screditato e compromesso con gli aspetti deleteri della mondanità, non resta che potenziare la messinscena, il precipitato culturale, i rituali, i condizionamenti atavici, le sedimentazioni millenarie che confliggono con una idea di società, di Stato. Se il prezzo è una attitudine micidiale a privilegiare il diritto confessionale, teocratico in luogo di quello positivo, la religione cattolica lo paga, lo lascia pagare ai suoi fedeli, cui rende in cambio una sorta di nirvana sociale, omertoso, utile a ricondurre le aberrazioni diffuse, collettive, ad una prospettiva trascendente: ci penserà un Dio, a babbo morto. Il cristianesimo da giustiziere si fa giustificazione, nel globalismo babelico si mette sul mercato delle fedi, si lascia svuotare per non sparire. Con l'aria di condannare tutto, finisce per consentire tutto, differendo le conseguenze. Da argine, da regolatore si è fatto moltiplicatore della brutalità, seguendo l'unica strategia d'infilare la testa sotto la sabbia del divino.
Cosa pensare, ad esempio, come narrare “in leggerezza” una ignominia come l'epilogo per la mamma sterminatrice Anna Maria Franzoni? Tutti, a Cogne anche i gatti, sanno che è stata lei e solo lei a spiaccicare il figlio di 3 anni per la casa, solo perchè si annoiava e “ha perso la testa”. Le hanno dato una solidarietà demenziale e un asilo nido da gestire. Tutti sapevano che, stritolata sotto tonnellate di prove, nessuna corte, neppure la più indulgente, avrebbe potuto far altro che condannarla dura. Questa donna amorale e ignorante, squilibrata e bugiarda, infantile e cinica (ha cercato di mettere nei guai i suoi vicini di casa, ha fatto un altro figlio per non finire in prigione), meritava un ergastolo da scontare in un manicomio criminale. Le hanno dato 16 anni, sapendo che non li sconterà. Già si parla di indulgenza, “per farla stare vicino ai suoi figli”, che è appunto l'orrendo pericolo da evitare. Il solito don Mazzi, uno a cui non affiderei manco l'anima di un bambolotto di pezza, si fa avanti in un tripudio di telecamere pronto ad ospitarla in una delle sue ville (perchè non c'è la sospensione a divinis pure per questi deliranti mestieranti della fede?).
Straparlano di perdono, di mamme, di figli, di sciacallaggio giornalistico quando proprio la Franzoni aveva messo in piedi una agenzia per gestire gli impegni mediatici. Vaneggiano di carità, e invece è indifferenza spietata verso un piccolo massacrato. Parlano di umanità, ma solo gli uomini sanno costruire la propria fortuna sul sangue ancora innocente, sangue freschissimo, sangue del loro sangue che ricopre le pareti. Si riempiono la bocca di altruismo ma è a se stessi che stanno pensando, alla possibilità di farla franca anche loro, casomai cadessero nella stessa brutalità, che li attrae, li intriga, li eccita. Invocano dignità ma si accalcano davanti all'aula di tribunale, davanti alle telecamere, nei luoghi dell'orrore. Coi loro figli, da allevare nell'orrore insapore, senza più idea di bene e di male. Chiedono giustizia, ma è impunità che vogliono. Rifiutano ogni legge, ogni sentenza, ogni idea di diritto, di regola, di vivere comune. Poi si stracciano le vesti davanti alle stragi familiari. Ai cannibalismi dei figli su altri figli. Alla mela staccata della perdizione di ragazzini che hanno scoperto l'osceno piacere della violenza e del sadismo. “Chi poteva immaginarlo”, mentono, già mostri anche loro. Passano dall'osanna al crucifige e di nuovo all'osanna come banderuole al vento.
Perfino i giudici, timorosi d'aver fatto il loro dovere davanti alla dittatura del fariseismo, fanno il gioco delle tre carte: l'abbiamo condannata ma per finta, ora si applichi l'indulto, misura improponibile per un omicida volontario, tantopiù aberrante in quanto proposta da magistrati.
Va bene, l'abbiamo capito che tutto era già deciso, stabilito nei minimi particolari. Che era, ed è, tutto un gioco delle parti, una recita, una fiction. L'abbiamo capito, che nel nostro Paese inzuppato di “morale” cattolica niente si fa mai sul serio a cominciare dalla “certezza della pena”, sia una madre carnivora, un bastardo che falcia come birilli quattro ragazzi in motorino o un grumo di vermi che torturano una ragazza, un compagno, un disabile. L'abbiamo capito che “mamma Anna Maria” va tenuta su, va difesa la sua immagine proprio perchè immagine, proiezione utilissima a solleticare l'immaginario collettivo, insomma a far girare soldi: c'è tutta una industria dell'orrore e del sangue, del pietismo e del perdono che alimenta quello che a torto si chiama circo mediatico e invece è un freakshow, un inferno senza vergogna che aspetta con impazienza il prossimo macello, le frattaglie umane di cui nutrirsi, di cui nutrire i pietisti che osservano ingordi e invasati.
L'abbiamo capito, lo sappiamo che queste schermaglie servono solo a preparare una vox populi d'altronde già abbondantemente schierata, preparata da anni di stordimento mediatico, disponibile alla divinizzazione della madre sterminatrice. La quale, si accettano scommesse, finirà in Parlamento prima o poi (magari con la rediviva Rifondazione, a dispetto dell'anticomunismo familiare): a suo merito, avere annientato il figlioletto, avere calunniato, avere mentito, essersi mostrata in qualsiasi situazione, senza mai un ripensamento, un dubbio, un rimorso. A suo merito, essere un mostro che rappresenta degnamente un Paese di mostri.
Avete ragione cari amici, sono io quello patologico. Quello malato. Io che non so trovare il bello in un Paese che, diversamente da voi, a me pare completamente da eliminare, da annientare come è stato cancellato il figlio di mamma Anna Maria. Per la semplice ragione che non c'è più logica, più separazione, più distinzione e nemmeno più umanità, se non si avverte più nemmeno la vergogna per le atrocità che si sostengono, che si compiono, che si preparano. Siamo riusciti a ribaltare la massima latina, “contra factum non est argumentum”, nel suo contrario. Tutto questo è peggio che orrendo. È insensato, è demoniaco.
E questo non è un Paese perduto. Non è neanche sordido. Neppure infame. È, mi perdonerete (o magari no), un Paese imploso – Massimodelpapa
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

giovedì, 22 maggio 2008
- 20:58
RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO
Savianeide, ultime news: l'eroe calvo (citato ieri mattina da radiodeejay) replica attraverso una email scritta a daria (bignardi?) che la gira a linus: non sono io che vado a vivere con una ragazza è garrone che sta anche per diventare padre. magari andassi a vivere con una persona. e altro vittimismo. povera stellina, da solo e senza casa, povero figliolo...
Anto
Dunque neanche scopa? Povero, tutto scorta e legalità. E gossip, a questo punto - mdp
Anche a me Saviano sta un po' tanto sul cazzo e la "Savianeide" da protagonista la sopporto ancora meno. Se volesse rimanere davvero "coperto", la storia della casa rifiutata al Vomero (e perché non alla Riviera di Chiaia, già che siamo stati promossi tra i VIP?) non l'avrebbe messa in giro. Un protagonista, al solito. Concordo sul fatto che non sappia scriver, anche se il film è meglio
Marco Claudio S.
Saviano non esiste senza il suo prodigioso ufficio stampa. Col film poco ci azzecca, ma molto sfila, anche se poi dice che non può perchè la scorta, le minacce ecc. ecc. - mdp
Ci sarà in vendita l'astuccio coi pastelli Saviano?
Stefano
Abbi fede che prima o dopo arriva. Nel frattempo, puoi ispirarti con Gomorra audio, Saviano legge Saviano. 7 cd di pallosità criminale, perchè il ragazzo non sa leggere così come non sa scrivere - mdp
L'astuccio coi pastelli lo voglio pure io, insieme a zaino, diario e scarpe fluorescenti: piccoli eroi calvi crescono.
Antonella
Qualcosa mi dice che te ne intendi: tu vuoi sentirti nella legalità - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

- 11:58
Martedì a Ballarò mr. “Ma anche no”, al secolo Veltroni, è partito sostenendo che i clandestini violenti debbono essere puniti e, dopo una quadriglia verbale durata tre ore, ha concluso all'esatto opposto. Perla tra le perle, avere incolpato il governo di destra di avere fatto entrare nell'UE la Romania, che è uno Stato (mentre, in modo alquanto strampalato, coi soliti ducentomila distinguo e "ma anche no", veniva avallata la permanenza dei clandestini rom o di altre provenienze). Passa la notte, e nell'arco poche ore: un liberiano violenta un 14enne attirato in casa; un marocchino stupra una dodicenne a Conegliano. Non c'è niente da fare, a sinistra debbono – andare – a – casa – tutti. Hanno perso il polso della situazione, non sanno più dove vivono e quello che dicono. E non è il caso di sopportarli oltre. Ho raccolto da dentro, proprio da una fonte vicinissima al Palazzo, una confidenza riservata. “Abbiamo – avrebbe confidato uno che comanda adesso, e comanda forte – il problema di garantirci un ricambio, perchè noi sappiamo che la sinistra non vincerà per i prossimi 50 anni, se non si squaglia prima”. Il che è probabile, ma anche allucinante perchè un ricambio ci vuole, altrimenti non è democrazia. Ma il problema, enorme, è proprio questo: se ne debbono andare, sono completamente fuori di testa e non li vogliono proprio più neanche pitturati. Debbono sparire e mai più tornare. E il loro posto deve essere preso da gente con un minimo di testa sulle spalle. Per il bene del Paese - mdp
Allora: siamo alla Savianeide. Saviano cerca casa, Saviano non la trova, Saviano spende 1.200 al mese d'affitto (cos'era, il Maschio Angioino?), Saviano si fidanza, Saviano mangia la pizza, Saviano cambia camicia, Saviano tiene la scorta, Saviano canta il rap, Saviano è una rockstar. Mai visto un tale fumetto, siamo un pezzo oltre i professionisti dell'antimafia di Leonardo Sciascia. Questo è un battage umano. Una gomorrea. Per credere, visitare il suo sito promozionale: lo stile è quello delle sonerie dei cellulari, tra vittimismo ed esaltazione, “Sosteniamo Saviano”: ma de che, quello coi sette o otto milioni fatti solo l'anno scorso tra libri, teatrino, fiction, film (che non ha fatto lui, ma già che c'è va a Cannes), figurine, si sostiene benissimo da solo. Quanto alla sostanza, rinvio plauditores, babbioni ed emuli a un esperto vero di mafia, Salvatore Lupo che, in “Che cosa è la mafia”, Donzelli, 2007, con due parole liquida come merita questa bufala campana - mdp
AVEVI RAGIONE
Comunicato ufficiale: La Giunta comunale ha approvato ieri l’intitolazione del Cortile ex Opafs al poeta sangiorgese Lugano Bazzani. Una proposta fortemente voluta, da tempo, dall’assessore alla cultura Cesare Catà, e che sarà presto ufficializzata. “Bazzani – commenta Catà – è stato un bardo. Una figura di spicco della cultura sangiorgese, ed un poeta importante nella letteratura italiana. A lui, Porto San Giorgio non aveva ancora dedicato nulla. L’intitolazione dell’ex Opafs in suo nome, per me, ha anche un forte significato personale. Proprio lì l’ho visto per l’ultima volta, pochi mesi prima della sua morte, quando venne ad assistere ad una mia lettura di poesie, in cui lessi anche un suo componimento. Bazzani ha intrattenuto rapporti con alcune tra le maggiori figure letterarie del 900, amava molto i rapporti epistolari, e persino con me, nonostante ci separassero appena 5 minuti di bicicletta, scambiava continuamente lettere e cartoline che ancora conservo. Presto, proprio nel cortile che gli sarà intitolato, organizzeremo un’iniziativa per ricordare la sua figura”.
Ora, a parte il pessimo gusto di salire sulle spalle del defunto per farsi pubblicità, ma questo è lo stile del ragazzino, di vero c'è poco. Non era Bazzani, fa ridere solo il precisarlo, ad essere ammiratore di un cosino come Catai: semplicemente, rispondeva con la gentilezza che gli è sempre stata propria a tutti, e fu il fanciullino Catai a corteggiarlo, a lungo e finchè gli fece lustro. Poi scomparve da casa del poeta, dopo la cui morte nessuno lo vide più e del quale non si preoccupò più per anni. Non fu visto a una commemorazione a Montegiorgio, non fu visto ad un'altra a Porto San Giorgio, non trovò modo di ricordarlo altrimenti. Adesso ripesca una proposta altrui (l'ex assessore alla cultura Maroni, che non seppe o concretizzarla), ci mette il cappello e si fa vanto. Sorridendo lo ripetevi sempre, Lugano, che in molti ti avrebbero usato dopo morto, e avevi ragione come sempre, ma che tristezza - mdp
Un'avventura vissuta da ABSOLUTELYFREE

Solcando i sette mari